Dan Bassini e l’arte di entrare nel mondo della moda senza invito: intervista al fotografo “outsider”

Quando si pensa alle Fashion Week nell’immaginario collettivo, le prime immagini che vengono in mente sono sicuramente i personaggi patinati del mondo della moda, gli eventi esclusivi e gli adepti del celebre statement di Victoria Beckham “Fashion stole my smile”. Eppure, lo stesso mondo della moda che abbiamo appena descritto è da sempre inevitabilmente affascinato dalla figura dell’outsider: una figura che non si sottomette ai dictum di un settore a volte troppo autoreferenziale e impenetrabile, che affascina grazie al gusto della ribellione e al magnetismo di chi vive le regole per sovvertirle.

E Dan Bassini, fotografo di professione, ne è l’esempio lampante: dopo anni nella music industry, il fotografo based in New York si è letteralmente intrufolato nel fashion system catturandone l’essenza più autentica e viscerale. E lo ha fatto con un progetto di oltre dieci anni, giunto alla dodicesima edizione, intitolato No Invite: così come si evince dal titolo, si tratta di scatti realizzati agli eventi più scintillanti della moda, in particolare durante la New York Fashion Week, a cui Dan si introduce senza alcun invito. Da Heidi Klum ad Anna Wintour, passando per Alexa Chung, Dove Cameron e Julia Fox, le icone più cool sono state immortalate dalla sua compatta, che da un lato lo discosta dai classici fotografi di moda con maxi obiettivi fotografici e dall’altra lo rende estremamente attuale, innescando quel sentimento di nostalgia (come nel caso di Heidi Klum) che lo porta a interagire con le celeb con incredibile naturalezza.

È proprio questa naturalezza che gli ha permesso di addentrarsi nel settore, armato di macchina fotografica e di tutta la sua spontaneità, come ci ha raccontato in questa intervista sul suo progetto, sul suo punto di vista sul fashion system e su qualche aneddoto che gli è capitato agli eventi, tra celeb e situazioni al limite del surreale.

Penso che No Invite sia un progetto molto significativo perché riflette sull’esclusività della moda, ma dall’interno.

Assolutamente. Penso che la gente lo percepisca come qualcosa di davvero esclusivo. Io credo che nell’industria della moda ci sia anche molto sfruttamento, e questo è un po’ il mio modo di “sfruttarla” a mia volta. L’ho sempre vissuta così: ogni volta che c’è qualcosa che ti tiene fuori – che sia un club esclusivo o una barriera creata apposta – cerco sempre un modo creativo e divertente per attraversarla. Non con un obiettivo preciso, se non quello di dimostrare a me stesso: “Posso farlo”. Quindi direi che questo rappresenta gran parte del progetto, anche se in realtà è nato dalla necessità. All’inizio non sapevo chi contattare per farmi coinvolgere negli show o per entrare nell’industria. La mia fotografia nasce dal mondo della musica: sono stato fotografo musicale per anni, tra concerti dal vivo, band, riviste, tour con i gruppi. Venivo dal punk rock, e il punk rock è molto do it yourself: arrangiati e trova un modo per farcela. Gran parte di quell’attitudine significa non accettare regole. È da lì che nasce questo atteggiamento un po’ adolescenziale, del tipo: “Chi sei tu per dirmi che non posso farlo?”. Oggi poi è più facile che mai trovare un modo per capire come fare. Quella spinta di sfida è rimasta con me ed è diventata parte integrante della mia carriera.

Quindi volevi cambiare carriera ed entrare nel mondo della moda o è stato più un progetto nato per caso?

Non lo so. La musica, in un certo senso, si è un po’ spenta da sola. L’ho fatta molto nei miei vent’anni, e poi ho capito che avevo bisogno di fare soldi veri. Non sto dicendo che ho scelto la moda pensando fosse più redditizio: in realtà il passaggio dalla musica alla moda è stato praticamente uno a uno in termini di entrate. Nel frattempo ho dovuto fare un po’ di tutto. Sono un freelance a tempo pieno: faccio fotografia come carriera, e per questo devo occuparmi di tutto – matrimoni, eventi aziendali, pubblicità accademica (foto promozionali per scuole private) -, qualunque lavoro ci sia. Durante la pandemia ho iniziato anche a fare foto di famiglia, solo per continuare a lavorare professionalmente. Un po’ per caso, trasferendomi vicino a New York, ho pensato: “Oh, qui succede qualcosa, posso cercarlo”. La moda mi ha sempre interessato, fin da giovane. In New Jersey guardavo un vecchio canale TV che trasmetteva programmi culturali e di moda da New York. Era un po’ sopra l’accesso pubblico, ma mostrava scene tipo Marky Ramone che mangiava una pizza a St. Mark’s Place nell’East Village e altre chicche culturali divertenti. Trasmettevano anche le sfilate, quando si tenevano al Bryant Park o al Lincoln Center. E io, da ragazzino, pensavo: “Wow, modelle in TV”. Ma con il tempo impari a riconoscere gli stilisti e capisci che la moda è un’arte: ogni designer ha la sua visione.

E chi è il tuo preferito?

Oddio… direi, in termini di indossabilità e vicino al mio stile, Ralph Lauren. Ho sempre indossato capi simili, mi piace l’estetica workwear. Penso che i negozi Double RL siano tra i più belli mai creati. È uno stile molto indossabile, davvero vicino al mio.

Quindi, tornando a noi, per te la moda è stata una sfida?

Sì, per me la moda è stata proprio un’altra sfida: infiltrarmi, scoprire dove erano gli show, trovare un modo per entrarci. È di nuovo quel concetto di barriera finta: chi mi terrà fuori da questa festa? È una sfida divertente, una prova di fiducia in se stessi. Perché alla fine tutto si riduce alla sicurezza: se sembri al posto giusto, la gente non vuole disturbarti.

È un po’ così, sì. E credo che alla Fashion Week sia molto evidente.

Esatto. Alla fine il mantra di No Invite è diventato: “Puoi semplicemente entrare”.

Davvero?

Sì. La gente mi chiedeva sempre come facessi a entrare, e la maggior parte delle volte la risposta era: puoi semplicemente entrare. È incredibile. È un po’ come a casa tua: se stai già attraversando la porta, la gente non vuole fermarti. C’è stato un show di Fendi un paio di anni fa in cui ho semplicemente camminato oltre la guardia, con aria infastidita, come a dire: “Ugh, di nuovo sta roba”. E lui: “Ti capisco, fratello”. Ho tenuto quella faccia annoiata da “sono al lavoro” e un minuto dopo ero accanto a Kate Moss. È stato così facile. Anche se devo dire che ora è più difficile. Quest’ultima stagione è stata particolarmente dura, perché ci sono vere compagnie di sicurezza ingaggiate, e i grandi show, tipo Off-White o Calvin Klein, usano i braccialetti RFID come nei festival. Quindi è più complicato. Quest’anno sono entrato solo in pochi show. Gran parte del mio lavoro ormai si svolge per strada, fotografando le persone che entrano e escono. Ci sono stati anche party e designer dove ho trovato uno spiraglio per infilarmi. A volte hai solo un secondo per seguire un gruppo o passare mentre la guardia guarda dall’altra parte. È come in un cartone animato.

E ora sei più confident rispetto all’inizio?

Sì. La sicurezza viene dall’esperienza. E poi c’è l’ansia che la gente ha per le conseguenze. Ma nella maggior parte dei casi, la peggiore conseguenza è che ti buttino fuori e che torni al punto di partenza. Non è così grave. Il massimo è che hai una conversazione noiosa con un tirocinante con la clipboard.

Qual è stato il primo evento a cui sei andato per questo progetto?

Oddio, difficile dirlo. Ma la prima cosa che ha portato al progetto è stata una festa ai Milk Studios, nel Meatpacking District. Mi ero trasferito da poco a New York, avevo cercato Fashion Week ma non trovavo nulla. Poi, quel settembre, ero al Whitney Museum con un’amica e ho visto un gruppo di persone davanti a una festa. Sono entrato senza sapere bene cosa fosse. Era pieno di giovani interessanti, designer emergenti, un’atmosfera come un mercato pop-up. Tutti vestiti per farsi notare. Quindi ho iniziato a fotografarli. Da lì ho avuto un catalogo di ritratti e all’inizio li ho solo mostrati a qualche amico, a qualche sito, ma li ho tenuti per me. La stagione dopo ero più consapevole. Kanye West stava facendo la sua Yeezy Season 5 a Pier 59: sono andato lì e ho fotografato modelle, rapper, celebrità. Ho unito quelle foto ai ritratti precedenti, e così è nato No Invite. Quando lavoravo nella musica, facevo sempre fanzine. Nei tour stampavo un piccolo giornale con le foto, per vendere qualcosa al merch table e guadagnare soldi extra. Così ho deciso di mettere le foto in un libro. Amo gli oggetti fisici, penso siano fondamentali nell’arte. È nato così No Invite Vol. 1.

E com’è andata?

Il primo volume era solo una prova, un concetto. Poi nel 2017 ho fatto il secondo con l’idea precisa di fare un libro. Ho iniziato a scattare verticali per le pagine, orizzontali per i doppi, già immaginando il prodotto finale. Il libro è uscito molto velocemente; era tutto nuovo e c’era tanta energia. Sai, il fotografo Daniel Arnold dice che all’inizio è tutto nuovo ed emozionante, poi diventa più difficile inseguire quella sensazione. Lo capisco: sono quasi dieci anni che faccio questa serie, e spesso sono le stesse persone, gli stessi ambienti. Anche perché la fashion season è breve. La gente non si rende conto di quanto sia piccolo il mondo della moda. Le ultime stagioni di New York mi sembravano un po’ spente, ma questa appena passata è stata ottima, penso la migliore da anni. Forse il tempo, forse la voglia di divertirsi. Ho scattato 17 rullini, più della media. È sempre difficile superarsi, ma fa parte del processo creativo. Che sia un’intervista, un pezzo scritto o un’opera d’arte, c’è sempre la pressione di fare meglio.

Hai qualche aneddoto divertente dal tuo lavoro, con una celebrità o a un evento?

Ai CFDA Awards al Brooklyn Museum: all’uscita c’era confusione totale, perché non permettevano alle auto di fermarsi, quindi le celebrità uscivano tutte insieme e dovevano aspettare i driver in strada. Io ero lì con un amico e un altro fotografo. Uso una fotocamera particolare, molto ravvicinata, a 2-3 piedi [poco più di mezzo metro, ndr.] dalle persone, richiede un approccio diretto, intimo. Quindi in realtà non ci sono stati problemi e abbiamo finito tutti per stare insieme. Penso di aver scattato due rullini di pellicola e tutto, tranne due foto, era da tenere. 

E c’è stato un momento in cui è uscita Heidi Klum, non l’avevo mai fotografata prima. Ho scattato un paio di foto rapide mentre usciva dalla festa. E poi, tipo 20 minuti dopo, era ancora fuori ad aspettare la macchina. Così le ho detto: “Heidi, non voglio disturbarti, ma ti dispiace se ti faccio un altro scatto?”. E lei: “Sì, certo. Fai una foto”. E poi: “Oh, hai una macchina a pellicola. Mi mancano quei giorni in cui scattavi un rullino e lo ritiravi dal laboratorio, ricordando tutti quei momenti sul rullino”. E io: “Sì, è buffo”. Lei è fantastica, e anche molto genuina. Ha detto: “Mi mancano quei giorni”. E io: “Sì, è la gratificazione in differita. Ormai tutto è gratificazione istantanea”. Quindi avere qualcosa per cui lavori e che puoi apprezzare solo dopo è diventato quasi impossibile da trovare. E lei: “Sì, il mondo ha bisogno di più gratificazione differita”. È stato un momento molto dolce, sai, di interazione con una sconosciuta in fondo. Ed è stata dolcissima. 

La stessa cosa vale per la macchina a pellicola: penso che susciti una reazione diversa nelle persone. Non è come avere un’enorme attrezzatura invadente in faccia. Non è un paparazzo che spara mille flash in un secondo. È una cosa molto, come dicevo, intima. Posso parlare con le persone da dietro la macchina, non mi copre tutto il viso. E queste sono cose psicologiche che credo funzionino a mio favore in molti modi. E anche la sicurezza non mi prende sempre sul serio: con questa sembro più che altro un “civile”, non un fotografo. Posso quasi metterla in tasca e la gente non ci pensa troppo. Ma molte modelle ormai sanno cos’è, sanno che ne hanno una anche loro, oppure insomma… si crea più familiarità, più tempo.

Un altro esempio divertente è stato uno show a cui mi sono intrufolato al Plaza Hotel. Penso fosse Carolina Herrera, ma c’era quest’attrice, Melissa Barrera, che ha recitato nei nuovi film di Scream. Io stavo aspettando un po’ di lato che finisse un’intervista. Quando ha finito le ho detto: “Ehi Melissa, uno scatto qui”, e le ho fatto una foto. Lei mi ha afferrato per la spalla e mi ha tirato fuori dalla folla. E io ho pensato: “Sono nei guai? Cosa succede?”. E invece lei mi ha chiesto: “Ehi, dove posso sviluppare i miei rullini a New York?”. Quindi questi piccoli momenti sono ancora divertenti. 

Ma credo che un altro lato della questione, e questo rientra forse nella categoria della fiducia in sé, è proprio la capacità di parlare con le persone. Sono stato molto fortunato ad averla, ed è anche parte del mio lavoro: lavorare con la gente e farli sentire a loro agio per sembrare se stessi in una fotografia. Penso sia una competenza che si sviluppa col tempo, ma è proprio il fatto che parlare con le persone in un certo modo, mettersi sul loro stesso livello, ti apre molte porte in generale. In termini di comunicazione, ci sono stati molti casi. Ad esempio ho fotografato Tom Hanks per un evento, si trovava in un’area che non era molto fotogenica, così gli ho detto: “Ehi, spostiamoci lì, è un posto migliore”. E tutti intorno a lui si comportavano come se fosse un vaso di porcellana. Tipo: “Oh mio Dio, non puoi chiedere a Tom Hanks di fare questo”. Tutti terrorizzati. E lui invece: “Sì, certo, andiamo lì”. Era completamente normale. È una persona, e non voleva essere fotografato davanti a una scatola elettrica nel backstage. E sono sicuro che preferisse anche lui una foto in un angolo più carino che davanti a un quadro elettrico.

Quindi, parlando con le persone, c’è questo trucco: incontri gente che non hai mai visto prima, magari a uno show, e ti comporti come se li avessi già incontrati. È un piccolo life hack per qualsiasi situazione. Dici: “Ehi, che bello rivederti” anche se non li hai mai visti prima. E nella loro testa… non so, la maggior parte delle persone non vuole sembrare scortese. Dire “piacere di rivederti” invece di “piacere di conoscerti” è sempre una buona mossa. Queste persone incontrano migliaia di persone al giorno, quindi c’è anche una buona possibilità che sia vero. E di nuovo, ti regala quei pochi secondi in più per scattare una buona foto, prima che girino la testa o chiudano gli occhi. Quindi sì, tante piccole lezioni imparate in un decennio.

Quindi hai cambiato il modo in cui guardi il mondo della moda in generale?

Penso di sì. Lo assorbi semplicemente stando immerso in esso. E inizi a notare i cambiamenti. Ad esempio, credo ci sia stato un grande cambiamento dalla pandemia in poi, e penso che sia lo stesso anche in Europa: ora c’è molto più focus sugli influencer rispetto alle celebrità. E questo, per me, è un grande svantaggio, perché non conosco la maggior parte di queste persone. Che però rende il mio lavoro più democratico, perché nessuno riceve un trattamento preferenziale: non so chi siano. Se hanno un bel look, li fotografo. Ma penso che una parte del glamour della fashion week si sia un po’ persa. E la differenza più grande – che penso influenzi anche il mio lavoro, perché la gente non appare più così bene – è che ormai quasi tutti i designer vestono i loro ospiti.

Vero.

Cioè, se vai allo show di Off-White, la settimana prima sei andato nello showroom Off-White e ti hanno dato un outfit da indossare, o te lo hanno spedito. E fa parte del gioco. Ma così arrivano tante persone che sembrano fuori posto. Non è il loro stile. Qualcuno che veste Calvin Klein non apparirà bene con una jersey da basket di Off-White. E questo è un problema, perché la gente non appare più se stessa. Non si sente se stessa. Non esprime più uno stile personale. E questo influisce: tutti finiscono per sembrare uguali, ed è un peccato. Ora le uniche persone che esprimono ancora uno stile personale sono i giornalisti, i fashion editor. Ma il problema è che vedi sempre le stesse 25 persone a ogni show. Davvero l’unico stile personale in strada è quello degli stylist e di chi non viene vestito dal designer. E io rispetto molto chi dice: “Vado allo show di Coach, allora indosso una gonna vintage Coach”. Oppure: “Porto la mia borsa Coach vintage o i miei stivali Coach e li inserisco nel mio stile”. Perché quante volte esci di casa vestito dalla testa ai piedi con un unico brand? Molti di quei vestiti non sono pensati per essere portati tutti insieme, altrimenti sembri una new money girl della finanza.

E poi io indosso la stessa t-shirt Carhartt con taschino e i pantaloni da lavoro quasi ogni giorno. Non sono uno da mix & match di brand di lusso. Non è qualcosa che faccio. Ma stando nell’ambiente, assorbi certe cose. Ed è buffo avere un’opinione su questo. È come sviluppare un’opinione sulla moda da uno con il mio background: fa ridere.

Ora quindi sei un esperto di moda.

Beh, so solo cosa ha un bell’aspetto. Sono un tipo da dettagli, lo noti e basta. E torniamo alla questione della confidence: quando qualcuno è sicuro di ciò che indossa, non importa cosa indossi. Io poi sono molto attento ai dettagli, molto concentrato su aspetti psicologici: capire i volti, i movimenti. Puoi quasi percepire l’energia. È difficile da spiegare.

[📸 Courtesy of Dan Bassini; © Cobrasnake / Mark Hunter]

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