Case Museo: quando la sfera privata diventa patrimonio culturale

La nuova tendenza tra gli amanti dell’arte non è più visitare musei o gallerie, ma entrare nelle case di chi l’arte la colleziona. Personaggi illustri, magnati, galleristi o figure di spicco del mondo culturale – storiche o contemporanee – spesso aprono infatti le porte delle proprie abitazioni al pubblico, permettendo di soddisfare quella che, forse, non è soltanto una curiosità voyeuristica. Come vivono queste persone? Di che colore è la loro camera da letto? Quali pezzi di design hanno scelto per il soggiorno? Quali opere d’arte hanno appeso ai muri? Queste realtà rispondono a tutto ciò ma anche ad un’altra esigenza profondamente contemporanea.

Solo a Milano hanno recentemente aperto due nuove case museo, entrambe legate a personalità chiave del panorama artistico meneghino. La prima è Casa Gregotti, un tempo residenza dell’imprenditore e collezionista d’arte Quinto Gregotti, oggi trasformata in uno spazio culturale che racconta il legame della famiglia con l’arte del XX secolo e con la produzione contemporanea. La seconda è la Casa Museo Molinario Colombari, abitazione della celebre gallerista Rossella Colombari e di Ettore Molinario, economista e storico dell’arte. Qui i capolavori di Carlo Mollino, Luigi Caccia Dominioni e Carlo Scarpa, scelti da Colombari, tra i massimi esperti del design italiano, dialogano con la collezione fotografica di Molinario, che include opere di Claude Cahun, Cindy Sherman, Paolo Gioli, insieme a sculture dell’India, del Sud-est asiatico e dell’Oceania, altra sua grande passione.

Mentre Casa Gregotti è stata conservata così com’era abitata da Quinto Gregotti ma non è più una dimora familiare, la casa Colombari–Molinario mantiene una doppia natura: museo e abitazione reale della coppia. Casa Colombari–Molinario, visitabile solo il mercoledì, è già fully booked fino a febbraio, mentre Casa Gregotti presenta un calendario fitto di eventi e visite guidate.

Altre due realtà, donate al FAI nel 2023 e aperte al pubblico a partire dal prossimo 2026, saranno la Casa Museo Crespi e la Casa Livio-Grandi. La prima, dedicata all’impresario Fausto Crespi e al figlio giurista Alberto Crespi, conserva intatti gli arredi e le suppellettili degli Anni ’30, offrendo al pubblico l’opportunità di vistare non solo l’architettura originale ma anche la collezione di opere d’arte dei Crespi, composta da sculture del Quattrocento lombardo, quadri del Seicento romano e una ricca biblioteca di libri antichi. Inoltre, al primo piano della casa sarà esposta in modo permanente la Collezione Bagutta, una raccolta di disegni storici provenienti dall’omonimo locale-istituzione milanese. 

Casa Livio-Grandi nasce invece dall’unione della collezione di Riccardo Livio, industriale del tessile, con quella dei Grandi, nota famiglia di antiquari e collezionisti di grafiche d’autore, entrambi personaggi illustri della Milano dell’800. La casa ospiterà una collezione di disegni dei grandi maestri del Quattrocento, Cinquecento e del Seicento, tra i quali Andrea Mantegna e Paolo Veronese, ed incisioni su lastre di rame, tra cui spicca una bellissima via crucis del Tiepolo. Una collezione che dall’anno nuovo, grazie alla volontà dei fratelli Grandi, diventerà il fulcro espositivo di questa casa-museo.  

Insomma, pare che Milano risponda a un interesse crescente del pubblico nei confronti di questi musei domestici e personali. Il successo di questi spazi, a mio avviso, non deriva soltanto da una legittima e umana curiosità verso la dimensione privata di figure del settore, ma rivela qualcosa di più profondo. La modalità con cui oggi fruiamo l’arte è sempre più fredda, neutrale, depersonalizzata. Le pareti bianche e sterili di gallerie e musei, spazi ordinati e privi di decoro, sono diventati ambienti espositivi intercambiabili. Nati per far emergere meglio le opere, troppo spesso producono l’effetto opposto: dipinti solitari, decontestualizzati, distanti. Ma non è sempre stato così, anzi. I primi musei parigini di fine Settecento, tra cui il Louvre, esponevano le opere in stanze dai muri colorati, con piante, arredi, soppalchi: ambienti che ricordavano case vissute più che sale espositive. Solo con l’avvento del Novecento, e in particolare dopo il saggio critico di Paul Valéry del 1923, Le problème des musées, la forma installativa cambiò. Da allora è diventato norma comune presentare l’arte nel modo più neutrale possibile, il famoso “White Cube”. 

Il boom delle case museo e il successo di forme espositive più sperimentali indicano una sorta di ritorno alle origini: ci stiamo allontanando da modalità di fruizione statiche e asettiche. Per apprezzare davvero un’opera, abbiamo sempre più bisogno di vederla in un contesto “vivo”, contaminato dalla presenza umana.

La curiosità incontra così un nuovo bisogno di vivere e apprezzare espressioni artistiche storiche e contemporanee, ricordandoci che le opere d’arte sono parte integrante della vita privata e ora, grazie anche alla scelta di questi personaggi, anche di quella pubblica.

[📷 casagregotti.com]

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