L’architettura brutalista nasce in Inghilterra come superamento del Movimento Moderno e dell’architettura degli anni Venti e Trenta. Il termine brutalismo fu coniato dallo storico dell’architettura Reyner Banham e deriva dall’espressione francese béton brut, ovvero cemento a vista. Questo materiale venne utilizzato in modo pionieristico nel 1950 per l’Unité d’Habitation di Le Corbusier a Marsiglia, progetto residenziale diventato poi uno dei simboli assoluti del brutalismo. All’epoca il cemento a vista era poco impiegato, soprattutto su intere superfici edilizie. Economico e funzionale, veniva considerato un materiale industriale e grezzo, privo di valore estetico. Per il brutalismo, che poneva al centro la funzione e la forza delle forme più che l’estetica tradizionale, il cemento rappresentava invece il materiale ideale: permetteva la realizzazione di strutture imponenti e massicce, conferendo a edifici e abitazioni un aspetto austero ed estremamente minimale. Il contesto storico del secondo dopoguerra contribuisce in modo decisivo alla diffusione e al successo iniziale di questo stile, che viene percepito come simbolo di rinascita. L’architettura brutalista ambiva a trasmettere un senso di unità e collettività: non solo abitazioni private, ma soprattutto edifici pubblici come scuole, biblioteche, teatri, edifici governativi e alberghi. Le strutture massicce e monumentali di quegli anni favorivano un senso di aggregazione e risultavano immediatamente leggibili e funzionali. Questo stile architettonico aprì le porte a una nuova modernità, distante dai canoni estetici tradizionali, consentendo anche l’emergere di nuovi e promettenti talenti.
Come ogni stile artistico, il brutalismo ha assunto declinazioni differenti nei vari paesi. In Giappone e Spagna ha rappresentato il riscatto e la volontà di ricostruzione dopo la guerra; in Unione Sovietica e negli Stati Uniti ha rispecchiato le tensioni della Guerra Fredda; nel Regno Unito ha incarnato lo stato di benessere del dopoguerra; in India ha simboleggiato l’indipendenza dal dominio britannico; mentre in America Latina è stato una risposta pragmatica alla rapida urbanizzazione. Guardando all’Italia, e in particolare a Milano, troviamo alcuni degli esempi più significativi di brutalismo. Tra i più noti a livello internazionale spicca la Torre Velasca: dopo essere stata inserita dal Daily Telegraph nella classifica degli edifici più brutti del mondo, negli ultimi anni ha ottenuto una vera e propria rivalutazione, diventando uno degli edifici brutalisti più fotografati e condivisi al mondo, soprattutto su Instagram.
Milano si rivela un terreno particolarmente fertile per questo stile, soprattutto nell’architettura religiosa. Tra gli esempi più emblematici troviamo la chiesa di San Nicolao della Flüe, progettata da Ignazio Gardella tra il 1968 e il 1970 nel quartiere Forlanini: un edificio sorprendente, caratterizzato da una navata in calcestruzzo armato dalle forme sinuose, quasi a ricordare un tunnel. Altrettanto significativa è la chiesa di San Giovanni Bono, progettata da Arrigo Arrighetti nel quartiere Sant’Ambrogio: una struttura imponente di forma triangolare, punteggiata da minuscole finestre cilindriche, che appare come un vero tempio del minimalismo. Più risalente nel tempo è la chiesa parrocchiale di Sant’Ildefonso, situata nel Municipio 8 di Milano e progettata da Carlo De Carli tra il 1953 e il 1956: l’imponente geometria della facciata e il minimalismo grezzo degli interni riflettono pienamente i principi del brutalismo.
Oltre all’architettura religiosa, il brutalismo milanese si manifesta anche in edifici laici e culturali. Un esempio storico è l’Istituto Marchiondi, progettato da Vittoriano Viganò negli anni Cinquanta in via Noale, nel quartiere Baggio. Nato come centro educativo per ragazzi difficili, il complesso è oggi in stato di abbandono, ma resta un capolavoro architettonico e sociale, pensato per offrire un’alternativa innovativa ai riformatori tradizionali attraverso un’architettura funzionale in cemento armato a vista. In ambito contemporaneo, il brutalismo trova nuova linfa in Fondazione Prada, che si ispira apertamente a questo linguaggio architettonico. Il complesso è costituito da diversi edifici e padiglioni, tra cui spicca la Torre, progettata dall’architetto olandese Rem Koolhaas con lo studio OMA, in collaborazione con Chris van Duijn e Federico Pompignoli. Inaugurata il 18 aprile 2018, la torre ha ricevuto il Compasso d’Oro 2018. L’edificio si presenta come un palazzo mastodontico e minimale: una struttura slanciata, priva di decorazioni, che reinterpreta il brutalismo in chiave contemporanea.
Dopo un iniziale periodo di entusiasmo, il brutalismo è stato duramente criticato e a lungo associato a una presunta mancanza di creatività, oltre che a povertà economica ed espressiva. Molti edifici brutalisti sono stati demoliti, mentre altri versano ancora oggi in stato di abbandono, come abbiamo visto per esempio nel caso dell’istituto Marchiondi. Solo negli ultimi anni, anche grazie alla diffusione dei social media, questo stile è stato ampiamente rivalutato.