Annagemma Lascari: la couturière italiana che costruisce e insegna la moda, tra archetipi e prototipi

Parlare con Annagemma Lascari significa entrare in una corrente di energia difficile da arginare. Una forza della natura, come la chiamano affettuosamente gli amici, che attraversa il mondo della couture con la stessa intensità con cui ha attraversato la vita: senza risparmio e senza compromessi, con una disciplina quasi militare e una passione assoluta.
La sua è una forza buona. Una forza che genera, costruisce, coinvolge. Dietro il suo ritmo incessante vive una qualità rara: la cura. Cura per il mestiere, per le persone, per il corpo che accoglierà un abito, per le mani che lo hanno realizzato. Nella sua visione la couture nasce dalla relazione: l’abito prende forma attraverso il corpo e attraverso chi lo costruisce. «L’abito contiene duemila problemi da risolvere», racconta. Una frase che racchiude il suo modo di intendere la creazione: ogni progetto è un territorio nuovo, un equilibrio continuo tra immaginazione e tecnica. Un tessuto sconosciuto, una costruzione inedita, una forma ancora da trovare. È proprio nella ricerca della soluzione che nasce la parte più autentica del lavoro creativo.

Annagemma racconta la couture attraverso il lavoro che la rende possibile. Tavoli da taglio, mani che ricamano, prove infinite ed estenuanti, tessuti che cambiano comportamento, intuizioni nate all’ultimo momento. Per capire cosa sia davvero la couture, «devi vedere le sarte sfatte», dice. «Devi vedere cosa c’è dietro». Perché ogni abito custodisce una storia fatta di tempo, dedizione e intelligenza manuale. La couture viene spesso osservata attraverso la sua immagine finale, quella della perfezione raggiunta, del virtuosismo ad effetto. Annagemma porta invece lo sguardo dentro il processo: nel luogo dove la bellezza prende forma attraverso il confronto, la fatica, l’errore e la capacità di trovare continuamente nuove soluzioni.
«Ogni abito è un prototipo», racconta. «Tu devi sperimentare, ma non hai tempo, non hai soldi, devi correre. C’è la sfilata. E quindi il tuo cervello deve sempre risolvere, è in costante movimento». È questa tensione, questa continua necessità di inventare una risposta, che rende la couture per lei una forma di adrenalina pura. Archetipo e prototipo insieme: forse è questa la definizione più completa della couture secondo Annagemma.

Sono state centinaia le donne vestite da Annagemma Lascari: principesse, attrici, artiste, personalità dello spettacolo italiane e internazionali. Tra loro Anna Wintour, Kim Kardashian, la principessa Vittoria di Svezia, oltre a esponenti di famiglie reali e figure di rilievo mondiale. Nel suo racconto emergono soprattutto gli incontri e le trasformazioni che avvengono durante il percorso creativo. Ogni abito nasce attorno a una persona, alla sua presenza, al suo modo di abitare lo spazio. Il corpo è dunque essenziale, la donna è essenziale. Ma non solo il corpo della donna che indossa, anche quello della donna che crea. Ci sono infatti le mani che costruiscono gli abiti: le sarte, le première, le artigiane che custodiscono un sapere fatto di precisione, esperienza e sensibilità. Annagemma conosce profondamente questo universo perché lo ha attraversato in ogni sua dimensione, dagli atelier più raccolti alle grandi maison internazionali.

Dopo una formazione artistica all’Accademia di Brera, la sua esperienza alla Domus Academy costruisce questo sguardo totale. Arriva in un momento storico in cui la scuola rappresenta uno dei luoghi più interessanti per ripensare il progetto contemporaneo, raccogliendo l’eredità della cultura del design europeo e della lezione della Bauhaus. La progettazione viene affrontata nella sua completezza: materia, funzione, corpo, percezione, tecnologia, comunicazione. Sono anni in cui alla Domus Academy si respira un clima culturale unico, attraversato da figure come Alessandro Mendini ed Ettore Sottsass, protagonisti di una stagione in cui il progetto viene liberato dai confini tradizionali e diventa ricerca, pensiero, visione. Una cultura in cui l’oggetto viene osservato nella sua complessità, capace di unire tecnica e immaginazione, memoria e futuro. In quegli anni Annagemma incontra una generazione di pensatori e progettisti che considera il design un territorio aperto, dove le discipline dialogano continuamente. È una formazione che rimane impressa nel suo modo di guardare alla moda, in cui l’abito non è soltanto un oggetto, ma un sistema complesso fatto di struttura, movimento ed esperienza. Quella stessa visione progettuale la accompagna anche nell’insegnamento.

Nel corso degli anni progetta e dirige master internazionali alla Domus Academy e all’Accademia di Costume e Moda di Roma, diventa advisor per gli International Fashion Projects del Politecnico di Milano – Design e insegna alla Tsinghua University di Pechino. Un percorso parallelo che testimonia il desiderio costante di trasmettere il sapere sartoriale e progettuale alle nuove generazioni. Il suo percorso professionale si intreccia sin dall’inizio con alcuni dei protagonisti più importanti della moda italiana e internazionale. Tra gli incontri fondamentali c’è quello con Gianfranco Ferré, figura centrale nella sua formazione e nel suo percorso creativo. Accanto a Ferré Annagemma conosce una concezione della moda rigorosa e architettonica, fondata sul rapporto tra struttura, corpo e progetto. Ferré porta nella moda una disciplina ingegneristica, un’attenzione alla costruzione che nasce dalla conoscenza profonda della materia. Per Annagemma quell’esperienza rappresenta un passaggio fondamentale: imparare che dietro la bellezza di un abito esiste sempre un pensiero, una geometria, una ragione. È anche legato a quell’esperienza uno degli episodi più significativi della sua carriera, come la realizzazione dei ciondoli per una delle borse più celebri della storia della moda. Quel modello, nato inizialmente con il nome di Chouchou, sarebbe poi diventato la celebre Lady Dior, una delle borse più riconoscibili e iconiche al mondo. Un piccolo elemento apparentemente secondario diventa così parte di un oggetto destinato a entrare nell’immaginario collettivo. È un episodio che racconta molto del suo sguardo: nella couture nulla è infatti marginale. Un ricamo, una chiusura, un taglio, una scelta materica possono cambiare completamente la percezione di un progetto.

Nel 1994 Annagemma fonda Atelier Lascari, il proprio spazio di alta sartoria. È una scelta controcorrente e difficile. Mentre continua a collaborare con alcune delle realtà più importanti della moda internazionale, sente la necessità di costruire un luogo indipendente in cui sviluppare una ricerca personale, libera dalle logiche dell’industria. L’atelier nasce come laboratorio di couture su misura, dedicato alla realizzazione di pezzi unici. Negli anni evolve progressivamente fino a specializzarsi nell’alta sartoria sposa, mantenendo però intatto il metodo che da sempre caratterizza il suo lavoro: ogni abito è un progetto irripetibile, costruito attraverso il dialogo con il corpo, con la materia e con la persona che lo indosserà.

Tra il 2013 e il 2015 Annagemma viene coinvolta in quello che forse è stato il progetto più ambizioso della sua carriera: il rilancio della Maison Schiaparelli. Chiamata da Diego Della Valle, assume un ruolo di direzione creativa e operativa nella ricostruzione dell’atelier couture della storica casa di moda, contribuendo al ritorno della maison nella sua sede simbolica al 21 di Place Vendôme, sotto la direzione creativa di Marco Zanini. È una fase pionieristica, in cui tutto deve essere ricostruito: il metodo di lavoro, il gruppo, l’identità stessa della nuova Schiaparelli. Quell’esperienza contribuisce anche a rafforzare ulteriormente la reputazione internazionale di Atelier Lascari. Tra i progetti più significativi c’è la realizzazione, insieme al suo team, dell’abito destinato alla principessa Vittoria di Svezia per la cerimonia dei Nobel. Un lavoro fatto di prove, viaggi e ascolto, che racconta ancora una volta la dimensione più concreta della couture: precisione, presenza e relazione. L’atelier cambia nel tempo, attraversando diversi spazi e due trasferimenti, fino ad arrivare oggi al Mulino della Simonetta, un luogo che sembra racchiudere perfettamente la sua idea di lavoro e che, per un curioso gioco del destino, si trova a pochi metri da dove è nata. Un ritorno alle origini che assume un valore simbolico ma anche molto concreto. È un nuovo inizio.

Dopo aver attraversato alcune delle più importanti maison internazionali e diversi incarichi di grande prestigio, Annagemma continua a fare ciò che ha sempre fatto: trasformare una visione in un abito e un abito in una storia. E di storie, Annagemma, ne ha parecchie da raccontare. Proprio da questa consapevolezza, accompagnata dalla curiosità e dalla voglia di mettersi in gioco che da sempre la contraddistingue, Annagemma decide di aprirsi al mondo dei social, comunicando in un linguaggio a lei nuovo. Lo ha fatto per curiosità, ma soprattutto per accorciare la distanza tra generazioni. «Volevo imparare a parlare con mio figlio», racconta con la naturalezza che la contraddistingue. Da quel desiderio nasce una presenza sui social che oggi ha trovato una comunità ampia e partecipe. Attraverso TikTok e Instagram racconta la moda dal punto di vista di chi l’ha costruita dall’interno. Non cerca l’effetto nostalgia né il semplice intrattenimento: condivide il sapere dell’atelier, i gesti della sartoria, i retroscena delle grandi maison, gli incontri con stilisti e clienti, piccoli segreti tecnici e grandi storie della couture.

Una voce autorevole, riconosciuta anche dal mondo della formazione e delle istituzioni, tanto da essere invitata come special guest agli eventi TikTok Luxury Italia. In un panorama dominato dall’immagine, Annagemma continua a fare ciò che ha sempre fatto: trasformare l’esperienza in conoscenza e la conoscenza in racconto. Questo abbandono alla passione del fare accompagna anche la sua vita privata. La donna capace di lavorare ai massimi livelli della moda è la stessa madre che di notte cuciva i costumi di Carnevale per le proprie figlie, costruendo mantelli, abiti e dettagli con la stessa attenzione riservata a un progetto couture. La sua storia personale è fatta di prove, perdite, ripartenze e di una capacità straordinaria di trasformare ogni esperienza in energia creativa. Una forza costruita nel tempo, nutrita dalla disciplina e dalla curiosità. La bellezza, per Annagemma Lascari, è un patrimonio vivo. Vive nelle mani che lavorano, le sue come quelle delle sarte, nei corpi che accolgono gli abiti, nelle conoscenze che passano da una generazione all’altra. La couture diventa così un linguaggio fatto di memoria, materia e, soprattutto, di futuro.



[📷 Courtesy of Annagemma Lascari]

TikTok: Annagemma Lascari

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