Chanel: la camicia bianca simbolo dell’amore tra Coco e Boy Capel

Siamo nel periodo storico a cavallo tra ‘800 e ‘900, quello dove l’Occidente si cimenta a sperimentare enormi cambiamenti – partiti dall’Esposizione Universale del 1855 e poi proseguiti per tutto il corso della cosiddetta Belle époque – che hanno incluso letteralmente ogni ambito possibile, da quello medico a quello industriale, dalle comunicazioni all’elettricità. Si può dire che il mondo moderno, per come lo conosciamo oggi, è iniziato proprio da quel momento. Eppure, in un clima di rivoluzione generalizzato e totalizzante, la vita delle donne era ancora determinata da fattori specifici e castranti, come se il concetto di “vecchio mondo” potesse essere considerato obsoleto per tutto e tutti, tranne che per loro. In primis, per il vestiario. Corsetti strettissimi e che appena permettevano di respirare, strati e strati di tessuto, accessori ingombranti tra cappelli piumati, guanti e ombrellini da portare rigorosamente nel quotidiano per proteggersi dal sole. Un armamentario vero e proprio, che in un mondo che stava andando in avanti relegava inevitabilmente le donne ancora in una condizione di subordinazione. Del resto, come anche solo avrebbero potuto pensare di ribellarsi se a malapena riuscivano a muoversi?

Ecco perché, quando un’orfana cresciuta in un orfanotrofio di suore nella regione dell’Aquitania scelse di contravvenire a tutto ciò, non senza rischi, quelle stesse donne che inizialmente la guardarono con sospetto finirono per ringraziarla per sempre, grate per ciò che era riuscita a fare, ovvero liberarle per sempre dal concetto di vestito come gabbia ornamentale. Quell’orfana si chiamava Gabrielle, detta “Coco”, Chanel e la sua storia la conosciamo tutti, o quasi. Cresciuta in una vita di stenti e privazioni, se ai bambini era concesso di sognare a occhi aperti lei scelse di farlo con i mezzi a disposizione e con la realtà che la circondava. Non esattamente un mondo rosa e fiori, eppure l’austerità clericale con cui convisse durante l’infanzia ebbe non poca influenza sulla creatività che l’avrebbe resa celebre in tutto il mondo ⁠da lì a pochi anni. Le suore, con le loro uniformi di sobria semplicità, impattarono il gusto di Coco che si appropriò di quella estetica universalmente riconosciuta come “triste e misera” per renderla al contrario ispirazione di un’eleganza rivoluzionaria. Determinata, spigolosa, ruvida e riservata, Coco Chanel non si rassegnò a un’infanzia infelice ne tanto meno alla condizione di povertà alla quale sembrava inevitabilmente destinata, ma trasformò tutto questo in una forza motrice per cambiare per sempre le regole del mondo femminile.

Ma, a influenzare la sua visione, furono anche gli uomini. Coco, che trovava scomodi e ridicoli i belletti del femminile dell’epoca, prediligeva ispirarsi al guardaroba maschile, in primis per i suoi vestiti che cuciva lei stessa. Una donna eccezionalmente unica e di questa unicità se ne rese già conto, in tempi non sospetti, il primo amante della stilista, Étienne de Balsan. Ufficiale di cavalleria ma soprattutto erede di una famiglia di imprenditori nel settore tessile, de Balsan, seppur stranito, intuì che quella minuta ragazza bruna, così diversa dalle altre donne, che amava tagliarsi i capelli da sola e che rifiutava ogni tipo di vezzo considerato inutile, aveva la determinazione giusta per poter dar vita a qualcosa di personale. Ecco perché finanziò la prima vera attività della stilista, con l’apertura di un primo atelier di cappelli presso il suo appartamento parigino, in Boulevard Malesherbes.

Ma de Balsan rimaneva pur sempre un uomo del suo tempo, e nonostante i tentativi, non riuscì mai a comprendere fino in fondo le necessità di Gabrielle di essere indipendente e lavorare a progetti sempre più ambiziosi. Malgrado ciò, nella sua residenza, il castello a Royallieu, Coco entrò in contatto con la grande passione dell’amante, ovvero le corse e i cavalli. La giovane imparò a cavalcare come un uomo sorprendendo lo stesso de Balsan e i suoi amici dell’alta borghesia, non curante dei preconcetti sociali per cui fosse considerato disdicevole per una donna. Inoltre, il mondo equestre fu un importante fonte d’ispirazione anche per la sua moda, che prese non pochi spunti dal polo. Ma soprattutto, fu proprio nella residenza di de Balsan che Coco incontrò quello che è stato per sempre considerato il grande amore della sua vita: Arthur, detto “Boy”, Capel. Un amore durato una vita e che è stato molto di più di una semplice relazione romantica: un rapporto fatto di stima e rispetto reciproci, interessi e passioni comuni, ispirazione creativa che cambierà per sempre il punto di vista della stilista.

A differenza di de Balsan, Boy, che era un industriale di New Castle, aveva la sensibilità necessaria per comprendere il talento di Gabrielle: la sua diversità non lo preoccupava ma al contrario, lo affascinava e incuriosiva, finendo per amarla completamente e aiutandola a finalizzare un sogno. Fu infatti Boy a finanziare l’apertura della prima e celebre boutique parigina di Rue Cambon 31, la prima di una lunga serie. Ma non finiva qui: appassionati entrambi di numerologia, fu proprio da questo interesse in comune che nacque l’idea di decodificare ogni fragranza della maison con un numero piuttosto che con un nome, come nel caso di Chanel N.5.

Inoltre, Boy, uomo naturalmente elegante, fu per Coco una musa di stile. Se la letteratura ci aveva sempre raccontato di donne muse di uomini, con Chanel i ruoli si invertono. Gabrielle indossava i vestiti di Boy, si ispirava al suo armadio per la creazione di collezioni pensate per le donne che, pian piano, cominciarono sempre di più a frequentare la sua boutique. Un amore che, nonostante attraversò la vita di entrambi per lungo tempo, non venne mai ufficializzato del tutto: secondo le convenzioni del tempo, era pressoché impossibile che una donna dell’estrazione di Chanel – sebbene fosse colta e sveglia – sposasse un uomo di alto rango come Capel; il quale, alla fine, sposò una donna di pari lignaggio, pur continuando ad amare Coco e a portare avanti la loro storia d’amore. A porre fine alla relazione, la tragica e prematura morte di lui: il 22 dicembre 1919, Arthur perse la vita in un incidente d’auto sulla strada per Cannes. Per Coco fu un duro colpo, ma, come già aveva dimostrato sin dalla più tenera età, scelse di non soccombere al dolore ma di reagire trasformandolo in forza creativa. Dagli anni ’20 in poi il suo nome divenne sempre più celebre e lo stile Chanel conquistò il mondo intero. Gabrielle, nel suo cuore, rimase per sempre fedele all’amore per Boy e continuò a farlo vivere attraverso i capi che lei stessa disegnava.

Quando Matthieu Blazy, nuovo direttore creativo di Chanel, ha debuttato sulle passerelle parigine della sera del 6 ottobre con la collezione Spring Summer 2026, in molti non avranno potuto fare a meno di notare la lunga serie di camicie da uomo bianche della collezione. Classicamente essenziali e dal fit over d’ispirazione maschile, le camicie bianche di Blazy sono state realizzate in prestigioso cotone in collaborazione con Charvet, e riportano il logo Chanel ricamato a mano sul lato. Quella che potrebbe sembrare una semplice camicia bianca è in realtà una connessione profonda e un omaggio che il designer ha dato alla fondatrice della maison: Coco amava indossare i capi di Boy, tra cui le sue camicie da uomo con le iniziali ricamate a mano.

Gli archivi di una maison spesso non rappresentano solo prodotti ma delle storie che hanno a che fare con la vita vera delle persone. C’è stato un tempo, un lungo tempo, in cui la stilista più famosa della storia della moda ha amato, ricambiata, un uomo che ha creduto nel suo talento senza tarparle le ali, ma permettendole di volare alto. Quell’amore vive oggi in una camicia bianca, un capo così semplice eppure così prezioso. Per sempre.

[ 📷 IPA]

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