Charlie Puth torna con “Whatever’s Clever!”: “Per la prima volta la mia vita è allineata con la mia musica”

Che voi siate a Milano o in California, oppure nel New Jersey, la sostanza non cambia: se ascoltate una canzone di Charlie Puth, la cantate e muovete il piede in maniera incontrollata. È tra le tante peculiarità di un ragazzo del 1991 che ha reso sinonimo del suo percorso la qualità. Una cosa che non sempre è così diffusa nel mondo musicale di oggi, dove forse, in maniera ruffiana, ci sono canzoni che vengono confezionate e prefabbricate pronte da essere consumate.

Charlie Puth di successi ne ha avuti e ne continua a sfornare, ma dietro la loro produzione c’è la sua mano e il suo orecchio assoluto, che in qualche modo lo ha reso una sorta di scienziato della musica. Di uno che riesce ad analizzare un qualsiasi suono e a farlo germogliare in qualcosa di più. Una cosa che gli si deve riconoscere e che ha fatto fruttare in “Whatever’s Clever!”, quarto album in studio del ragazzo del New Jersey, che a suo modo rappresenta un progetto atipico nel panorama discografico.

E infatti nelle dodici tracce del suo disco lo dimostra un’altra volta, mettendosi completamente in gioco e regalandoci un temporale nostalgico che, in realtà, riesce a risultare per niente scontato né antico. Il contrario semmai. Un po’ nostalgico, sì, ma il giusto. Non c’è voglia di rubare il passato e riproporlo in modo opportunistico. Semmai c’è rielaborazione fino ai minimi dettagli, con lo sguardo unico di Puth. Un sound che abbraccia gli anni ’80 e ’90 in tutto e per tutto, ma che suona così attuale in questi giorni. Merito della sua mano e della sua penna, che assicurano un risultato eccezionale, tra ritornelli che risuonano martellanti in testa, e anche un pizzico di sperimentazione.

Charlie si è messo in gioco. E il motivo è presto detto, visto il momento della vita in cui questo album esce. Un periodo di “Changes”, letteralmente per citare uno dei suoi singoli, visto che, con la moglie Brooke Sansone, ha da poco accolto il loro primo figlio. Ci sono riflessioni, momenti di intimità musicale con artisti che stima e alcuni suoi miti – per quanto in “Don’t Meet Your Heroes” il consiglio sia l’opposto – che aiutano a trainare il disco verso sonorità yacht rock e, appunto, anni ’80 e ’90. C’è la famiglia, sia quella che fino a poco tempo fa stava per nascere e che adesso è realtà, sia quella che ha sempre avuto.

Come in “Cry” con Kenny G, dove parla con il padre, o come in “Hey Brother”, dove canta una dolce lettera al fratello minore Stephen. Le collaborazioni non sono mai scontate, ma sempre inserite nel mosaico che il cantautore si è immaginato. E così, oltre a quelle già citate, non possiamo soprassedere sulla presenza di Jeff Goldblum in “Until It Happens To You”, dove si sentono parti parlate dell’attore in piena armonia con quella di Charlie, accompagnato dai cori. Ma i nomi sono tanti altri: da Coco Jones a Hikaru Utada, fino a Ravyn Lenae.

Il risultato è solido, efficace, raffinato e sempre sensato, con la novità di un’orchestra presente in molte canzoni del disco e una componente estremamente suonata nei brani, che nei suoi concerti previsti nel world tour – dove sarà impegnato quest’estate anche in Italia, a Pompei il 24 luglio 2026 e a Cernobbio il 25 luglio 2026, in occasione del Lake Sound Park – emergerà ancora di più.

Perché Charlie sa farsi capire in maniera chiara e la sua voce è il trait d’union perfetto per dare quella sfumatura ancora più calda e accogliente, per parlare senza troppi giri di parole di se stesso e dei suoi sentimenti. Allo stesso tempo rivolgendosi a noi, dall’altra parte della cuffia, che a un artista così possiamo solo applaudire. Lo abbiamo sentito pochi giorni fa, proprio per scoprire di più sul suo nuovo progetto, appena uscito oggi, 27 marzo 2026.

Ti ho sempre considerato una specie di “scienziato della musica”. Mi spieghi com’è la vita di un ragazzo che ha l’orecchio assoluto?

A volte devo ricordarmi di godermi semplicemente la musica. Sono abbastanza fortunato da avere una sorta di interruttore nella testa con cui posso spegnere la parte analitica e semplicemente, sai, stare su una barca a Ischia, accendere il jukebox e ascoltare la radio italiana, che mi piace davvero tanto perché è così varia. E sembra che ci sia una stazione per qualsiasi cosa, cosa che mi piace molto. Ma apprezzo anche il mio lato analitico, perché è quello che mi aiuta a fare musica.

Sei al tuo quarto album, a che punto ti senti del tuo percorso musicale?

Questo è il momento più emozionante per me, perché è la prima volta in cui la mia vita è completamente allineata con la musica che faccio. È evidente: sto per diventare papà (quando abbiamo chiacchierato con lui non era ancora nato suo figlio, ndr), e sento che questo album è la musica che potrebbe suonare in sottofondo mentre faccio il papà. Ho una canzone che si chiama Love in Exile con Michael McDonald e Kenny Loggins, e sembra proprio una specie di “dad-bop”, una cosa da papà. È una sorta di yacht rock new age.

C’è un tripudio di trombe e sax nel disco. C’è dolcezza ma anche teatralità, un po’ come nella vita. “Whatever’s Clever” suona così vintage ma allo stesso tempo molto fresco: mi spieghi come è nato questo disco?

È esattamente ciò che cercavo di trasmettere mentre lo facevo. Per me questo album è quasi come una dedica, una sorta di lettera a tutti i musicisti e artisti che sono venuti prima di me, come Kenny Loggins, Michael McDonald, Jeff Goldblum… potrei andare avanti all’infinito. Ma non avrei potuto fare un album ispirato allo yacht rock senza includere i due che lo hanno reso ciò che è. E non avrei potuto fare una ballad dal suono late ’80s senza coinvolgere Kenny G, che ha suonato in molti di quei dischi dei primi anni ’90. Per me è divertente modernizzare questi tipi di canzoni, perché una parte del mio pubblico potrebbe non conoscerli bene. Alcuni sì, ma per chi non li conosce, è un modo per mostrare cosa è venuto prima di me.

Senti, ma c’è un suono specifico, un dettaglio sonoro – magari anche impercettibile – che ti ha fatto perdere ore in studio mentre lavoravi a questo album?

Questa volta, nel mio quarto album, ho usato più musicisti reali che mai. Di solito sono io a suonare tutto: batteria, archi, pianoforti, chitarre. Ma questa volta abbiamo un coro di 10 persone, un’orchestra di 19 elementi in molte tracce. Il basso dal vivo, la batteria dal vivo. È una novità per me, ma è un passo nella direzione che voglio prendere: rendere la musica suonata dal vivo estremamente accessibile per i miei fan.

Ho letto che hai una sorta di sinestesia e che quando componi musica vedi dei colori. È corretto?

In realtà no. Conosco persone che ce l’hanno, come il mio amico Pharrell. Il modo migliore in cui posso descrivere come percepisco la musica è che per me è tutto molto letterale. Come quella libreria: c’è qualcosa di verde dietro di te. E io non associo il verde a un accordo di Do diesis maggiore o cose del genere. Associo semplicemente il verde al fatto che è verde. Se suono un accordo di Re maggiore, riesco a sentirlo nella mia testa: è un accordo di Re maggiore. Per me è tutto molto diretto, molto letterale, se ha senso.

Me se dovessi provare, allora, che colore daresti al tuo album?

Direi che è rosso, perché il rosso serve ad attirare l’attenzione. È per questo che, quando guidi in autostrada, molti dei loghi dei negozi sono rossi: vogliono che la gente entri a prendere un caffè o qualsiasi altra cosa. Il rosso è il colore pensato per catturare l’attenzione delle persone. Volevo davvero attirare l’attenzione della gente anche solo dal punto di vista visivo con questo album.

Parliamo di perfezione e del peso del successo. Hai seguito il consiglio che ti sei dato in “Beat Yourself Up”? Quanto hai sentito il peso del successo nella tua carriera?

“Beat Yourself Up” è una canzone per cui a volte devo mettere in pratica ciò che predico. Tra l’altro, era nata come una canzone scritta per qualcuno che aveva bisogno di sentirla. E mentre la stavo scrivendo, mi sono detto: “Oddio, dovrei davvero seguire questo consiglio anch’io”. Quindi forse hai ragione. A volte devo prendere in considerazione il mio stesso consiglio. Tendo a essere un po’ duro con me stesso. Ma sono davvero grato per ogni momento della mia carriera. Ora guardo indietro, a 10 anni fa, al mio primo viaggio in Italia, quando ho incontrato tutta la stampa e tutte le persone meravigliose con cui avrei finito per parlare per promuovere il mio album, per far conoscere la mia musica al mondo e costruire relazioni con loro. È incredibile quanto velocemente sia passato il tempo.

C’è una canzone che secondo me è tra le più belle che hai fatto, si chiama Home, l’hai realizzata con Hikaru Utada. È vero che tua moglie all’inizio non aveva capito che fosse dedicata a lei?

Sì, ma succede sempre con Brooke (Sansone, la moglie, ndr). Non ascolta mai le parole! Potrei cantare “ti amo, Brooke” e lei direbbe: “Per chi è questa canzone?”. Lei ascolta la melodia come me.

In “Cry” parli con tuo padre dell’accettare le fragilità, che trovo molto importante nei nostri anni. Quanto è importante per te oggi parlare di vulnerabilità? E soprattutto, l’hai scritta pensando anche al tuo di figlio?

No, non mi rendevo conto in quel momento che sarebbe successo a me. Ma devo riconoscere il merito al mio collaboratore, BloodPop, ho fatto questo album con lui. Mi ha davvero spinto a scrivere di cose diverse. Puoi scrivere solo fino a un certo punto canzoni sulle relazioni. Sono divertenti. Ma mi sono reso conto che farei un torto ai miei fan se non parlassi della mia vita. E questo è qualcosa di cui volevo parlare – o meglio, cantare – nella mia vita. Non puoi scrivere solo di relazioni. Sarebbe un torto per i fan non raccontare la mia vita.

Ti cito questo testo: “You smokеd, then ate seven bars of chocolate. We declared Charlie Puth should be a bigger artist”. Non sono mie parole ma di Taylor Swift, ovviamente…

Ho sentito quelle parole cantate un paio di volte (ride, ndr).

Ma lo hai scoperto ascoltando la canzone? Oppure te l’ha detto prima?

No, nessuno me l’ha detto, non sono stato contattato. È stato un complimento davvero bellissimo e una sorpresa altrettanto bella sentire quel complimento accompagnato da una melodia (in The Tortured Poets Department, ndr).

Sei pronto a partire in tour in giro per il mondo dal 22 aprile e verrai anche in Italia, a Pompei il 24 luglio 2026 e a Cernobbio, per il Lake Sound Park, il 25 luglio 2026. Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo live?

Se ti è piaciuto l’album, dal vivo ti piacerà ancora di più. Sono canzoni pensate per essere suonate live. Abbiamo una band incredibile e sarà uno spettacolo molto musicale. Non vedo l’ora di sentire l’energia dei fan italiani.

Condividi l'articolo sui social: