All’s Fair, le prime tre puntate non sono ciò che ci aspettavamo

E dire che i presupposti per un prodotto esplosivo c’erano tutti. Ryan Murphy, fuoriclasse delle serie TV americane. Grandi nomi del cinema come Naomi Watts, Sarah Paulson e Glenn Close. Perfino la presenza fissa di Kim Kardashian, che a dirla tutta è anche tra i produttori esecutivi della serie, insieme a sua madre Kris Jenner. Una storia che sembrava avere potenziale: quella di un team di avvocate divorziste che lascia uno studio legale dominato dagli uomini per aprirne uno tutto al femminile. Empowerment femminile all’ennesima potenza? Sì. Ma solo sulla carta. Perché le prime tre puntate di “All’s Fair” sono tutto tranne quello che ci aspettavamo: ovvero il prodotto dell’anno.

E le motivazioni sono diverse. A partire da una storia che appare debole, facendo mancare un appiglio allo spettatore, che si perde tra i casi chiusi nel giro di ⁠⁠qualche pianosequenza con quelle che, più che delle avvocate di prim’ordine, sembrano quasi delle mature e moderne “Charlie’s Angels”. C’è poco senso anche nei personaggi e nei loro dialoghi: banali nella sostanza e per niente solidi. L’impianto narrativo fa sembrare la serie una sorta di spin-off di “The Kardashians”, con viaggi in jet privati e sfarzose abitazioni. Con nuovi trattamenti di bellezza fantasmagorici, la cui passione di Kim è nota, che però poco c’entrano con tutto il resto. E con i look scintillanti della Kardashian, aka Allura Grant, sposata con un giocatore di football dieci anni più giovane di lei, che improvvisamente sente il peso della differenza d’età e chiede il divorzio.

E proprio Kim, o Allura pardon, è iconica nella scena in cui spacca l’auto dell’amante Milan – la segretaria del marito, interpretata da Teyana Taylor – con i suoi occhiali preferiti, i Musk Butterfly di Balenciaga, vestita di giallo. Peccato che sia solo un sussulto che non giustifica il resto della sua interpretazione. Perché tutto sembra troppo artificiale, e il che è un peccato. Perché i presupposti erano ottimi. Anche quelli di cercare di rappresentare l’indipendenza e i problemi di alcune splendide madri single, alle prese con il tempo che passa, con l’amore che irrimediabilmente cambia e con la voglia di giustizia (o di vendetta).

Ma queste prime tre puntate di “All’s Fair” sembrano un accrocchio troppo forzato di tanti temi molto interessanti, ⁠⁠resi sterili nella loro resa finale. Con un focus più marcato sull’estetica patinata – e su questo chapeau – che sulla sostanza narrativa, sacrificando ritmo e profondità in favore di ambientazioni perfette e ostentazione di gioielli clamorosi. Il risultato? Sembra più una soap opera che una serie firmata Ryan Murphy.

[📸 Courtesy of Disney]

Condividi l'articolo sui social: