Milano ha sempre saputo che Prada non era semplicemente un brand. L’istituzione per eccellenza del sistema moda mondiale, il marchio che ha elevato il “brutto” a oggetto del desiderio globale, trasformando l’ugly chic in un linguaggio talmente sofisticato da risultare quasi punitivo per chi non riusciva a comprenderlo – e il problema, ovviamente, era sempre degli altri. Una reputazione sedimentata per decenni, intoccabile a ogni livello, dagli studenti di moda agli insider più cinici.
Poi è arrivato Raf Simons. Il suo tocco da outsider si è percepito immediatamente, e non poteva essere altrimenti: la reputazione del designer belga è altrettanto monolitica, costruita su un’estetica radicata nella sottocultura e nell’identità, capace di attraversare Dior e Calvin Klein lasciando capitoli ancora oggi citati con rispetto – e una buona dose di nostalgia collettiva.
Eppure qualcosa, a un certo punto, si è incrinato. L’ugly chic che per anni ha incarnato tensione intellettuale e sofisticazione distillata sembra essersi trasformato, silenziosamente, in un “brutto” fine a se stesso. La concettualità resta – innegabile, quasi per inerzia – ma rischia ormai di scivolare nell’autoreferenziale. Prada non ha mai parlato di sensualità in modo ostentato, e nessuno glielo ha mai chiesto. Ma qualsiasi traccia di femminilità, anche nella sua forma più cerebrale, pare essersi dissolta del tutto.
La Fall/Winter 2026 è arrivata a certificare questa deriva. La sfilata si presenta come uno specchio quasi fedele della collezione maschile vista il mese precedente: hairstyle volutamente spettinati, abiti deliberatamente “dirty”, camicie colorate abbinate a gonne, trasparenze e pezzi stropicciati con richiami utility. Gli abiti perdono forma e struttura, gli stivali stringati ripropongono formule già percorse stagione dopo stagione. Il concetto c’è – è sempre lì, ostinato – ma la realizzazione lo sostiene sempre meno.
I codici Prada resistono. Ma se la proposta intellettuale rimane intatta, l’esecuzione comincia a mostrare le sue crepe. E questa sfilata lo ha reso più evidente che mai. La domanda, adesso, non è se Prada abbia perso la propria identità. È se sia ancora desiderabile.
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