Per chi come me negli anni ’90 era troppo giovane per viverli davvero, il retaggio di quel decennio resta impresso come un momento sensazionale, almeno nella storia della moda. Un’epoca in cui il minimalismo, rigoroso ma pur sempre glamour, rinnegava i guizzi cromatici e le strutture eccessive degli anni ’80 per tornare all’essenziale. Quel minimalismo che oggi qualcuno definirebbe quiet luxury, ma che in realtà era molto di più; non solo un’estetica, quanto piuttosto un dogma. Tra i suoi adepti prediletti c’erano brand come Calvin Klein, Helmut Lang e Donna Karan, pilastri della New York fashion scene di quegli anni.
Per chi ha sempre sognato di lavorare nella moda, quel periodo e quella città rappresentavano il massimo a cui si potesse aspirare. Una vita oggi quasi irreplicabile, perché sono cambiati i tempi, i brand e soprattutto i lavori, ma che sta tornando protagonista grazie alla serie del momento, “Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette”, firmata da Ryan Murphy. Con Sarah Pidgeon nei panni dell’icona anni ’90 Carolyn Bessette e Paul Kelly in quelli dell’affascinante JFK Jr., la serie riporta in scena non solo una delle storie d’amore simbolo dell’America di quegli anni, ma anche un intero immaginario.
Oltre al romance, infatti, ci sono elementi che sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo: prima fra tutti New York, con le sue strade, i parchi e i locali glamour dove i party non mancavano mai; e poi, naturalmente, il mondo della moda e i suoi addetti ai lavori — tra cui, appunto, Carolyn. Negli uffici candidi di Calvin Klein, interpretato nella serie da Alessandro Nivola, tutto appare rigoroso, come una mecca luminosa di un mondo scintillante oggi scomparso e forse proprio per questo ancora più affascinante. Dopo l’uscita della serie il fascino si è amplificato, complice la rappresentazione sullo schermo e l’associazione con l’icona Bessette-Kennedy. E sono stati proprio alcuni ex dipendenti dell’azienda di allora a raccontare com’era davvero lavorarci. Spoiler: esattamente come ce lo immaginiamo, o quasi.
«All’epoca, l’ufficio di Calvin Klein non era solo un luogo di lavoro, ma la manifestazione concreta della visione estetica dello stilista», racconta The Cut, raccogliendo testimonianze di ex dipendenti. «Lo staff di Ralph Lauren indossava giacche in suede e un filo di blush; gli uffici erano rivestiti in mogano, con divani a quadri. Da Calvin, invece, i dirigenti vestivano solo completi neri e rinunciavano perfino al correttore per le occhiaie. Le pareti bianche venivano — si dice — ritoccate quotidianamente con la pittura. Le graffette erano vietate, o comunque ammesse solo nere o bianche. Le scrivanie dovevano restare quasi vuote. Klein arrivò persino a chiedere al suo chef personale di far coincidere il colore del caffè con una precisa tonalità Pantone».
«Era un divertimento incredibile», racconta Mary Beth Kelley, che iniziò come assistente nel 1995 e rimase per quasi un decennio, lavorando soprattutto con Barbara Warner, responsabile delle attività di licensing. «Era anche incredibilmente stressante. C’erano notti lunghissime e scadenze serrate, ma anche un entusiasmo che non ho più ritrovato altrove». «Era il posto più cool del mondo in cui stare», ricorda invece Paul Wilmot, responsabile PR di Calvin tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. «Non avevamo alcun problema a reclutare talenti».
Per quanto riguarda Carolyn Bessette, il racconto della serie sembra coerente con la realtà: da assistente alle vendite in uno store del brand a Boston, fu notata da un dirigente che le fece ottenere un colloquio per un ruolo a New York, dove le venne affidata la gestione dei clienti VIP. «Aveva un modo meraviglioso, diplomatico e caloroso», ricorda Wilmot. Con il passare degli anni divenne «la prediletta di Calvin nelle PR», aggiunge Kelley.
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