Negli ultimi tempi, ogni volta che viene annunciata una nuova produzione sembra di avere un déjà vu. Titoli già sentiti, pronti a tornare con un secondo capitolo o a ottenere un restyling sotto forma di reboot o remake. Tra quelli attesi nei prossimi mesi ci sono nuove versioni di cult come So cosa hai fatto (I Know What You Did Last Summer), Harry Potter, Orgoglio e pregiudizio, American Psycho, The Odyssey, solo per citarne alcuni che devono ancora uscire. Ma non mancano neanche i sequel: Il diavolo veste Prada, Pretty Princess (The Princess Diaries) e Quel pazzo venerdì (Freaky Friday), pellicole che hanno segnato una generazione e ora puntano a riconquistare i nostalgici e forse anche chi era troppo giovane per vivere la gloria del film originale. Intanto, nell’ultimo anno sono già arrivati altri remake di opere iconiche come Il Gattopardo e Nosferatu, due titoli che, seppur profondamente diversi, rappresentano ciascuno a suo modo un pezzo di storia del cinema. Entrambi sono tornati con un linguaggio nuovo, portandosi però dietro il peso del confronto con le versioni originali.
Notizie di questo tipo fanno inevitabilmente rumore: ogni volta che un titolo iconico torna a far parlare di sé, l’effetto è assicurato. Come una formula apparentemente sicura per il successo, in un momento storico in cui, praticamente in ogni settore, si cerca di giocare sul sicuro per minimizzare le perdite. Eppure, ci sono diverse questioni da considerare quando si trasla nei tempi moderni qualcosa che non appartiene più all’epoca corrente. Basti pensare al recente caso di Biancaneve: il film è stato ampiamente criticato, anche per via di una rilettura forse troppo forzatamente moderna, che secondo molti ha finito per allontanarsi dalle radici della fiaba originale. Lo stesso è accaduto con il sequel di Sex and the City, And Just Like That, accusato da una parte di essere diventato eccessivamente woke e, di conseguenza, distante dallo spirito irriverente e graffiante della serie originale, rendendo il tutto meno autentico.
Allora la domanda sorge spontanea: non c’è più creatività nel mondo del cinema? È più semplice percorrere strade già battute, forti del successo ottenuto in passato, piuttosto che rischiare con l’originalità, pur affrontando il salto nel vuoto degli incassi? Sembra quasi una domanda retorica. Se la recessione nella moda riflette lo stato della società, il cinema sembra seguirla a ruota. Questo fenomeno suggerisce non solo il bisogno di sicurezza economica da parte delle produzioni, ma anche, forse, un bisogno collettivo di rifugiarsi in un passato rassicurante. In un tempo in cui tutto cambia rapidamente, tornare a qualcosa che già conosciamo diventa un rifugio psicologico. Un modo per sfuggire all’incertezza di una realtà spesso troppo instabile, disordinata e imprevedibile. Che poi anche il nuovo capitolo sia davvero un successo, non è affatto scontato. Si dice spesso che il secondo libro non sia (quasi) mai superiore al primo, e lo stesso vale per film e serie televisive. Il pubblico cambia, così come il mondo che lo circonda – e soprattutto cambia lo spirito del tempo.
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