Qualche esperto del settore diceva spesso: ci vogliono le canzoni. E questa frase, perdonatemi se l’ho ripetuta in tanti altri contesti, ma è profondamente vera. Ma per fare quelle canzoni, che costituiscono un nucleo fondamentale per ogni artista, ci vuole sensibilità, ci vuole la penna giusta, ci vuole talento. E ci vuole anche un gran coraggio. Più o meno come imbarcarsi in album che ti mettono a nudo, o come imparare tutto d’un tratto un nuovo strumento. Perché la vita ci mette davanti a dei limiti che potrebbero fermarci. Perché a volte la tranquillità e il successo potrebbero costituire un punto di arrivo.
Cesare Cremonini forse in queste cose scritte poc’anzi potrebbe ritrovarsi, ma anche no. Soprattutto su quest’ultima frase, per lui che artisticamente è un animale da palcoscenico indomito, mai quieto, sempre in movimento. Multiforme, lineare e poi stupefacente. Ce lo ha dimostrato fin da quel 1999, anno di grazia che rimarrà nella storia della musica per quel fenomeno pop che nel suo nome aveva anche un satellite, su cui l’uomo vorrebbe finalmente insediarsi. Non con una navicella, da membri dell’equipaggio Artemis, ma a bordo di una Vespa 50 Special. Possibilmente con una persona a noi cara.
Ieri sera c’erano tante persone care a Milano, all’Ippodromo Snai La Maura. Un’infrastruttura tanto vasta quanto scomoda, ma che ha compensato tutto il tragitto con due ore e mezza di show che sono un abbraccio affettuoso, un bacio – ancora – sulla luna. Non il primo, ma uno di tanti. Perché da anni ormai, quasi ogni estate, è l’estate di Cesare Cremonini. E anche quella del 2026 lo ha rappresentato, con gli show nei green field. Con una scaletta che è a prova di proiettile, inscalfibile, completa. Da Alaska Baby, Dicono di me, Padre madre, Il comico (Sai che risate), a La nuova stella di Broadway, Latin Lover, Possibili scenari, Buon viaggio (Share The Love). Passando per Vieni a vedere perché, Le sei e ventisei, Mondo, fino alla chiusura dedicata alle intramontabili 50 Special, Marmellata #25, Poetica, Nessuno vuole essere Robin, Un giorno migliore.



Ma questa volta, forse, aveva un sapore diverso. Perché è l’ultima volta, per un po’ di tempo, che calcherà palchi accesi sotto i grandi cieli, perché si appresta a far uscire un nuovo disco a breve che rappresenterà un nuovo capitolo musicale nella sua carriera, perché in qualche modo le date del tour 2026 che ha messo a punto rappresentano numericamente pubblici grandissimi. E quindi abbracci ancor più calorosi e immensi.
Quelli che Cremonini si è guadagnato con merito nella sua carriera, ma che forse a volte si dimentica di meritare. Chiedendo spesso molto a se stesso, nel tentativo di emularsi, di non risultare banale e piatto. Ci è riuscito per la maggior parte delle volte, ci è riuscito anche questa volta. Sebbene, per scaletta, lo show di Milano – anticipato dall’emozionante doppietta al Circo Massimo, la cui prima data sarà trasmessa su Rai 1 prossimamente in prima serata – sia simile a quello dell’anno scorso negli stadi, con alcune aggiunte.



Tra cui un Cremonini sempre più musico, legato a doppio filo agli strumenti e alle note. Al sax, alla fisarmonica, alla chitarra, al pianoforte, al Gong Drum. Che impreziosiscono canzoni che il suo pubblico conosce a memoria e che rappresentano pietre miliari della musica italiana, non senza esagerazioni. Fieno in cascina che qualsiasi artista invidia a uno dei cantautori più prolifici che abbiamo in Italia. E che anche nell’ultimo disco “Alaska Baby” è stato implementato, grazie a tanti pezzi fortissimi tra cui spiccano “Ora che non ho più te” e “San Luca” con Luca Carboni. Canzoni valorizzate anche ieri sera ed elevate dalla voce degli 80 mila, che hanno contribuito a riportare il sereno dopo il temporale di fine primavera di poche ore prima. E che siamo sicuri, in qualsiasi posto, con qualsiasi pubblico, avranno vita lunga ancora e per sempre. Qualsiasi svolta ci possa essere, che sicuramente attenderemo con profonda curiosità.