Back to basic: la reaction definitiva al burn-out della moda?

Back to black? No back to basic. E no, non parliamo di minimalismo, normcore o quiet luxury. Parliamo proprio dello stile basic, quello che non concepisce impegni o sovrastrutture concettuali di alcun tipo, una conseguenza nemmeno troppo imprevista allo stato di confusione della moda contemporanea. Ma partiamo per gradi. C’è stato un momento, nella storia recente, in cui l’acquisto di determinati capi, specie se d’archivio, ha fatto la differenza. Possedere un paio di scarpe di Prada del 2007, un top di Helmut Lang degli anni ’90 o un cappotto di Yamamoto, è diventato non solo un simbolo estetico ma soprattutto di elevazione culturale, da condividere ovviamente sui social media. Un modo per sottolineare una conoscenza approfondita della storia della moda, di saper fare una selezione, di essere al di sopra di coloro che si limitavano semplicemente a spendere i propri soldi in oggetti di lusso ma del tutto privi di una sensibilità effettiva verso ciò che si indossava. E da lì, è stata una continua esposizione mediatica, una corsa spasmodica di competizione, di capi d’archivio, oggetti d’essai, minuziosi riferimenti intinti di superiorità, presunta o meno che fosse. Indossare un capo ricercato, d’archivio o di un designer esclusivo, era diventato alla pari di sfoggiare un’opera d’arte, ma anche un appannaggio di privilegio.

⁠Il sempre più frequente utilizzo di capi vintage da parte delle celeb è reso possibile da accessi da accessi che, nella maggioranza dei casi, una persona non famosa non potrebbe avere. Inoltre, la corsa quasi ossessiva all’acquisizione per il semplice e puro piacere di esporla e non per il suo effettivo valore, ha fatto perdere di significato il valore del capo stesso. In questa guerra tra inconcludenti a botta e risposta di post e reel, ci si è resi conto che a vincere non vi era effettivamente nessuno. Se poi a tutto questo si unisce il rincaro dei prezzi, sia per i capi delle current collection che per quelli vintage, si capisce bene che le persone hanno cominciato a ribellarsi al sistema, con una modalità silenziosa ma inesorabile. La gente ha cominciato pian piano a “disinteressarsi” a fare la differenza con i propri look, orientandosi sempre di più su uno stile basic, fatto di capi essenziali – ma non minimali, badate bene – scegliendo di sottrarsi consapevolmente allo stress causato dall’over exposition per dimostrare di essere unici con capi unici. Perché di unico, in fondo, non c’era nulla.

E dunque le canotte bianche a costine sono diventate il capo più ambito, così come i denim e i maglioncini grigi, puntando più sull’attitude che sul look. Se la tua energia è buona, risulterai attraente anche con un basic style, senza bisogno di osare. Per chi potrebbe sancire in questo modo una morte della creatività, forse dovremmo riflettere un po’ più attentamente e considerare questo trionfo come un momento di pulizia generale al burn out della moda internazionale. Nei momenti di confusione, a volte è meglio fare un passo indietro che continuare a fare passi in avanti che non portano a nulla. La spettacolarizzazione dell’unicità ha messo in crisi l’unicità stessa, portando le persone a vivere in un costante stato di fomo e perdendo il piacere stesso di acquistare per esprimere uno stile davvero personale. E quindi, tanto vale riemergere dalla confusione adottando la neutralità, come linguaggio pacifico ma deciso di sovversione al sistema, un sistema che deve ritrovarsi. La gente è stanca e vuole ripartire da se stessa. Che sia questo il primo passo per una riforma ben più generale?

[📷 Getty Images; IPA]

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