Abitare il pensiero, oltre il design: Andrea Branzi in mostra alla Triennale

Insieme a Fondation Cartier pour l’art contemporain, Triennale presenta una grande monografica dedicata a Andrea Branzi: architetto, designer, teorico, curatore, docente e artista, figura centrale nella cultura del progetto tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo. Attraverso lo sguardo di Toyo Ito, la mostra attraversa i nuclei più significativi della ricerca di Branzi, mettendo in relazione installazioni, disegni, oggetti, modelli, materiali d’archivio e ambienti espositivi. Emergono così alcuni dei temi fondanti del suo pensiero – la fragilità, l’ibridazione, la convivenza planetaria, il rapporto tra artificio e natura – insieme alla dimensione biografica e intellettuale del suo lavoro.

L’aspetto forse più interessante che emerge con chiarezza dalla mostra è proprio la totalità della pratica di Branzi: una concezione del progetto che non conosce compartimenti stagni e che attraversa con naturalezza discipline, linguaggi e scale differenti. Toyo Ito concepisce il percorso espositivo come “un flusso ininterrotto”: un itinerario continuo, organico, che restituisce l’idea di un pensiero mai definitivamente concluso. Le opere di Branzi sembrano infatti appartenere a un “presente continuo”, più che a un tempo storico preciso. Lo spazio si organizza per flussi, attraversamenti e vortici, offrendo al pubblico l’esperienza di una pratica viva, mobile, in costante trasformazione. La mostra raccoglie oltre quattrocento opere tra installazioni ambientali, modelli, disegni, oggetti di diverse dimensioni, video e documenti d’archivio. Il percorso si apre e si chiude con due autoritratti e comprende una grande installazione site-specific dedicata a No-Stop City, progetto radicale che ha cristallizzato l’idea di “scrittura territoriale” e articolato una critica lucidissima alla metropoli contemporanea. Attorno a questo nucleo si sviluppano le numerose sperimentazioni architettoniche, urbane e paesaggistiche di Branzi, fino alle riflessioni sulle “metropoli teoriche”. Verso la fine del percorso emergono nuclei più apertamente antropologici, come Ospitalità cosmica, dedicata alla coabitazione tra specie differenti, e Oggetto ibrido, dove il design supera i propri confini attraverso pratiche di innesto e contaminazione. Di particolare interesse anche la sezione costruita attorno alle interviste inedite realizzate da Hans Ulrich Obrist, che sottolinea il valore della trasmissione, dell’insegnamento e del dialogo come parti integranti della pratica di Branzi.

Ciò che mi ha colpito maggiormente e che emerge con forza è il modo in cui Branzi pensa l’oggetto. Nei suoi lavori il design non coincide mai semplicemente con la produzione di una forma: l’oggetto conta per il pensiero che condensa, per le relazioni che attiva, per il mondo che lascia intravedere attorno a sé. È una concezione del progetto oggi sempre più rara, in cui il design agisce come dispositivo critico prima ancora che funzionale o commerciale. La mostra rende evidente anche la straordinaria fluidità con cui Branzi attraversava ambiti differenti: pubblicità, urbanistica, architettura, design di prodotto, teoria, allestimento, teatro. Passava da una disciplina all’altra con una naturalezza impressionante, mantenendo sempre lo stesso sguardo lucido, ironico e radicale. Una versatilità difficilmente riscontrabile oggi con la stessa libertà e profondità.

Questa attitudine appare profondamente legata al clima culturale di quegli anni: un periodo particolarmente fertile, aperto alla contaminazione tra saperi e attraversato da una forte tensione critica nei confronti della società dei consumi e delle istituzioni moderniste. Emblematica, in questo senso, è la celebre pubblicità del divano Safari di Superstudio, esposta in mostra, che recita: “Un pezzo imperiale nello squallore delle vostre pareti domestiche. Un pezzo più bello di voi. Un pezzo bellissimo che non meritereste…” Un’ironia feroce e intelligentissima, impensabile oggi nei canali mainstream, che dimostra quanto il progetto potesse allora diventare strumento di critica culturale oltre che di produzione estetica. Particolarmente interessante è inoltre, a parer mio, la sovrapposizione di discipline apparentemente lontane nella progettazione del territorio. In uno dei progetti commissionati da un comune emiliano, Branzi intreccia sistemi di irrigazione, iconografia cristiana e archeologia, affrontando il paesaggio come una struttura complessa fatta di memorie e segni culturali oltre che ad impianti prettamente funzionali. Il territorio non viene quindi letto soltanto come superficie da organizzare, ma come organismo stratificato da interpretare criticamente.

La mostra riapre così, senza alcuna nostalgia, una domanda estremamente concreta: che cosa siamo ancora disposti a riconoscere come design? Tra la metà degli anni Sessanta e i Settanta, Branzi ha poco più di trent’anni. Si forma nel clima della contestazione, della crisi delle certezze moderniste e dell’espansione insieme seduttiva e violenta della società dei consumi. In quel momento il progetto smette di coincidere pacificamente con l’idea di “buon prodotto industriale”: la casa, la città, il paesaggio, l’oggetto stesso diventano territori da attraversare criticamente. È in questo contesto che nascono Archizoom, Superstudio e le esperienze della radical architecture italiana: non episodi marginali, ma il sintomo di una stagione in cui il design poteva ancora configurarsi come presa di posizione sul presente.

Il risultato è, nel complesso, una mostra notevole. E lo è perché l’ammirazione che suscita non deriva soltanto dalla qualità dell’allestimento o dalla ricchezza dei materiali esposti, ma dal fatto che riesce a rendere nuovamente leggibile qualcosa che oggi sembra sempre più raro: l’idea di un design che non coincide necessariamente con la produzione di oggetti, che trascende le discipline, e soprattutto, che conserva ancora la capacità di formulare uno sguardo critico sul mondo.


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