Il panorama artistico contemporaneo sta vivendo un evidente ritorno alla pittura, e in particolare della figurazione, con sempre più mostre, fiere e gallerie che mettono al centro il corpo, il volto e la scena narrata, spesso con rappresentazioni realistiche. Questo fenomeno non nasce dal nulla: dopo decenni dominati da astrazione, concettualismo e pratiche processuali, era quasi fisiologico un ritorno alla forza immediata dell’immagine. La storia dell’arte, infatti, è ciclica: epoche di rappresentazione quasi naturalistica si alternano a momenti di rifiuto della figura, dal modernismo fino ai movimenti più radicali della seconda metà del Novecento. Oggi il pubblico e molti collezionisti cercano invece narrazioni riconoscibili, emotività diretta, corpi e soggettività in cui potersi identificare, esigenze che la figurazione soddisfa molto più dell’astrazione, spesso complessa e teorica, e che richiede una maggiore attenzione materica per essere apprezzata appieno.

La figurazione è più “instagrammabile”
La riflessione che mi ha accompagnato ultimamente poggia sulle origini di questo nuovo trend. Mi sono chiesta se ci fossero motivazioni più profonde per questo esplicitato bisogno di immediatezza visiva. Un’opzione è sicuramente dovuta al fatto che non siamo più abituati alla lentezza, a far maturare uno sguardo o un’emozione, e la figurazione si inserisce perfettamente nella nostra cultura dell’istantaneità, essendo facilmente “fotogenica” e comunicabile anche attraverso i social. Il realismo pittorico è leggibile in un feed o nelle stories, più accessibile e facilmente catturabile, a differenza dell’astrazione, che vive di matericità, scala e presenza fisica, qualità difficili da tradurre in pixel. Questo si riflette anche sul mercato, che segue inevitabilmente ciò che circola bene online. Viviamo inoltre un’epoca di forte tensione identitaria, con questioni di genere, razza, corpo e appartenenza culturale, e la figurazione permette di rappresentare soggettività emergenti, dare volto a narrazioni prima marginalizzate e parlare di trauma, memoria e politica attraverso corpi e volti, mentre l’astrazione appare più universalista e meno adatta ad un commento sociale diretto. L’ingresso di nuovi collezionisti, generazioni tech e investitori globali spesso privi di formazione accademica, ha reso la figurazione ancora più centrale: immediata, emotivamente diretta, più facilmente valutabile e dotata di un’aura di artigianalità e competenza tecnica, percepita come un bene stabile e tangibile, meno enigmatico o accademico rispetto all’astratto.
Come i nuovi mercati influiscono su questo trend
Dopo anni di installazioni concettuali, testi teorici e arte digitale, emerge a mio avviso anche un desiderio diffuso di ritorno alla materia e alla manualità: la pittura figurativa diventa un gesto quasi “analogico”, più rassicurante e concreto. Inoltre, molti dei nuovi centri del mercato, come Cina, Corea e Medio Oriente, hanno tradizioni figurative forti, e il boom internazionale ha alimentato la domanda di grandi formati figurativi e nuovi realismi, rimodellando anche i gusti occidentali. Le gallerie e le fiere privilegiano la figurazione perché colpisce subito, si vende più facilmente a nuovi collezionisti e permette la creazione di un’identità visiva riconoscibile, rendendo il sistema dell’arte più efficiente dal punto di vista economico. Il figurativo contemporaneo non è dunque a parer mio tanto dovuto ad un ritorno del nostalgico, ma è risultato di una serie di cose, non per ultima della contaminazione digitale, fatta di fotografia, glitch iperrealisti, simulazioni il più possibile identiche a quello che ci circonda.
Figurazione: nuovo sintomo culturale
In definitiva, il ritorno della figurazione rivela un bisogno diffuso di riconoscibilità in un’epoca incerta, di corpi in un mondo virtuale, di narrazione dopo anni di teorizzazioni astratte, di introspezione e cura attraverso l’arte, in un mercato sempre più globale, digitale e meno elitario. La figurazione nell’arte oggi è quindi un vero e proprio gesto culturale, che risponde alle esigenze di un pubblico e di un sistema dell’arte che chiede immagini, storie e corpi in cui ritrovarsi e, soprattutto, da condividere.
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