Maturare e andare avanti. Passo dopo passo, non fermarsi davanti ai successi e alle soddisfazioni sempre numerose. Cambiare e costruire un nuovo passo. Non vogliamo tirare in ballo Darwin e la sua teoria dell’evoluzione, anche perché chi è arrivato fino a qui dirà: ma cos’è che c’entra con un pezzo su Annalisa? Forse nulla, o forse parecchio. Perché “Ma io sono fuoco” in qualche modo è la dimostrazione che quanto diceva il famoso biologo è vero: le specie si evolvono nel tempo attraverso la selezione naturale e si adattano all’ambiente. E non stupisce, quindi, che la cantante, dopo 15 anni di carriera, sia arrivata a questo punto di maturazione. Lo ha fatto con un disco che è un altro anello di congiunzione con le tappe che ha vissuto fino a ora, in cui si ripete per efficacia, ma si misura in cose nuove, leggermente diverse, ma non per questo lontane da sé. Ed è per questo che, dal concetto di “vortice” del precedente disco, in cui ci ha trascinati giù, è passata a quello del fuoco.
Accesissimo, non come il sole al tramonto di un freddo pomeriggio di inizio ottobre, quando l’abbiamo incontrata a Milano dopo ore intense di incontri con la stampa. Ma Annalisa non si sottrae e non si scompone. Ci tiene a spiegare perché c’è una tigre nel suo letto che non la fa dormire e perché la sincerità, alla fine, nella vita, paga sempre. Ma anche come un disco possa diventare, magari anche un po’ involontariamente, un vero e proprio viaggio che può spaziare tra diverse materie universitarie.

In “Ma io sono fuoco” c’è la fisica – d’altronde è notoriamente la sua materia prediletta -, c’è un pizzico di sociologia e di teologia. C’è la musica, che, oltre ai due singoli, “Maschio” e “Piazza San Marco” con Marco Mengoni, “spiazzanti” per sonorità rispetto al suo ultimo percorso costellato di hit, ci riporta un po’ agli anni ’80, mischiandosi al pop contemporaneo. Ma c’è anche la filosofia, in quel Borges che, tra tempo e fuoco, si immedesimava. E in Annalisa quella miccia è diventata un incendio che ha scatenato 11 tracce coinvolgenti, appassionanti. A dipingere un quadro intimo e condiviso, in cui un po’ chiunque può riconoscersi.
A partire da quei “maschi”, ricorrenti nelle sue canzoni – specialmente quelli un po’ più stronzi e problematici. Che anche loro, come canta in uno dei tormentoni di quest’estate, a volte piangono. «Un “Maschio” piange quando si emoziona, quando si lascia andare all’emotività, quando non sente il bisogno di dimostrare di essere sempre sul pezzo, forte e perfetto. Un po’ come tutti, indipendentemente da maschi o femmine. Però a volte c’è questo freno, secondo me, un po’ un retaggio culturale, in cui noi donne possiamo piangere disperate, mentre i maschi sono un po’ più limitati in questo. Però questo non significa che non ci siano dei momenti emotivamente forti. Io volevo dire questo. In realtà è una cosa bella».
Quand’è l’ultima volta che hai pianto?
Pochi giorni fa. Non ho pianto forte. Non è stato un pianto liberatorio, che invece l’ultima volta risale a un po’ più di tempo fa. Però mi sono venute un po’ le lacrime agli occhi. Mi sono un po’ emozionata quando ho visto tutta la gente in strada e ho visto questa risposta molto partecipata. Insomma, quello che sta succedendo, no? Circa Gaza, circa la Flotilla. Insomma, è stato bello vedere che di fronte a questi eventi c’è stata questa voglia di essere là e far vedere la propria presenza e far parlare di quello che sta succedendo. Mi ha molto toccato.
In “Delusa” parli di una ragazza amareggiata, in “Esibizionista” canti di una ragazza perbene e presa in giro, in “Avvelenata” sembri una Biancaneve moderna: a chi ti senti più vicina?
Sono tutte, a fasi alterne. Penso che comunque questo valga un po’ per la totalità delle persone. Siamo fatti di tanti aspetti, tante sfumature. E almeno a me capita di essere in continua evoluzione. In continuo cambiamento. E mi capita di essere a volte la ragazza arrabbiata in un contesto. In un altro contesto sono quella che viene presa in giro perché è un po’ ingenua, troppo buona. Mi capita a volte poi di essere quella forte che fa da spalla a qualcuno. Io sono un po’ tutte queste. Sono la somma di tutte.
Dal concetto di “vortice” del disco precedente sei diventata fuoco: qui rimaniamo proprio sulla Fisica, tua materia prediletta.
Beh, comunque da qualche parte ci sarà stata una ragione per cui io sono finita a fare fisica e poi musica, no? In realtà già musica prima. Però la natura è quella lì (ride, ndr).

Ma è vero che la NASA ti ha dedicato un asteroide?
Sì, è vero. Adesso non mi ricordo esattamente il processo.
Come ci si sente ad avere un asteroide col tuo nome?
Bene, io sono contentissima. Quando ho scoperto questa cosa è stato bellissimo. Tra l’altro mi piace molto che si tratti di un asteroide. Quindi è una roba che arriva e irrompe. Mi piace molto.
Dalla fisica e dall’astronomia, passo un attimo all’arte. C’è chi sui social, guardando la copertina del tuo disco, ci ha visto un po’ della Maja Vestida di Goya. Hai lavorato molto all’immagine grafica di questo progetto.
Tantissimo, perché nel momento in cui ho capito e deciso che il titolo di questo album era “Ma Io Sono Fuoco”, ho capito che il filo rosso era la trasformazione, quindi il tempo, come ci si trasforma nel tempo. Il tempo fatto di cerchi, magari anche nel vortice. Cerchi, fasi che si ripetono, cicli. E nel capirlo mi sono imbattuta nella tigre di Borges, in cui lui parla della natura circolare del tempo, parla del fatto che il tempo è un fiume che ti trascina. Che mi trascina, ma io sono quel fiume. È una tigre, ma io sono quella tigre. È un fuoco che mi divora, ma io sono quel fuoco. Nel senso che io non sono passiva, io sono molto attiva nella percezione del tempo che scorre e sono io stessa a volte a rincorrerlo, così come a volte mi sembra sfuggire. E allora ho voluto mettere in questa copertina tutte queste cose, provarci perlomeno. Non è stato facile per niente…
Dici per inserire la tigre?
Oddio, per la tigre… occhio perché è stata difficile. Però sì, c’è il letto che prende fuoco in qualche modo, c’è la tigre che sta là, è una presenza importante. Non si capisce se è benevola o no, ed è giusto che sia così. E poi c’è questo blu che in qualche modo richiama il fiume. Perché il letto? Il letto perché una tigre sul letto continua a parlarmi, ed è l’outro dell’ultima canzone del disco, che è “Amica”. La tigre è un po’ la forma che io do ai pensieri che non mi lasciano dormire e che arrivano di notte quando sono a letto, quando vorrei spegnerli e non si spengono. E anzi, mi suggeriscono cose nuove, mi sembra che la mia testa funzioni meglio di notte. Ovviamente a volte odio questi pensieri, a volte mi vorrei riposare. E quindi per questo che è importante. È benevola, ma a volte anche no, mi tiene sveglia.
Ma è anche sulla filosofia che ti sei data particolarmente da fare: “Essere o non essere, tu non lo so, ma io sono”, canti in “Io sono”.
In quella canzone volevo essere autentica, volevo approfondire il fatto di essere in quanto essere umano che sente. “Io sono” è una canzone anche ironica, soprattutto nelle strofe. “Se vuoi io entro, io pago, io sono”. Però io sono, cioè… ho anche tante altre cose. Ci divertiamo. A me piace molto divertirmi con la musica, con i testi, mi piace provocare, lanciare frecciatine. Però alla fine l’essenza è importante. Sentire, lasciarsi andare, in qualche modo mettersi appunto nei panni degli altri. E ci vuole una certa sensibilità per farlo, come dico, in questa canzone. Quindi il senso era un po’ questo.
Nella musica, invece, pensi di aver trovato la tua dimensione ideale?
Sì, sempre meglio. L’importante è non tornare mai indietro e anche quando il passo è piccolo, l’importante è che sei in avanti. In questo ci credo fortemente.
Ci sono un po’ di argomenti ricorrenti nel disco: gli Anni ‘80, sia nel sound che nelle cit; Dio, Gesù, Maria; le lacrime; ma anche degli uomini un po’ stronzi e problematici, diciamocelo. Ne hai incontrati un po’ nella tua vita, mi pare di capire.
Ma certo, sì, mi è capitato. Mi è capitato ma non so come dire: cose normali. Non ho avuto chissà quali brutte esperienze, però anch’io sono stata delusa, anch’io sono stata tradita, anch’io sono stata ghostata. Cose che sono successe a tutte e a tutti, e io racconto un po’ tutte queste cose insieme, non è che parlo di un episodio nello specifico in una canzone. Mischio tutto. A volte mischio anche delle cose che non sono successe a me. E mi piace farlo con questa onestà dritta, come se stessi raccontando davvero a un’amica che cosa mi è successo. Io penso che sia il mio modo di vivere le canzoni alla fine. È come se avessi bisogno di risolvere certi dubbi attraverso le canzoni, e quindi io davvero faccio così. Penso di parlare con un’amica quando sono in studio e scrivo. Mi confido anche con le persone con cui lavoro, che non a caso sono sempre le stesse che si ciucciano tutta questa roba, ormai mi conoscono e siamo affiatati per questo. Mi piace questo modo di vivere le canzoni, mi rappresenta tantissimo. E mi piace anche dimostrare di sbagliare, mi piace anche dire delle cose un po’ sbagliate. Lo so, a volte. Però a volte le ho pensate, a volte mi sono ritrovata a pensare queste cose un po’ sbagliate, mi sono ritrovata a essere incazzata e a non essere capace di nasconderlo. E allora ho fatto così anche nelle canzoni.
Ma invece com’è stato duettare con Marco Mengoni?
È stato molto bello, molto intenso anche. Lui è una persona molto intensa e quando siamo stati in studio la prima volta è stato tutto così facile. È vero che io l’avevo tenuto al telefono un sacco, raccontandogli più o meno quello che mi sarebbe piaciuto, raccontandogli il pezzo e la ragione per cui l’avevo chiamato… Però, davvero, raramente succede che vai in studio con un altro artista con una personalità importante e le cose vengono così naturali. E con Marco è andata così.
Ma veramente non avete pensato a portare questo pezzo a Sanremo?
No, io non ci ho mai pensato. Secondo me è stato giusto così, è stato giusto che si prendesse questo momento. Io ho sempre pensato che fosse una canzone autunnale, e quindi forse per questo alla fine nessuno ha pensato a farla diventare invernale.
Questo album risulta evolutivo nel percorso, ma con i due singoli “Maschio” e “Piazza San Marco” volevi spiazzare?
Quando esci da un album come “E poi siamo finiti nel vortice”, con tutti i risultati che ha fatto, è difficile capire dove andare. E nella mia testa ovviamente io non volevo cambiare, perché tra l’altro io sono proprio quella roba là. Quindi non si trattava di mettere un punto di svolta e andare totalmente da un’altra parte. Si tratta di evolversi lentamente in maniera armoniosa, insieme al tempo che passa appunto, che poi è un po’ il tema del disco. Ho pensato che tornare con “Maschio” fosse giusto, perché “Maschio” è una canzone con le spalle larghe, io dico sempre. Perché è una canzone che può avere un carattere estivo se vuoi, perché è divertente, dal punto di vista delle parole, ma anche ritmicamente. Ma in realtà non è tanto estiva, ha una personalità molto variegata, funziona tutto l’anno. E poi è una canzone anche in qualche modo impegnata, pur rimanendo leggera. E allora questo era l’unico modo per tornare, soprattutto in estate, non c’era per me un’altra via, bisognava dare tanti aspetti di questo nuovo progetto, non solo uno. Sai, dopo che hai fatto tante cose belle e che hanno portato tanti risultati, devi pensare ad andare oltre, senza ripeterti, ma senza perderti, e il mio modo è stato questo.
“Piazza San Marco” con Marco Mengoni è il secondo passo, ma sempre in questa direzione, e quindi è un’altra anima che io ho. Magari non la faccio vedere spesso, perché faccio fatica, ti confesso. Comunque le ballad… Io non so come fanno alcuni artisti – sempre se esistono, perché forse non esistono – a scrivere dischi tutti di ballad. Io starei in depressione, perché ti metti a nudo. È una continua autoanalisi, un continuo tirare fuori cose molto intense. Infatti io mi stanco da morire quando lavoriamo su una ballad, molto di più rispetto ad altri pezzi che magari hanno una personalità un pochettino più ironica o sicuramente di peso, ma non così che ti scavano dentro. Io seleziono molto questo tipo di processo. Però era il momento, perché comunque era un po’ che non facevo una ballad così. Quindi era giusto farlo, soprattutto adesso.
L’ultima volta che ci siamo visti hai lanciato un appello a Dua Lipa, con cui collaborasti anni fa, riproviamoci anche adesso. Con chi ti piacerebbe fare un featuring?
Mi piacerebbe Chappell Roan, che è un’artista che ha guadagnato fama mondiale non da tanto, anche se invece lei lavora da tanto, e ha fatto anche un po’ di fatica. È un talento pazzesco, mi piace da morire, e ho molte aspettative anche sulle cose future che farà. Son qua che aspetto, ma per adesso direi che ci siamo (ride, ndr).
Ora di nuovo i palazzetti: Jesolo, Roma, Padova, Firenze, Milano, Eboli, Bari e Bologna. Cosa ti aspetti e cosa dobbiamo aspettarci?
Non vedo veramente l’ora, perché non se ne può più di questa attesa. 15 novembre la prima, e il 13 di dicembre l’ultima. Sarà una mesata fatta sicuramente di divertimento, ma anche tanta emotività. La scaletta più o meno c’è, stiamo parlando di una trentina di canzoni, quindi non pochissimo. Però comunque due ore, quindi direi che ci siamo. A me piace in realtà che sia così, perché io sono un’amante dei concerti non troppo lunghi, ma belli sostanziosi. Ci saranno dei visual, ci saranno i ballerini, ci sarà la mia band di sempre, ci sarà un palco molto particolare, molto insolito, molto bello, e non vedo l’ora che tutti possano vederlo.
Quest’anno compi 15 anni di carriera, ma c’è ancora un sogno nel cassetto di Annalisa?
Ce ne sono tanti. Ma ti dico questo: a me piacerebbe avere un progetto alternativo, in cui sono io, ma nessuno sa che sono io. Vorrei vedere che cosa succede.
Di quale genere?
Beh ovviamente lontanissimo da quello che faccio. Oddio, magari neanche tanto, però insomma, il focus è questo: mettere su magari un collettivo, neanche numeroso devo dirti, ma in cui nessuno sa che ci sono io dietro. Quindi ragazzi, occhio, perché se domani esce qualcosa di una band o chissà, e nessuno sa chi c’è dietro gente con maschere, occhio perché potrei essere io.
[📸 Nicholas Fols]