In una grande sala affrescata, con il pavimento a scacchiera, una giovane si intrattiene in solitaria durante un ricevimento. La figura longilinea, i capelli a caschetto bombati e voluminosi, lo sguardo poeticamente assorto nel proprio mondo, la giovinezza seppur vissuta con una certa malinconia mentre gioca a lanciare delle biglie sul pavimento; quella ragazza è Valentina, ed è la protagonista indimenticabile del capolavoro di Michelangelo Antonioni, “La Notte”, il secondo film della cosiddetta “trilogia esistenziale” insieme a “L’avventura” e “L’eclissi”.
A renderla straordinaria, nella sua silenziosa alienazione giovanile e malinconia, Monica Vitti, in una delle sue interpretazioni più minimaliste ma incisive di sempre. In compagnia di altri due mostri sacri come Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau, “La notte” è stato un film rivoluzionario del maestro Antonioni, dove il bianco e nero e le atmosfere austere della Milano anni ’60, contribuiscono non poco a raccontare l’incomunicabilità dei rapporti umani, tema centrale di tutto il trittico del regista ferrarese.
La Vitti, nel ruolo della ventiduenne figlia dell’industriale e proprietario della villa Gherardini, incarna tutte le incertezze borghesi, insinuandosi involontariamente nella coppia, già in crisi, formata da Mastroianni e Moreau. A sottolineare quell’eleganza non priva di inquietudini, il black dress sfoggiato dall’attrice: un abito apparentemente semplice nella sua ricercatezza, un cocktail dress nero con lunghezze midi e arricchito da balze leggere sulla gonna, e leziose arricciature sullo scollo. Le bretelle sottili, spesso pronte a cascare a ogni inclinarsi dell’attrice, suggeriscono l’idea di una sensualità che non ha bisogno di urlare per farsi notare, una femminilità regale e composta ma pronta a stupire, nel bene e nel male. Quell’abito è firmato Valentino e segnò definitivamente il debutto dello stilista di Voghera nel cinema d’autore.
Fu la stessa Monica Vitti a commissionarlo al couturier, nel 1960, quando Valentino era ancora giovanissimo ma cominciava a rendersi noto come punto di riferimento di stile tra esponenti del jet set internazionale. Quell’abito nero, lezioso e minimalista in un certo senso, dimostrò la capacità dello stilista di raccontare le donne in ogni forma e sfumatura personale, senza mai rinunciare alla bellezza. Ben presto arrivarono Elizabeth Taylor – assidua frequentatrice di Cinecittà -, Jackie Kennedy e il lungo stuolo di attrici e regine che scelsero Valentino come mentore dei loro look, un’ancora di certezze per assicurarsi eleganza senza se e senza ma. Valentina fu solo la prima, l’iniziatrice di una lunga storia d’amore tra il cinema e lo stilista, che fece della sua vita stessa un film, sempre all’insegna della discrezione come emblema indiscusso di stile.
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