Non c’è il caldo afoso di giugno, ma quasi lo zero termico di Milano. Non ci sono più i fuochi d’artificio sul palco, ma il foliage dell’autunno in città. Cambia tutto, ma non cambia lui. Non serve a molto descrivere Cesare Cremonini, perché parla la sua storia per lui. Specie quella recente. Doppio disco di platino per “Alaska Baby”, 600.000 biglietti venduti nel tour degli stadi 2025, già 200.000 biglietti venduti per le 4 date del 2026. E come ciliegina sulla torta, per il nuovo tour, è uscito “CremoniniLIVE25”, il nuovo disco live che racconta un tour che è sbagliato definire irripetibile. Perché Cremonini ci ha dimostrato nella sua carriera ultraventennale di saper rinascere come un’araba fenice, o come un “colibrì”, per citare una sua canzone recente. Ma soprattutto di sapersi superare, di ricominciare, oltrepassare gli ostacoli e scrivere pagine di una storia senza fine. Since 1999, quando era appena ragazzino e conquistava l’Italia con i Lunapop.
Un triplo album dal vivo imperdibile, che cattura e traduce in musica la forza di un tour che ha attraversato 13 grandi stadi in tutto il Paese, attirando centinaia di migliaia di spettatori. La tracklist traccia un percorso che riporta ai brani dell’ultimo album “ALASKA BABY”, ma con l’aggiunta inevitabile di canzoni diventate manifesto per migliaia di persone. Dall’apertura con Alaska Baby al potente dittico Dicono di me / Padremadre, passando per Ora che non ho più te, canzone che è già diventata un classico. E poi La nuova stella di Broadway, il piano e voce di Vieni a vedere perché e Le sei e ventisei, fino a una sorprendente versione di Figlio di un re con Cremonini alla fisarmonica. Il finale è un crescendo che riunisce tre brani ormai centrali nel suo repertorio: Poetica, Nessuno vuole essere Robin, Marmellata #25, Un giorno migliore.
Ma c’è anche spazio per la condivisione, mai tangibile come in “Alaska Baby”, con la presenza di tre incontri indimenticabili, come quello con Elisa in una versione profonda e magnetica di Aurore Boreali; con Luca Carboni, maestro e amico insieme, con i brani iconici San Luca e Mare Mare; ma anche Jovanotti, per la prima volta in duetto con l’autore di Mondo e in una reinvenzione de L’Ombelico del mondo. Una roadmap emozionante che riscalda il cuore, anche se fuori, nel giorno in cui esce, c’è il gelo.
Per presentare il suo ultimo lavoro, Cremonini ha voluto raccontarsi durante la Milano Music Week, in quello che si è rivelato uno degli appuntamenti più attesi. Al Piccolo Teatro Grassi di Milano si è aperto in totale sincerità di fronte ad Andrea Scanzi e a una platea nutritissima, raccontando di più sull’ultimo disco e sul momento buio che aveva vissuto, della collaborazione – che in realtà è stata quasi più un segno divino -, con Luca Carboni, riunitosi sui palchi degli stadi di tutta Italia insieme a lui e, recentemente, durante il ritorno in concerto da solo al Forum d’Assago a Milano. Ma ha anche approfondito le tappe di una carriera in cui non si è mai nascosto, raccontando emozioni e vissuto come pochi sanno fare.
«Diciamo che per me il coraggio è una forma di sopravvivenza e vorrei poterne fare a meno sinceramente. Sto imparando ancora tanto e certamente lavoro su me stesso ancora per arrivare al punto in cui questo sia normale. Però che sia suonare il sax o realizzare un brano per Fiorello o sfidare me stesso in una competizione in cui non sono bravo o che non ho mai fatto, o provare a smontare certe ideologie o certi meccanismi che nell’espressione italiana sono consueti e secondo me sono un po’ lontani dal cuore dell’arte: questa è una forma di sopravvivenza per me. E forse è anche la benzina che cerco e di cui parlo anche quando finisce, io devo tornare in quell’ambiente lì. Ecco dove c’è una sensazione di essere un po’ sul filo del rasoio fra rischiare tutto, l’all in, ecco, che uno pensa: sono un coglione o un genio? Lì io mi sento a mio agio. Libera risposta».
Schietto, sincero, onesto. Cifra che si nota anche sul palco, un luogo che per lui è come casa. Figuriamoci poi cosa vuol dire, per Cremonini, suonare al Dall’Ara, nella sua Bologna. «Suonare al Dall’Ara è un po’ più difficile di altre location, soprattutto la prima data. Se ne fai due è meglio, perché ne hai un’altra per la rivincita. Perché ti porta tanta razionalità e invece il palco deve essere un luogo in cui non hai razionalità e io quello che cerco fondamentalmente è abbandonarmi finalmente a qualcosa, a un luogo, a un posto, nel quale la razionalità non è la padrona. È un luogo di teatro, di travestimento, di comunicazione, di condivisione; è un luogo che ti pone di fronte a una difficoltà rischiosissima. Ed è proprio in quell’istante che io tiro fuori il meglio di me, e il meglio di me è anche il senso di pulizia, di purezza. Riesco a riconoscermi in maniera totale, veramente, nelle mie proprietà più vere, che provengono dal mio DNA, soprattutto quando sono in una situazione di grande pericolo. Ci sono delle persone che col pericolo vengono fuori e io sono una di quelle».
Suonare davanti a 50.000 persone non è per niente facile. Figuriamoci per platee potenzialmente anche più vaste: come il 6 giugno 2026 al Circo Massimo di Roma, il 10 giugno 2026 all’Ippodromo SNAI La Maura di Milano, il 13 giugno all’Autodromo di Imola Enzo e Dino Ferrari – Music Park Arena e il 17 giugno alla Visarno Arena di Firenze. Date leggendarie, appuntamenti con la storia. Quella che da bambino sognava di scrivere, racconta ancora Cremonini, almeno per una piccola pagina nel grande libro della musica.
«Quello era il mio sogno da bambino, io mi ricordo che avevo 12-13 anni e ascoltavo le prime cassettine di Battisti e dei Queen e mi ricordo che andavo a letto e dicevo: cioè io vorrei fare la storia della musica. Ero molto bambino e ingenuo. Poi mi rendevo conto che era un sogno troppo importante e allora dicevo: “Vabbè basta anche una pagina poi, alla fine”. Questa cosa me la ricordo sempre perché mi ricordo ancora proprio il letto, il cuscino, in cui pensavo… cioè mi ricordo il momento in cui ho pensato: “Ma che cazzo dici”. Però questa cosa di voler fare parte di quelle biografie, di quei libri della musica che leggevi da piccolo, è un po’ ambiziosa come cosa, però è anche una cosa molto difficile e quindi è una sfida importante. Perché non è scontato, è molto difficile, è una cosa veramente difficile, perché i grandi ci sono già stati, c’erano già stati quando io sono nato».

La musica come passione, ma anche come vita. «La musica è la mia cultura, la musica è il mio sangue. La musica italiana, l’ambiente musicale, la discografia, i palchi. Sono fatto di questo ambiente, sono cresciuto in questa storia, quindi a lei dedicherò quello che ho. Quello che posso dire è che non smetterò sicuramente di imparare cose nuove, come sto facendo, mettermi alla prova, ma soprattutto, quando dico che non metto mai nessuno più importante della mia carriera, del mio binario, è che non permetto a nessuno di mancare di rispetto alla mia carriera. Ci sono cose più importanti della mia carriera, ma mancare di rispetto a una storia come la mia non lo può fare mia mamma, non lo può fare un amico, non lo può fare una fidanzata, non lo può fare mio cugino, non lo può fare nessuno. Perché è un rispetto che io do all’ambiente in cui vivo, alla mia storia. Quando sento dire a volte, retoricamente, cose brutte sull’ambiente musicale, un po’ troppo generiche, un po’ troppo qualunquiste, io mi dispiaccio. Perché in realtà mi sento figlio di questo mondo, ecco, è come se in qualche maniera si parlasse male un po’ anche del nostro cielo».
Ma alla fine di tutto, c’è una cosa che differenzia Cremonini da chiunque altro, con tutto il dovuto rispetto. Un segno distintivo che ancora oggi lo muove, al di là delle banalità e della retorica: il sogno. «Vorrei dire una cosa che sembra banale, ma io veramente sogno. Cioè io mi alzo la mattina e veramente sogno. La parola sognare è proprio una cosa che faccio veramente. Non è un gioco di parole o una cosa retorica o una cosa melensa. È proprio una pratica che io adotto e che vivo quotidianamente. Bologna mi aiuta in questo, l’ambiente che mi sono costruito intorno mi aiuta. Ma io mi alzo e sogno. E l’ho capito, perché so cos’è il dolore, so cos’è la sofferenza, so cos’è la malattia mentale, so cos’è la disperazione. Il sogno è un elemento fondante della nostra felicità e della nostra esistenza, e non è concesso potersi permettere di vivere una vita in assenza di un sogno. Non è più concesso, soprattutto parlo per la mia generazione. E quindi io quello che offro agli altri è, in maniera anche démodé e a volte un po’ eccessiva – me ne rendo conto –, un sogno».
Un sogno che non è in vendita, ma è una solida realtà. Parola di Cesare Cremonini.
[📸 ©️ Greg Williams]