Per fortuna che esiste la memoria e che esistono i racconti. Ma soprattutto, per fortuna che Adriano Bartoloni ne ha parecchi. Lui che con la sua macchina fotografica ha immortalato migliaia di volti, ora ha 86 anni, ma non riesce a fermarsi. Tanto che ora è uscito il suo nuovo libro intitolato “Memorie di Adriano, fotografo”, edito da People. Sarà che per una vita ha girato ogni angolo alla ricerca di un personaggio, di una storia, di un’emozione da immortalare. Mai in maniera banale, sensazionalistica, ma con un punto di vista unico, sensibile e integro.
Ha realizzato scatti rimasti nella storia, con protagonisti personaggi del calibro di Jacqueline Kennedy, immortalata mentre mangiava una carbonara a Roma, Sophia Loren e perfino papa Wojtyla, colto in momenti mai visti prima per un Pontefice. Merito di una determinazione fuori dal comune, che l’ha reso sicuramente uno dei fotografi più influenti del Dopoguerra, raccontando eventi, storie e immortalando i personaggi più grandi dell’epoca.
C’è una sua frase che viene riportata spesso e cioè: “A volte mi è stato chiesto cosa ci voglia per essere un bravo fotoreporter, quale abilità serva. La mia risposta è sempre stata la stessa: serve tutto tranne che essere un bravo fotografo”. Ecco, sarà forse un po’ banale chiederglielo, però mi può dire perché?
Sì, perché è una frase un po’ così, messa lì, buttata. Perché se uno è un fotoreporter, sia d’assalto o meno, fare il fotografo è una questione istantanea. Se io penso che la fotografia viene più bella di qua o di là, già quell’attimo è passato. Guarda, io lo paragono a un fotografo che fa danza. Se loro non prendono proprio l’apice del movimento, il più alto, la foto già non rende. Per me è quello, è l’attimo. Se tu pensi di fare una foto bella, già quell’attimo ti può essere passato. Perciò si deve scattare subito, all’improvviso. Poi la fotografia non è bella? Pazienza. Però la foto c’è, che è quella di quell’attimo che tu hai scelto, cioè hai scelto, che sai che è quello, e così… per me è questo.
Ma cosa vuol dire per lei fotografare?
Fotografare è cercare un’immagine. La prima cosa è scegliere l’argomento, perché non è che tu vai in giro, fotografi… puoi fotografare anche qualunque cosa. Però, insomma, uno perlomeno si fa non dico un progetto, ma almeno dice: mi occupo di quell’argomento. E fotografare vuol dire che di quell’argomento, in poche parole, devi cogliere il senso e la cosa più bella che ci può essere a proposito, sia negativa che positiva.
Come le è nata questa passione?
Beh, è nata perché mio zio era pittore-fotografo, parliamo di Novecento… Io ero un bambino, stavo su uno sgabello, e lui mi faceva vedere lo sviluppo da cui venivano fuori queste figure che per me erano magiche. Perciò è una questione, diciamo, che ho ormai nel sangue, come si dice, proprio dentro di me. Mio zio era un bravissimo fotografo, pur vivendo in un paesetto, nell’Umbria, a Cascia.
Se per lei è stato ereditario, cosa ci vuole oggi, secondo lei, per intraprendere il suo mestiere?
Guarda, io ho cominciato dalla base. Cosa devi avere? Prima la determinazione di dire: voglio fare questo lavoro. Se non c’è quella, insomma, non ti dico che devi lasciar perdere, ma devi avere un incentivo per farlo. Non è che viene fuori normalmente. E poi niente, non ci vuole niente. Cioè, consigli non riesco a darli, perché ogni persona è diversa e non so quella persona che consigli dare. Magari se la conosco, sì, ma non posso dare consigli del genere in questo modo.
Rispetto al suo periodo com’è cambiato il lavoro e il mondo dei fotoreporter oggi?
Oggi li capisco un po’ poco, sono sincero. Perché oggi moltissimo è costruito. Anche se vedi alcuni servizi che sembrano così improvvisati, invece molte volte sono costruiti d’accordo con il personaggio, con chiunque sia. Molti di questi servizi, però non dico tutti. Perciò poi quei pochi che rimangono, lì sta l’abilità, insomma… Per me non è tanto fare la fotografia, è arrivarci a fare la fotografia. Se tu fai caso, i miei servizi non sono programmati. Arrivare a fare la foto è difficile? Beh, io mi ci butto. Questo per me è importante, credere proprio in quello che si può fare fotograficamente.
Ha fatto servizi straordinari, mi vengono in mente papà Giovanni Paolo II in piscina, Jacqueline Kennedy, Lady Diana…
Ma guarda, credimi, quella è una parte, perché una parte del mio archivio diciamo che è andata persa. Non è andato perso, però, diciamo che non ce l’ho più in mano. Perciò dei 12.500 argomenti che ho fatto, mi sono rimasti in mano 4-5, quelli che hai visto pubblicati, insomma, tutto lì. Però certo ne ho fatto di servizi. Tanti, tanti, tanti, in 50 anni di carriera…
Qual è lo scatto o il servizio che porta più nel cuore?
È uno scatto semplice, di Lady Diana, fatto a Venezia. Eravamo perlomeno dai 50 agli 80 fotografi dietro a lei, quel seguito del viaggio di nozze in Italia. Ma tu non crederai alla bolgia che c’era, e tutti cercavano di fare la foto più bella. Io non stavo lì insieme a loro, mi sono messo da una parte, sapevo che andava a cena in un luogo e ho messo un teleobiettivo. Ho visto Lady Diana fuori, sorridente davanti a una torta. Così contenta, felice, che io non l’ho mai vista in un modo così semplice. Quella mi è rimasta proprio nel cuore, poi perché diciamo per tutta la storia, c’è poi tutto l’alone in seguito, insomma quella lì. Poi sì il Papa in piscina, senz’altro è stato molto difficoltoso. E invece un altro è di Enzo Tortora in carcere. Quello mi ha fatto male, perché quando l’ho fotografato, mentre era rasato, non me l’aspettavo. Perché il giorno prima l’avevo fotografato sempre nel carcere, a Regina Coeli, che aveva i capelli, la camicia, tutto diciamo così, normale. Il giorno dopo lo trovo rasato e senza camicia, io non lo riconoscevo. Ma non tanto mi ha fatto effetto vederlo dentro l’obiettivo, ma quanto mi ha fatto effetto vedere le locandine su tutte le edicole di Roma. Ho visto la violenza di quest’uomo, che era proprio disperato. Era impensabile, un presentatore che è stimato da tutti, poi così gentile sempre con tutti, buono, vederlo in quel modo… Ecco, mi è dispiaciuto quasi di aver fatto quella foto, però non la rinnego di certo. Nel senso che ho fatto bene, perché uno deve scattare quello che vede, in poche parole.
Ma invece quali sono gli scatti che le hanno dato più gratificazione?
Eh, pochi (ride, ndr). Pochi perché mi scelgo sempre argomenti un po’ particolari. Ma io non saprei che dirti, credimi. Gratificazioni ne ho avuto tante, per carità, ma tante perché poi la gratificazione si riscontra anche con il senso economico. Inutile che uno ci gira intorno. Perciò parecchie, eccome. Poi, cioè, io quando ci sono state delle fotografie che ho fatto e il personaggio che mi ha pregato assolutamente, che gli facevo del male con quella fotografia, gli ho dato il rullo, l’ho distrutto davanti ai suoi occhi.
C’è questo codice deontologico, in qualche maniera, nel suo lavoro?
Quello ce l’ho sempre avuto, io sempre. Perché un conto è quando sei con il teleobiettivo, non vedi il personaggio, lui non ti vede, non sa neanche di essere fotografato. Sì, si vede sbattuto sui giornali, però, credimi, sono sempre fotografie che io, autoassolvendomi, dico: “Vabbè, in fondo è tutta pubblicità per il personaggio”. Ragiono così, insomma. Però, tornando alla gratificazione, l’ho avuta. C’è quella di Onassis, quando tirò fuori il libretto degli assegni e lo fece vedere. Veramente facendo lo sbruffone davanti ai clienti del ristorante. Insomma, dai, offende una persona, eh. Io mi sono sentito offeso, voleva comprarmi le foto davanti a tutti. Ho detto: no, no, io lavoro per i giornali, io le foto non te le do. E lui ha tirato fuori il libretto degli assegni. Quella scena andava ripresa proprio dal vivo. Mi disse: “Ci metta lei la cifra”. E io: “No no grazie, ma io non le vendo”. Proprio così. Poi mi fa: “Ma non sa quello che lei ha perso”. E io: “Ma neanche lo voglio sapere”. Quella è stata la scena più bella.
Ce l’ha un rammarico o magari, in ambito professionale, un servizio che le è sfuggito per poco?
Parecchi, ma il primo che mi viene in mente è quello di Grace Kelly quando è morta. Allora, muore Grace Kelly, io mi metto in testa di fotografare i parenti, cioè il principe Ranieri con le figlie, che vanno a pregare sulla tomba, sulla lapide. Perché era una lapide dentro una chiesa. Quello che ho fatto quattro o cinque giorni lì è incredibile, sono salito su un palco sopra dove si suona l’organo, era a due metri e mezzo o tre dal piano. Poi mi attorciglio tutti i drappi lunghi, quelli che servivano per i funerali, quelli che si mettono fuori dalla chiesa. Mi sono avvolto lì, facendo un buco per il teleobiettivo, non mi vedeva nessuno. Dissi: “Io adesso qui senz’altro la faccio la foto”. Beh, non ci crederai, per cinque giorni nessuno dei familiari è andato a trovarla. Dici non è possibile? È possibile, te lo dico io. E quello è stato il rammarico di non aver fatto quella foto, ma mancava il soggetto. Nessuno in cinque giorni è andato a depositare un fiore, perché poi la chiesa era di strada, non era isolata.
[📸 Courtesy of Adriano Bartoloni & People – ogni diffusione senza consenso è severamente vietata]