Era il 29 giugno 2016. YouTube era ancora uno dei mezzi prediletti per arrivare a un “altro” pubblico, quello non mainstream. Non che non ci fosse Spotify, ma il mondo della musica stava vivendo il suo cambiamento più radicale. Trump non era ancora presidente degli Stati Uniti d’America, l’intelligenza artificiale ci sembrava una cosa per nerd e non sapevamo cosa fosse una pandemia. Forse il mondo era più bello, forse era solo un’illusione, forse i sentimenti ci sembravano una cosa da sentire sulla pelle. Anche per questo probabilmente quando Coez, nome d’arte di Silvano Albanese, ha pubblicato “Lontana da me” ha subito attirato l’attenzione di chi vi scrive. Una delle canzoni d’amore più belle degli ultimi vent’anni. Probabilmente sì. Ma ritornando a quel 29 giugno 2016, la versione unplugged fu ancora più potente. Non solo perché esibita in una versione voce e chitarra, ma perché la location scelta da Coez per quella performance era alquanto suggestiva e poetica. Un terrazzo, un rooftop, chiamatelo come volete. “From the rooftop”, appunto.

«Il fatto di fare un format che all’inizio è partito con il mio chitarrista e basta, che suonava la loopstation sui tetti, era un modo per dare alle canzoni una veste più intima soprattutto quando magari si spingeva tanto con l’album verso una dimensione più pop, più radio. Era un modo per far sentire le canzoni nella loro forma più scarna, quindi a volte anche più emotiva. Quindi nasce per questo, io effettivamente non l’ho mai spiegato, non è un vero e proprio acustico. Nel senso, sì, magari in alcuni brani abbiamo deciso di portare un terzetto d’archi, c’è il pianoforte sul tetto, però comunque suoniamo la chitarra elettrica, il basso, il basso synth, i sintetizzatori. Nella versione precedente addirittura avevamo l’808 sulla batteria, quindi insomma non è l’MTV Unplugged, perché quello lì è veramente un acustico. È un progetto al quale sono molto legato, ogni anno che lo facciamo cerchiamo in qualche modo di fare un upgrade, infatti siamo sempre di più sul tetto», spiega Coez.
Un titolo che è diventato subito iconico nell’immaginario non soltanto dei fan, ma di tutti gli appassionati di musica in Italia, che da quel giorno hanno associato subito quel luogo, così vicino al cielo, a Coez. Una sorta di brand, di format, indissolubilmente legato alla sua carriera che poi da “Non erano fiori” ha saputo prendere il là trasformandolo in una delle penne più belle e affermate che abbiamo in Italia. Dal 2016, ormai 10 anni fa, di acqua sotto i ponti ne è passata, di cose ne sono cambiate, così come sono tante le canzoni che Coez ha regalato al suo pubblico. Ma soprattutto c’è stato un altro “From The Rooftop”, nel 2022, che ha riportato un po’ di brividini a chi lo ascolta assiduamente e ha adorato quel format. Ora, a distanza di 10 anni dal primo, e di 4 dal secondo, è pronto a uscire il terzo capitolo di questo format così fortunato, che Coez ha presentato alla stampa ieri, lunedì 18 maggio 2026, al Cinema Anteo di Milano. Con una piccola proiezione di alcuni estratti delle esibizioni registrate per questa edizione, oltre a una chiacchiera in libertà con i giornalisti presenti, tra cui noi, per raccontare quello che forse non ha mai fatto fino in fondo. Visto che “From The Rooftop” ha sempre avuto vita propria e non ha avuto troppe presentazioni per bucare lo schermo e diventare quello che è oggi.
«Il format, per essere un format, in qualche modo deve avere delle regole. Le regole me le sono date io all’inizio e ora le devo rispettare. Cosa non facilissima, perché ad esempio comunque dentro c’è sempre un pezzo rap, dentro c’è sempre una canzone diciamo del mio mondo che è quello della canzone moderna, indie non so, chiamatela come volete, non so manco io. Magari all’inizio era partito che c’era anche un pezzo italiano grosso, adesso invece abbiamo inserito gli inediti già dalla versione precedente, dalla stagione precedente. Quindi in pratica ecco c’è anche un po’ una difficoltà, nel senso che quando si va in studio noi magari riusciamo a tirare fuori 7-8 canzoni. Non è detto che tutto quello che proviamo, io lo riesca a interpretare bene oppure che venga bene in una forma così scarna. La difficoltà del format è che tante cose si provano e poi comunque non vedono la luce. Su questo rooftop devo dire che con Colombre ci abbiamo messo tanto tempo a scegliere i brani, stiamo lavorando da forse non dico un anno ma insomma siamo lì. Chiaramente abbiamo scartato un sacco di brani, avevamo in testa anche altre collaborazioni, però poi non sono andate a buon fine proprio per un fatto che comunque non è detto che una canzone venga bene cantata da chiunque», spiega ancora l’artista romano.

Ma è bello ricordare, è bello anche soffermarsi su quello che è stato e che sarà. Perché dalla formula iniziale di “From the Rooftop” ci sono state regole e novità. Così come quest’anno, la prima volta in trasferta, visto che la terrazza scelta da Coez è quella di Firenze dell’Hotel Baglioni. Dopo le due volte romane, una novità che coincide anche con il From The Rooftop Tour, che partirà con i due sold out dell’8 e il 9 luglio all’Anfiteatro delle Cascine proprio di Firenze, per poi proseguire l’11 luglio all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei (NA), il 16 luglio al Lake Sound Park di Cernobbio (CO), il 18 luglio al No Borders Music Festival ai Laghi di Fusine di Tarvisio (UD), il 22 luglio in Piazza dei Cavalieri a Pisa, il 25 e il 26 luglio all’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera (BS, sold out), il 30 luglio in Piazza Monastero Colonna a Trani (BAT), l’1 e il 2 agosto nuovamente all’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera (BS) (prima data sold out), il 4 agosto alla Rocca Maggiore di Assisi, il 28 agosto a Palazzo Te di Mantova, il 2 e il 3 settembre allo Sferisterio di Macerata (seconda data sold out), il 5 e il 6 settembre al Teatro Romano di Verona (prima data sold out), il 10 settembre al Teatro Antico di Taormina (ME), per concludersi il 12 e 13 settembre al Teatro di Verdura di Palermo (prima data sold out).

Dicevamo di Firenze, come mai è giunto a questa scelta? «Noi ogni volta cerchiamo comunque di creare qualcosa di nuovo, di diverso. Il primo rooftop era ogni pezzo su un tetto in due, insomma, in giro per Roma. Il secondo siamo riusciti veramente a fare questa presa diretta, però eravamo molto spaventati dalle intemperie, dal vento, e quindi l’abbiamo fatto in un albergo che aveva questa tensostruttura intorno, tipo veranda, che si poteva aprire, quindi verso la fine poi siamo riusciti ad aprirla, sempre a Roma. Quest’anno abbiamo fatto un po’ di sopralluoghi in giro per l’Italia e abbiamo visto questo albergo che era stupendo, proprio in centro a Firenze. In più col tour partiamo da lì quindi poi ci sembrava comunque una buona idea, ecco».
Un nuovo tour sempre più suonato, sull’onda di ciò che è già avvenuto negli ultimi anni. «Se guardo quello che sta succedendo nella mia discografia, dall’album precedente ad oggi, sicuramente mi sto spostando verso il mondo più suonato, verso un qualcosa di più minimale. Anche forse 1998, che è l’album precedente, credo che in qualche modo stesse andando verso questa direzione, anche i concerti che sono stati fatti a Londra erano tutti quanti senza sequenze, senza click, quindi credo che proprio in generale sto andando verso questa direzione proprio a livello artistico. Forse anche la scelta di Colombre, che appunto è un musicista anche molto bravo a improvvisare, che non fa mai una take uguale all’altra, è stata proprio anche per questo», dice Coez.
Decine di professionisti coinvolti, diverse collaborazioni, addirittura un inedito. Più precisamente “Niente da nascondere”, che apre la tracklist composta da brani come “Faccio un casino”, già pubblicata su YouTube dal cantautore, “Blatte” con Colombre, ma anche “Parla piano / You Are My Lady” con California.
10 anni, dicevamo, ma lo spirito è rimasto lo stesso per Coez? A rispondere è direttamente lui. «All’inizio, sono sincero, noi lo volevamo registrare su un tetto, però con i nostri pochi mezzi abbiamo comunque registrato i provini e poi fatto dei playback. Perché fondamentalmente proprio anche a livello economico non avevamo una struttura, non avevamo proprio il personale, quindi eravamo veramente io e il mio chitarrista che facevamo questa cosa. La prima volta siamo andati su questo tetto a registrare e c’era vento, c’era insomma un casino. Quindi io penso che l’intento ci sia ancora, che è quello fondamentalmente di emozionare con le canzoni per appunto farle arrivare in una maniera più intima, come ad esempio quello che succede pure nel teatro».
Le canzoni che devono emozionare. Ma Coez si emoziona ancora come la prima volta a cantare a decine di metri d’altezza? «Diciamo che secondo me il rooftop cattura un pochino quella sensazione, pure un po’ quell’adrenalina di non sbagliare. Comunque sul tetto siamo a volte anche 30 persone. Quindi quando parte un ciak, si crea un po’ un clima… non voglio chiamarla tensione, non voglio darle un termine negativo, però quella cosa là già comunque ti mette in una dimensione di live. Io mi emoziono ancora ai concerti. E sui rooftop si crea quella cosa lì, con una tecnica dietro molto buona. E quindi sì, per rispondere, mi emoziono ancora anche con “From The Rooftop”».
Non solo terrazze e skyline, insomma. Dall’8 maggio, infatti, è disponibile “CI VUOLE UNA LAUREA (from the Netflix Series “Due Spicci”)”, il nuovo singolo di Coez presente nel trailer e nella colonna sonora della nuova serie di animazione “DUE SPICCI” creata, scritta e diretta da Zerocalcare, prodotta da Movimenti Production, parte di Banijay Kids & Family, in collaborazione con BAO Publishing, che arriverà solo su Netflix il 27 maggio. A proposito del connubio con Zerocalcare, Coez ha rivelato: «Io e lui ci conosciamo da tanto, ogni tanto ci sentiamo, comunque siamo di Roma tutti e due, ci siamo incontrati più volte anche per altre cose. Mi ricordo una volta volevo fare un video, lui ancora non faceva i cartoni animati e io volevo sapere se era disposto a farmi un minuto di cartone animato e ci siamo incontrati perché lui non sapeva come si faceva. Cioè proprio ognuno voleva una cosa che poi non ha ottenuto. E poi dopo mesi ho cominciato a vedere che faceva queste storie che pure lui chiamava i disegnetti animati, insomma, e poi chiaramente successivamente ho visto tutta la roba di Netflix. Sono sempre stato fan. Io gli avevo fatto sentire un pezzo di 1998. Gli avevo proprio scritto “Oh sentiti il pezzo, mi ha fatto pensare alla tua serie quella vecchia”, effettivamente poteva essere proprio la colonna sonora di quella vecchia. E lui mi ha detto: “Guarda ti volevo chiamare, con questo brano non ci faccio niente, detto però sarebbe figo se hai qualcosa”. Ci siamo incontrati e siamo andati a pranzo, abbiamo fatto due chiacchiere, e poi insomma stabilito che il pezzo che gli avevo mandato gli era piaciuto tantissimo però non l’avrebbe mai usato – quello ad esempio era molto rock, era molto più duro. Però quando mi ha detto che tipo di serie stava facendo, gli ho fatto sentire quest’altro brano, che comunque per me ha un po’ delle vibe ‘90, vibe anche un po’ 883, che comunque conoscendo lui, conoscendo il suo gusto, potevano tranquillamente sposarsi bene. E infatti lui l’ha scelto, gli è piaciuto subito».
[📸 Tommybiagetti; Courtesy of Words For You]