Una famosa “caramella al gusto cola”. Questo è un elemento cardine dietro la realizzazione di “Stasera c’è Cattelan”. Non lo sapevate? Adesso lo sapete. Forse è il segreto del successo di questa stagione, quella con gli ascolti migliori da quando è partito il programma? Probabilmente. Fonti anonime, spie segrete nelle stanze degli studi Rai di Via Mecenate, ci hanno svelato che ormai Cattelan ne è dipendente. Ma non solo, perché ogni volta che c’è una puntata il team di autori del programma è costretto a mangiare nello stesso posto, lo stesso pasto, con gli stessi posti. Prima di concludere il tutto con il dessert, ovvero le famigerate “caramelle al gusto cola”. Ok, basta, non è un’inchiesta di Report, ma solo uno dei segreti, tra il serio e faceto, che abbiamo avuto la fortuna di carpire dietro le quinte dell’ultima puntata di “Stasera c’è Cattelan”, il programma in seconda serata su Rai 2 di Alessandro Cattelan. A partire dalla sua viva voce, che abbiamo sentito prima della registrazione, mentre degustavamo… indovinate cosa? Esatto, avete capito.



E forse un po’ come quelle caramelle, i programmi del conduttore non deludono mai. Merito di un marchio di fabbrica costruito negli anni, che lo ha visto, dopo gli esordi tra Viva Music, All Music ed MTV, rendere realtà la sua passione per gli show di seconda serata. Quelli che negli States sono un’istituzione, e che in Italia vuoi o non vuoi non hanno mai avuto un seguito così radicato. Cattelan, invece, è riuscito nell’impresa di renderlo familiare anche al pubblico italiano, in una fascia oraria che, diciamocelo, negli ultimi 20 anni ha sempre avuto meno spazio e tempo. E da qui è ripartito anche questa stagione, per il suo tredicesimo anno in onda in questa collocazione, ottenendo finalmente un po’ di stabilità anche dalla programmazione. I risultati lo dimostrano, visto che praticamente tutte le puntate hanno oscillato tra il 9 e il 12% negli ascolti tv, senza considerare il dopo, ovvero il pubblico del web. «Siamo anche poi un programma che va tardi e si presta molto a essere spillolabile sui social, su Rai Play – ci racconta Cattelan -. Quindi insomma, è una fascia particolare quella della seconda serata, una fascia che secondo me è un po’ bistrattata perché andando in onda a quell’orario magari non fa dei numeri incredibili, poi però nei giorni successivi si trascina la puntata in mille modi attraverso i giornali, i social, eccetera, ha un’eco sempre lungo. Quindi è sempre andata bene. Da quando siamo arrivati tre anni fa siamo partiti in una fascia che era tanto in difficoltà e siamo partiti bassi, poi un po’ meglio, un po’ meglio, un po’ meglio e ogni anno è stato sempre un po’ meglio».


Costanza, sano cazzeggio, ma soprattutto familiarità. Forse per questo Cattelan riesce a mantenere una calma quasi invidiabile, che si trasmette anche una volta in studio. Grazie al suo talento, certo, ma anche per il gruppo di autori che fedelmente lo segue praticamente in tutti i progetti che fa. Che sono tanti, se riassunti. Dalla radio, dove con “Catteland” è una delle certezze di Radio Deejay; all’editoria, dove la sua “Accento” è una delle nuove case editrici più apprezzate della scena; ai format web, da “Hot Ones Italia” su Rai Play a “Supernova”, podcast entrato nella famiglia di Chora Media che sta registrando notevoli risultati; per arrivare al teatro, che lo vedrà impegnato in tournée da settembre in tutta Italia, e molto altro ancora. La domanda, forse banale, che ci nasce spontanea è: come fa?


«Non è che vengono tutte bene. Nel senso, uno fa tentativi, ecco, l’importante è farli con tranquillità. Poi, insomma, senza paura di sbagliare, perché capita. E a me piace. Cioè, se poi mi trovo dei periodi in cui non faccio niente, cosa che capita tutto sommato raramente, perché poi tendo io ad accumulare un po’ di cose, mi scoccia. E poi è vero che, aprendo tante parentesi, poi ti trovi in dei periodi che c’è un po’ di sovraffollamento di quello che devi fare, quindi quello lì è un po’ massacrante, però è tutta roba che mi piace fare. E poi, invecchiando, ho anche imparato un po’… All’inizio, io volevo controllare tutto quello che facevo dall’inizio alla fine, invece poi adesso ho trovato un gruppo di lavoro con cui, un po’ a rotazione, sono sempre gli stessi quelli con cui lavoro, magari alcuni sono su un progetto, altri su un altro. Ho imparato anche un po’ a delegare, quindi riesci a fare più cose, perché hai persone di cui ti fidi che si occupano anche di, magari, starci un po’ dietro. Poi puoi fare questa cosa, di entrare in scena quando serve. Io prima stavo tutto il giorno sempre in redazione a fare tutte le robe, adesso un po’ meno. Riesco a fare più cose, sì».


Anche il difensore centrale? «Un tempo sì, un tempo era nettamente la cosa che sapevo fare meglio. Adesso è un disastro. Ma ti fa venire una tristezza incredibile. Quando provi a fare delle cose, non ce la fai più, non importa quanto tu la voglia, non ce la fai proprio. A un certo punto devi proprio abbandonare». Meglio il tennis, per ora, ci racconta il conduttore, che nella sua ultima puntata ha giocato con Ambra Angiolini, sulle note dell’immancabile “T’Appartengo”, Manuel Agnelli, Sangiovanni e come ospite misterioso, Giorgione. Ma qual è l’ospite più assurdo che vorrebbe vedere uscire da quella scatola? «Eh, quando mi viene fatta questa domanda qua io dico sempre Liam Gallagher, poi perché Noel l’ho avuto ospite varie volte, Liam Gallagher mai. Non lo so è una mia passione, però mi piacciono anche quelli che… Mi farebbe ridere se un giorno uscisse Hulk Hogan, cioè queste cose qua un po’ senza senso. Quest’anno quello che mi ha più emozionato è stato Francesco Salvi, perché sono i miei idoli dell’infanzia, mi piace quando esce da lì qualcuno che appunto rappresentava tanti anni fa qualcosa magari di irraggiungibile per me, oggi mi viene fatto come regalo-sorpresa».


E pensare che la tv non era nemmeno una sua passione. Perché al di là dei programmi comici, come il “Drive In” o “Mai Dire Gol”, il suo vero amore era quello per i Late Show, quando sbarcarono in Italia con le repliche di David Letterman su Rai Sat Extra. Forse da ragazzino non immaginava allora il percorso che ha fatto, né tantomeno il traguardo di arrivare a Sanremo come conduttore del Dopofestival e come co-conduttore della serata finale della scorsa edizione condotta da Carlo Conti. Un piccolo spoiler ce lo aveva dato l’anno scorso, al Franco Parenti, prima del suo show in prima serata “Da vicino nessuno è normale”, dove lo mettemmo di fronte a delle scelte per un suo possibile Sanremo, su dei co-conduttori papabili al suo fianco: Javier Zanetti, i fratelli Gallagher, la Gialappa’s Band e Carlo Conti. Lui rispose Carlo Conti, con il commento dei Fratelli Gallagher stile Gialappa’s. I due erano impegnati a studiare la reunion inaspettata e leggendaria degli Oasis – che ovviamente andrà a sentire anche lui a Wembley, questa estate -, ma su Carlo Conti ci ha preso. Com’è andata? «Bene bene, è stato da un certo punto di vista molto semplice. Un po’ perché poi era il Sanremo di Carlo quindi non sentivo grande stress, pressione e quant’altro. Anzi, credo che forse proprio la finale di Sanremo è una delle cose che ho fatto con più grande serenità da quando ho iniziato a lavorare in assoluto. Ho però toccato con mano cosa vuol dire la settimana di Sanremo lì ed è una roba allucinante». Tanto che nell’immediato, racconta, ci ha messo un po’ a riprendersi: «Nell’immediato ci ho messo un po’ a recuperare fisicamente, ci ho messo due settimane buone che era ancora un po’ stralunato, perché poi facendo il Dopofestival andavi a dormire alle 4 del mattino. Mi sono nutrito di Nutella, sai quella nelle scatoline degli alberghi, leccando la Nutella alle 4 del mattino. Quindi fisicamente ci ho messo un po’, però è stata un’esperienza figa».
Da rifare? Perché no, anche se ipoteticamente al Festival preferirebbe sempre un Triplete calcistico della sua Inter. «Senza pensarci due volte. Io Sanremo… un po’ l’ho fatto, se ricapiterà, ricapiterà. Ma triplete con mia figlia allo stadio, batte tutto». Quest’anno non sarà Triplete, ma la Champions League è un obbiettivo concreto. Una fede, quella nerazzurra, che racconta di aver trasmesso anche alla figlia Olivia, con cui aveva già programmato di andare a Monaco di Baviera per l’ipotetica finale. «L’altro giorno aveva un programma di scuola, stava così sull’iPad. È venuta tutta contenta a farmi vedere che aveva dovuto scegliere il suo nome avatar, così: Interforever. Era tutta felice». Forse la felicità, oltre ai traguardi personali, sta anche nelle piccole (per noi, grandi per chi fa queste imprese) cose.
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