Un gigante in miniatura. Un genio visionario che ha vestito le donne più importanti del mondo, senza mai perdere un briciolo di quell’umiltà che l’ha sempre caratterizzato, anche dopo anni e anni di onorata carriera e plausi dal mondo della moda internazionale. Azzedine Alaïa nasce a Tunisi nel 1935. Figlio di un’umile famiglia di contadini, sin da bambino rimane affascinato dalle donne e dal loro modo di vestirsi, in particolare da sua zia, che indossava abiti “alla francese” e da madame Pineau, la levatrice del quartiere dove il giovane Alaïa si guadagna qualche soldo mettendo dei pentoloni d’acqua a bollire sul fuoco. È lei a notare in lui un talento fuori dal comune e spingerlo a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Tunisi, dove prenderà parte alle lezioni di nascosto dal padre e mentendo sulla sua età. Qui conosce l’amica Leila Menchari, futura vetrinista di Hermès, e insieme volano a Parigi nel 1957. Hanno pochissimi soldi e tantissime ambizioni; Azzedine riesce a farsi assumere da Dior, ma il sogno dura poco. La Francia era in guerra con gli indipendentisti algerini e chiunque venisse dall’Africa del Nord non era ben visto. Tuttavia la breve esperienza gli basta a fargli capire il suo desiderio di vestire le donne più belle del mondo, una certezza che prende forma quando vede scendere da una macchina la divina Marlene Dietrich a Parigi. Fortunatamente va a lavorare presso la marchesa di Mazan e la contessa di Blégiers, per le quali fa il baby sitter. Comincia a cucire abiti che le nobildonne indossano a cene e teatri. Inizia la sua fama, come la storia d’amore con il pittore tedesco Christoph von Weyhe, che gli resterà accanto per sempre.
Le donne sono sempre state le protagoniste della vita e del lavoro di Alaïa, che amava cucire gli abiti direttamente sul corpo delle donne, piuttosto che sul manichino. Ma sono state anche le fautrici del suo successo, come Carla Sozzani, che il designer, anzi, il couturier come amava definirsi lui stesso, chiamava teneramente la “soeur italienne”. Dopo anni passati a realizzare i suoi capi su ordinazioni nello studio di rue de Bellechasse, nel 1980 Azzedine, su consiglio della Sozzani e di Thierry Mugler, si convince a realizzare la prima sfilata prêt-à-porter, nel 1981. Pian piano le creazioni Alaïa fanno il giro del mondo, soprattutto negli Stati Uniti, dove è apprezzatissimo, e il suo nome diventa leggenda. Da Tina Turner a Grace Jones, passando per Naomi Campbell, con cui stringe un rapporto di fratellanza che va ben oltre la semplice amicizia, quell’uomo piccolo piccolo ma dal talento immenso diventa un’istituzione della moda internazionale, e le donne fanno a gara a indossare le sue creazioni, perché le rendono belle, sensuali, femminili fino al midollo, ma rispettando una certa complessità scultorea che non ha eguali in altri designer. Si è sempre rifiutato di fare il direttore creativo presso altre maison, nonostante le numerose richieste, perché il suo intento è sempre e solo stato quello di esprimere il suo punto di vista unico. Scomparso nel 2017, ad oggi l’eredità di Alaïa è portata avanti con successo da Pieter Mulier, che sta conducendo il marchio con un approccio ingegneristico, ma al contempo leggiadro e femminile. Un marchio con un’eredità importante, un genio a cui tutti dovrebbero guardare per la passione, l’unicità e la creatività che ha sempre dimostrato, non piegandosi alle leggi del mercato, ma di fatto dominandolo comprendendo una verità imprescindibile: accontentare le donne partendo dai loro desideri.
[📷 Getty Images; IPA; maison-alaia.com; © Gilles BENSIMON; 2e-bureau.com / © Patricia Canino]