Anthony Vaccarello: i 10 anni da Saint Laurent del designer che non sbaglia un colpo

In un momento storico in cui la moda spesso e volentieri smarrisce se stessa, certi sodalizi radicati nel tempo, ma soprattutto nelle intenzioni, restano un’ancora vincente da cui è meglio non separarsi. Quello tra Saint Laurent e Anthony Vaccarello è uno di quegli incontri voluti dal cielo, un rapporto di reciprocità creativa fedele a se stessa ma in costante evoluzione, dove il DNA della maison francese arricchisce il suo direttore creativo e viceversa, come se uno non fosse mai completamente sazio dell’altro. Questo desiderio di alimentare una passione ormai decennale – sì, sono trascorsi dieci anni dalla nomina del designer, in successione al leggendario Hedi Slimane – è un caso decisamente raro nella moda contemporanea, dove i rapporti tra marchio e direttore creativo si sgretolano rapidamente come neve al sole. Eppure, a volte avviene questa magia, questo riconoscersi quasi alchemico tra persona e brand, in cui uno diventa il riflesso dell’altro, senza sé e senza ma.

Anthony Vaccarello era ancora uno stilista semi sconosciuto nel 2016, quando prese in mano il timone di un simbolo della moda francese nel mondo. Perché, diciamola tutta, Saint Laurent è Saint Laurent. Una maison nata e f⁠ondata sulla scia della personalità e dell’incommensurabile talento di Monsieur Yves – più che uno stilista un vero e proprio monumento culturale – e forgiata sulla sua esperienza esistenziale, tra luci e ombre, seduzione e classicità, audacia ed evasioni verso l’esotico, massimalismo e praticità quotidiana, maschile e femminile interscambiabili. Nessuno come lui. Monsieur muore nel 2002 e dopo di lui si succedono nomi di tutto rispetto: prima Tom Ford, poi Stefano Pilati, Hedi Slimane e infine Vaccarello. Quando quest’ultimo arriva alla corte della maison parigina, l’eredità che si trova tra le mani è quella distintiva del controverso Slimane. Un designer iconico e caratterizzato da uno stile distintivo, che non tradisce mai del tutto, in ogni esperienza significativa della sua carriera. Slimane porta i suoi giovani ribelli ed erranti ma profondamente chic sulle passerelle di Saint Laurent, toglie il nome di Yves dal logo e per cinque anni conduce la sua jeunesse dorée e rock’n roll alla notorietà globale e a un grande successo in termini di vendite. Ma Slimane è anche noto per una personalità difficile da gestire e le divergenze con i vertici del gruppo Kering non tardano ad emergere. Per tutta risposta, nonostante le impennate commerciali della maison, al termine del primo mandato, nel 2016, il contratto non viene rinnovato e Hedi abbandona gli uffici parigini di Saint Laurent per trasferirsi in quelli di Celine. Ed è qui che entra in gioco Vaccarello.

Prediletto da Donatella Versace, il designer era balzato agli onori della cronaca per la sua direzione creativa da Versus Versace. Ma è da Saint Laurent che tutto il mondo si accorge del talento di questo ragazzo belga di origini italiane, in una connessione con il marchio che cresce sempre di più, stagione dopo stagione. Fino a oggi, in cui è uno dei designer più apprezzati al mondo, un leader assoluto della creatività del lusso. ⁠Ma cosa ha portato Vaccarello in Saint Laurent? Innanzitutto, l’aspetto più sensuale che è intrinseco al DNA del brand. Le sue sfilate trasudano sesso, pur restando assolutamente sofisticate, quasi inaccessibili, rigorose, pervase da un’aura di intoccabilità che permette agli spettatori di sognare e guardare ammirati in silenzio. Sì, perché ancora oggi, le sfilate di Saint Laurent sono le più impeccabili dell’intera stagione di passerelle. Che siano all’ombra della sempre monumentale Tour Eiffel o in un’istituzione architettonica come la Bourse de Commerce di Parigi, nessuno show in dieci anni è mai stato deludente. Atmosfere squisitamente oscure invitano gli ospiti a lasciarsi andare al peccato, salvo poi “congelarli” in una sorta di ipnosi collettiva nel momento in cui la sfilata prende vita. Casting curati nei minimi dettagli, colonne sonore ad alto tasso di drama, tutto esprime bellezza in una maniera che non vuole essere confortante, ma invita a guardarsi dentro, a scavare nei meandri più oscuri di ognuno di noi. Eppure, è una bellezza che alla fine ci salva dalla dannazione, non combattendola, ma abbracciandola e rendendola parte del suo fascino.

Un mood che ritroviamo anche nelle campagne adv della maison: lusso proibito e seduzione misteriosa restano i leitmotiv di scatti che, tuttavia, non rinunciano a quel tocco nostalgico ed emotivamente impattante. È sempre Vaccarello a curare l’art direction delle campagne, scattate da grandi nomi della fotografia come David Sims e Glen Luchford, ma anche affidandosi a nuovi talenti come Ava Van Osdol, che ha scattato l’ultima stagione SS26 in un mood californiano on the road e in stile VHS. E poi loro, le grandi protagoniste, le ambassador del brand. Anche in questo Vaccarello ha dimostrato un fiuto incredibile, perché se da una parte ha mantenuto intatta la predilezione per un certo tipo di testimonial iconica del brand, dall’altra si è aperto anche alle tendenze della contemporaneità. Ed ecco che Charlotte Rampling e Charlotte Gainsbourg si affiancano ad Hailey Bieber e Charli XCX, e i front row delle sfilate di Saint Laurent sono sempre quelli con i personaggi più interessanti. Questo perché, pur attingendo a generazioni diverse e mondi differenti, ogni personaggio coinvolto ha una sua coerenza con il brand: difficile trovare in front row o immortalato in campagna un personaggio che stoni completamente con l’immaginario Saint Laurent.

Dal punto di vista stilistico, Anthony ha approfondito magistralmente il suo dialogo privato e creativo con il fondatore: silhouette strutturate, color block, il tailoring sviscerato in tutte le sue combinazioni più sopraffine, la gioielleria come accessorio predominante, la lingerie che diventa una cifra distintiva e mai banale. Sia nell’uomo, che nella donna, Vaccarello è riuscito a definire un codice identificativo preciso e inimitabile e questa è stata la sua fortuna. È molto Yves, molto Anthony, molto Saint Laurent, molto parigino ma estremamente cosmopolita. Diventato anche capo di una casa di produzione cinematografica nel 2023, la Saint Laurent Production, in soli due anni lo stilista ha contribuito in modo significativo alla produzione di piccoli gioielli del cinema d’autore, come Parthenope di Paolo Sorrentino e Mother, Father, Sister, Brother di Jim Jarmusch. E nonostante a ogni stagione si vociferi di un suo passaggio di testimone, lui sembra infischiarsene e resta, irremovibile, alla scrivania di uno dei brand più amati. Per quanto durerà ancora? Non possiamo saperlo, ma per il momento è così e non ci sembra affatto una cattiva idea.

[📷IPA]

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