C’è una casa, a Ivrea, che funziona come una macchina del tempo: varcando la porta, ci si ritrova in un’epoca in cui la tecnologia era elegante e piena di possibilità. Diversa da come la conosciamo oggi, e per certi versi nostalgica. È la Casa Museo olivettiana, uno spazio che racconta le innovazioni visionarie – ma spesso trascurate – di Olivetti negli anni Settanta.
Oltre a essere un prezioso archivio che custodisce le opere più importanti del grande imprenditore italiano, questa casa può essere considerata un vero e proprio “gesto artistico”: una dedica alla storia dell’informatica italiana, che ha gettato le basi per molte delle invenzioni contemporanee. Visitarla significa intraprendere un’esperienza immersiva tra architettura e tecnologia, dove ogni angolo racconta una storia diversa e riporta a un tempo in cui ogni invenzione suscitava uno stupore primordiale. Giorni in cui ci si lasciava davvero sorprendere, in cui il settore dell’informatica italiana aveva un enorme potenziale.
Le linee moderniste dell’edificio, le macchine disposte nello spazio e gli oggetti quotidiani restituiscono l’atmosfera di un futuro possibile, ancora da realizzare. Un futuro che, sebbene poi abbia preso forma, talvolta trasformandosi, in questa casa resta sospeso.
Qui mobili e computer si incontrano, creando un’armonia perfetta: i primi sono progettati per offrire comfort ed efficienza, mentre le “macchine” vengono considerate veri e propri oggetti culturali, capaci di assumere un significato più ampio. Dalla Olivetti Programma 101 all’Elea 9003, ognuno di essi combina tecnologia all’avanguardia e design elegante, affermandosi al tempo stesso come strumento e dichiarazione di intenti.


Gli interni sono stati curati da Giovanna Faso, che abbiamo avuto il piacere di intervistare. Collezionista appassionata della storia dell’informatica, ha attinto alla propria esperienza professionale per dare forma a un museo immersivo che, come un libro, racconta le pagine di un “futuro dimenticato”.
Giovanna Faso racconta la Casa Museo olivettiana: “Un omaggio a ciò che non è stato e un invito a fare qualcosa in più”


In ogni casa si respira un’atmosfera unica, fatta di profumi, colori, scelte stilistiche. Quale atmosfera si respira entrando nella Casa Museo olivettiana e cosa racconta?
«Per entrare all’appartamento si passa da un tunnel molto lungo, con gli oblò sopra. Il tunnel si trova dove si andrebbe a parcheggiare la macchina. Ma siccome uno normalmente ci arriva a piedi, si parte da questa lunga passeggiata sotto il tunnel, fino ad arrivare alla porta e poi scendere giù per le scale. Già lì uno ha camminato parecchio nel cemento, nel grigio. Poi si entra in questo appartamento molto colorato. Penso sia un’entrata molto drammatica».
La prima emozione che raggiunge i visitatori non può essere altro che la sorpresa. «È come se uno entrasse in un tempo che non c’è: un tempo di un’Italia molto futuristica, che guardava al futuro con eccitazione. C’è un po’ questa atmosfera: ho incluso dei giornali e delle riviste dell’epoca, per ricreare e ricordare quella che era la pop culture del tempo».
Ci racconta la storia di questa casa?
«Lavorando nel mondo della programmazione e della tecnologia, ricoprendo ruoli come amministratrice delegata di aziende o creando team di ingegneri, mi sono molto appassionata al modo in cui Olivetti, già a quel tempo, pensava alle squadre, al sistema di lavoro e al dipendente. Avendo letto sempre di più, e dopo essere stata a qualche mostra, mi è venuta voglia di andare a Ivrea, perché tutto era nato lì. Avevo un’immagine completamente diversa di Ivrea: me la immaginavo più multiculturale, molto meno simile a com’è oggi. È un bel posto, ma rimane forse una città po’ chiusa».
«Arrivando a Ivrea abbiamo fatto il giro turistico per vedere i palazzi olivettiani. Uno di questi complessi si chiamava Talponia. Siamo entrati in un appartamento per il tour, ma non aveva mobili, non aveva nulla; addirittura avevano messo dentro cose che non c’entravano assolutamente niente. Rimasi un po’ a bocca asciutta: non riuscivo a immaginare quello che poteva essere stato il pensiero di Olivetti. Da lì mi è venuta l’idea di ricreare un appartamento per far rivivere quella visione. Ne ho visto uno lì e poi un paio in un’altra struttura che si chiama Corso Botta, un palazzo a forma di macchina da scrivere. Era molto bello, ma non aveva l’impatto che cercavo io: mi piaceva l’idea di creare qualcosa che fosse quasi una casa normale per chi viveva in quegli anni».

Perché si parla di “futuro perduto”?
«Perché in quegli anni l’Italia e l’Olivetti stavano davvero spingendo, guardavano al futuro. Parlando con la gente di Ivrea mi sono fatta spiegare com’era la città in quei tempi, e le persone se lo ricordano bene. Molti degli ingegneri Olivetti che passavano da Ivrea erano appena stati negli uffici di Sydney o San Francisco, e portavano con sé musica, libri, cultura: pezzi di mondo da condividere con gli amici.
«Sono andata anche in un negozio di dischi in centro e mi hanno raccontato della musica che entrava nelle case in quel periodo, tipo un gruppo punk mezzo sconosciuto che andava fortissimo in Australia. Ho comprato un disco di quel gruppo che oggi si trova nella Casa Museo olivettiana».
«Si parla di “futuro perduto” perché è un futuro di cui l’Italia poteva far parte, guardando oltre restando in sé stessa. Oggi l’Italia è piena di artisti e professionisti fantastici, ma tanti vivono all’estero perché non si sono sentiti capiti – un po’ come la mia storia. Andando fuori, è stato l’unico modo per sentire di poter fare qualcosa di diverso».
«È come se l’Italia avesse avuto un potenziale che poi non ha mai sfruttato. Non solo l’Italia, ma anche Ivrea: è passata da un momento in cui c’erano musica e mostre incredibili, tantissime librerie – non ho mai visto così tanti negozi di libri – a oggi dove, se non vai in centro, è tutto un po’ spento. Le librerie chiudono. È la storia di molte piccole realtà di provincia».
Parlando dell’appartamento, si può dire che ricrea una sorta di Silicon Valley nata in tempi non sospetti?
«Certo. Infatti ci sono molte testimonianze: per esempio Steve Jobs passò da Ivrea. All’epoca stava iniziando con Apple, aveva finito i fondi e cercava di capire come funzionava Olivetti. Passò da lì per parlare con ingegneri, designer, business manager. Sembra che avesse cercato anche investitori, ma Olivetti rifiutò: erano computer che non si capivano ancora bene. Da Ivrea passarono anche grandi architetti, come Le Corbusier. Era un vero polo culturale e tecnologico: inspiegabilmente, aggiungerei, perché c’erano Milano e Torino vicine, ma l’attrazione era Ivrea, anche per come è fatta: le montagne intorno, il fiume, il centro antico».
Olivetti non era solo industria, ma un’idea di comunità e cultura. In che modo questa casa racconta quella filosofia?
«La casa racconta questa filosofia per il suo contesto. Il palazzo fa parte del patrimonio UNESCO, ma i proprietari non ricevono fondi per mantenerlo. All’interno, ci abitano persone normali, che magari non riescono a pagare più di 300 o 400 euro al mese di affitto. La particolarità della Casa Museo è che si trova in un contesto sociale reale, autentico, di persone che vivono con dignità in un edificio UNESCO. Mi piaceva l’idea di creare una finzione dentro una realtà: il museo come immaginazione di ciò che poteva essere».


Quali innovazioni tecnologiche sono racchiuse in questa casa? Ci sono prototipi o idee che non sono mai arrivate sul mercato?
«Sì, tutti i computer! C’è il Prodest PC 128, la prima console da gioco con computer. Gigante. Aveva monitor, tastiera, joystick… Olivetti pensava che le persone avrebbero voluto giocare al computer, ma non voleva investire troppo nel creare qualcosa di nuovo. Così si appoggiò alla Thomson, azienda francese, e fece fare un modello base che divenne l’Olivetti Prodest: un flop totale. Erano arrivati troppo presto. Però è rimasto nel cuore dei gamers: i giochi erano su nastro»
«Poi c’è l’Olivetti M10, un portatile incredibile: grande come un MacBook Air, metà schermo e metà tastiera, si piegava come un Samsung Flip ante litteram. Andava a batterie AA. Era portatile, un’idea avanti per quei tempi».
Dove ha trovato questi oggetti?
«Un po’ negli anni, cercando ai mercatini o parlando con i musei. Vicino c’è un museo tecnologico, hanno tantissima roba, ma oggi tutti si concentrano sulle macchine da scrivere, che stanno tornando di moda. I computer invece non li guarda nessuno, perché serve un occhio interessato per apprezzarli. Eppure avevano design fantastici: tutti i computer Olivetti erano disegnati da grandi designer, solo che essendo grigi, il design rimaneva invisibile. L’M10, se lo guardate, è incredibile».
«Ci sono anche pezzi d’arredo molto amati: i carrelli arancioni, le lampade originali come la Bulbo e la Cubo, e i tappeti. Molti oggetti furono disegnati appositamente per Talponia. Olivetti non risparmiò in nulla: lavorò con i migliori designer, creando cose non solo funzionali, ma anche bellissime».
Questo risultato è pensato come definitivo o come un organismo in evoluzione? La casa potrebbe cambiare nel tempo, magari anche solo nella disposizione degli oggetti che la compongono?
«È una casa in movimento. Non volevo un museo dove non si può toccare nulla, ma una casa vissuta, che cambia come cambiano le nostre. Ogni tre o quattro mesi porto qualcosa di nuovo o metto via qualcosa: ad esempio, prossimamente voglio esporre una tuta da lavoro degli ingegneri Olivetti e un kit da scrivania regalato ai dipendenti francesi, tutto coloratissimo, stile Memphis.
«Ci sono anche i piatti originali della mensa olivettiana, semplici ma evocativi: li dispongo come se qualcuno stesse cenando. Cerco di rendere lo spazio vivo. Vorrei anche più interazione: che chi entra possa, per esempio, mettere un disco. Quando io vado a Ivrea dormo nel museo e faccio proprio questo: metto un disco, guardo fuori, immagino. Vorrei che anche i visitatori vivessero la casa».
È più corretto parlare di museo, casa, archivio, o esperienza? Qual è l’identità di questo luogo oggi?
«Per me tutte e tre. Archivio, perché amo catalogare le cose con i dettagli di provenienza; museo, perché è un’esposizione; e casa, perché è vissuta. Non voglio decidere io cosa sia: preferisco che lo decida chi la visita».


Per decorarla, è partita dagli oggetti o dallo spazio?
«Lo spazio non è grande, è un rettangolo, ma ho fatto un lavoro storico: ho cercato le foto, ho letto libri su Talponia e i suoi architetti per rispettare le loro intenzioni. Il divano e la cucina sono esattamente dov’erano posizionati all’epoca. Gli architetti immaginavano case modulari, dove chi abitava poteva spostare le cose. La lampada Bulbo, il tavolo con i piedi allungabili, il pouf Zanotta… tutto poteva essere mosso. Io li ho posizionati seguendo le foto originali, ma mantenendo quello spirito di flessibilità».
Possiamo dire che questa casa non è solo un omaggio a Olivetti, ma anche a Talponia stessa.
«Io ho notato una cosa: a Ivrea, per esempio, e anche in molte parti d’Italia, si sta tornando un po’ a questo ricordo di Olivetti. Però, è come se si arrivasse sempre a un punto in cui si ricorda il passato, ma non si pensa come sfruttarlo. Non ci si chiede mai “Come facciamo a creare qualcosa di nuovo?”. Non possiamo studiare storia per il resto della nostra vita: vogliamo anche essere ispirati a fare il prossimo passo. Per me quella casa lì è un omaggio a ciò che non è stato, ma anche un invito a fare qualcosa in più. Quindi sì, piuttosto che solo un museo, volevo creare proprio un luogo dove magari si potesse andare a leggere e spostare le cose».
«Vorrei invitare le persone di Ivrea a pensare ad altro, oltre a fare l’Airbnb con tutte le macchine da scrivere di Olivetti, perché quello è semplice, è carino, ma è semplice. Dobbiamo andare un po’ oltre».
«Per esempio, io ho pensato di fare degli eventi. Sto parlando con una gallerista di Ivrea per organizzare una mostra dedicata ad artisti nordafricani che abitano in Piemonte. Ci sono un paio di artisti molto quotati, che girano il mondo, e quindi vorrei vedere se possiamo ricreare quei grandi eventi che faceva Olivetti ai suoi tempi. Invitava molti artisti, e noi possiamo farlo oggi, perché gli artisti ci sono e gli spazi sono incredibili».
Se potesse far entrare in questa casa una sola persona del passato o del presente per mostrargliela, chi sarebbe e perché?
«L’ingegner Perotto, che è quello che ha progettato il primo computer, la Programma 101, la P101. Inviterei lui. Era fantastico: con la sua tenacia è andato oltre, è andato contro quello che gli diceva l’azienda. Forse lo inviterei per questo, non tanto per avere un’approvazione, ma più per passarci del tempo».
[📷 Courtesy of Casa Museo olivettiana]