È stata una delle sfilate più innovative e seguite quella di Alessandro Michele che ha presentato due giorni fa la sua “Exquisite Gucci” in collaborazione con “Adidas”. Oggi il direttore creativo del brand si è raccontato in una lunga intervista, ospite a “Che tempo che fa”.
Fabio Fazio per prima cosa gli ha domandato cosa significa dedicarsi alla moda, in un momento in cui in Europa si sta consumando una tragedia. «È stato complesso e complicato. L’idea di fare un lavoro così distante dalla guerra era difficile. Poi ho pensato che questo mio adoperarmi, questo farlo con amore entra in sintonia con l’armonia della vita». L’armonia e la connessione con il tutto sono concetti che ritornano in Alessandro e che lo hanno sempre accompagnato, facendogli scoprire la bellezza, cui è devoto. «È una pratica quasi religiosa. È qualcosa che mi ha cambiato la vita, mi ha regalato incontri meravigliosi. La pratico in maniera spirituale: per me è una connessione indispensabile. Anche gli animali creano bellezza nella vita quotidiana, creano colori. Io vengo dalla periferia romana e ho fatto molta difficoltà a capire chi ero. La bellezza è stata una scialuppa».
In quella periferia era un bambino che sapeva di essere speciale, di dover fare qualcosa per entrare in contatto con quella pura bellezza. «È stato faticoso, era un mondo diverso e io ero un bambino che viaggiava molto con la fantasia, faceva cose diverse, si vestiva in modo diverso. Si facevano differenze tra ragazze e ragazzi […] Io trovavo sempre molto confortevole la zona di mezzo, dell’umano. Ho subito capito che i vestiti erano moltiplicatori dell’io. Il bullismo non esisteva nei primi anni ‘80, c’erano dei ragazzini che subivano di tutto. Io però ho costruito uno spazio, un mondo alternativo. Ho vinto io, abbiamo vinto tutti quelli che credono nell’idea che essere diversi è un valore aggiunto».
Ci è riuscito attraverso la moda che per lui rappresenta un “linguaggio potentissimo” perché è in grado di dare spazio a “tutte le espressioni dell’io”, in un mondo che cambia alla velocità della luce, dove l’essere alla moda può voler dire non esserlo perché “essere démodé è una cosa autorevole”.