Ai Mondiali vincono i brand oscurati

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?», diceva Nanni Moretti in Ecce Bombo. E forse, in qualche modo, questa frase può essere significativa per quanto sta avvenendo in queste prime fasi della Coppa del Mondo di calcio.

Un successo incredibile, soprattutto commerciale. Merito degli hydration break? No, almeno non solo. Ma anche di ricavi record per questa edizione in USA, Canada e Messico: 11,5 miliardi di dollari, così ha riferito il Sole 24 Ore pochi giorni fa. Numeri da far impallidire anche manifestazioni gigantesche come le Olimpiadi. Di sicuro pesano i diritti televisivi, sempre più fruttuosi, ma anche le partnership pubblicitarie, che si arricchiscono di tanti brand. A discapito di altri…

Sì, perché se è vero che la manifestazione rappresenta un palcoscenico di visibilità incredibile per i tanti brand che hanno sborsato milioni per finire sui cartelloni a bordo campo o in altri spazi di rilievo, a vincere questi Mondiali sono anche i brand che, vuoi o non vuoi, non sono sponsor della FIFA. Specie in America, dove, ad esempio, gli stadi riportano nel nome un brand. Naming rights venduti a peso d’oro di cui però la FIFA non beneficia. Per questo, per coloro che non hanno voluto trovare un accordo, la soluzione è stata una sola: coprire in qualche modo i brand presenti negli stadi che ospitano partite del Mondiale.

È stato il caso di Levi’s, che dà il nome allo stadio di Santa Clara, la cui copertura però non ha avuto l’effetto sperato. Perché, benché il logo sia coperto, la forma si intuisce. Ed è su quello che il marchio di abbigliamento ha puntato, lanciando una campagna sui social che, in men che non si dica, negli scorsi giorni è diventata virale. Tanto da aver portato Levi’s a coprire il suo marchio anche dalla foto profilo sui social e dalle insegne di molti suoi flagship store. Geniale, no? 

Lo ha capito subito anche Gillette, che dà il nome allo stadio di Boston, ironizzando sui social sul modo in cui ha deciso di coprire il suo logo: ovviamente con la schiuma da barba.

Una sorte simile a quella toccata anche all’AT&T Stadium, al Lumen Field e al SoFi Stadium, la cui scritta fuori dallo stadio di Inglewood, in California, è stata sostituita da una barriera su cui campeggia la scritta “FIFA World Cup”.

È la dura legge della FIFA, che non si ferma davanti a niente. Nemmeno alle salse? Assolutamente no. Ha fatto il giro del mondo la foto di un utente che, al SoFi Stadium, in una zona di ristoro evidentemente, ha fotografato le numerose salse presenti per condire magari i propri hamburger o hot dog. Qual è la stranezza? Anche quelle sono state prontamente coperte con del nastro adesivo, per non far riconoscere i brand. I quali, come successo con Levi’s e altri, non vedevano l’ora di scherzarci su e di utilizzare la vicenda come un’occasione ghiotta di marketing sui social network, come ha fatto Heinz, ad esempio.

Così lavora la massima organizzazione calcistica del mondo e sicuramente è un modello che ha fruttato. Anche se ha fatto rumore che questo “ban” sia arrivato anche alle cuffie che i calciatori indossavano. O meglio, a quelle che indossava Jamal Musiala, stella della Germania, che prima della partita stava ascoltando la sua musica preferita indossando cuffie Beats. Nemmeno per il noto brand c’è stata “pietà”: logo coperto con del nastro, con tanto di rilancio sui social. 

[📸 Getty Images; IPA; Instagram: gillette, beatsbydre, tabasco, heinz; X: kylesheldon, KevinNguyen_89 📹 Instagram: attstadium, levis]

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