Naoshima: l’isola giapponese innamorata dell’arte, in particolare di quella di Yayoi Kusama

In Giappone, lontana dalle rotte del turismo più battuto, esiste un’isola che pochi conoscono. Ancora in parte preservata dal turismo di massa – anche perché pare che raggiungerla non sia semplicissimo e che la connessione a internet sia limitata – Naoshima ripaga ampiamente con una bellezza autentica e silenziosa. Qui la natura incontaminata si intreccia con il linguaggio più avanzato dell’arte contemporanea, dando vita a un paesaggio unico, fatto di musei, art house e installazioni diffuse che trasformano l’isola in un’esperienza immersiva più che in una semplice destinazione.

Il fulcro simbolico e architettonico di Naoshima è il Benesse House Museum, capolavoro firmato dall’architetto autodidatta Tadao Ando. L’intero progetto nasce dalla visione di Soichiro Fukutake, imprenditore legato all’industria petrolifera, che all’inizio degli anni Ottanta immaginò un luogo in cui il paesaggio naturale dell’isola potesse dialogare in modo armonico con arte e architettura contemporanea. Inaugurato nel 1992, il Benesse House è al tempo stesso museo e hotel: un complesso esclusivo articolato in quattro edifici distinti, progettati per inserirsi nel territorio senza sopraffarlo, seguendo una logica di equilibrio e integrazione totale. Già se osservato dall’alto, il complesso rivela una forza estetica autonoma, come se fosse esso stesso un’opera. 

Al suo interno convivono lavori iconici: dal Full Moon Stone Circle (1997), suggestiva composizione di pietre circolari collocata su una terrazza affacciata sull’esterno, alle lamine di piombo arrotolate di Jannis Kounellis del 1996, fino alla tela A Walk Around the Hotel Courtyard Acatlan (1985) di David Hockney. Gli spazi sono popolati anche dalle sculture monumentali di Frank Stella e da Night Totality (1974), una delle celebri pareti-oggetto nere di Louise Nevelson. A dominare l’insieme è però 100 Live and Die (1984) di Bruce Nauman: un monolite di neon intermittenti, attraversato da parole che evocano vita e morte, collocato ai piedi della grande scalinata ovale progettata da Ando come asse visivo e concettuale del museo.

Sparsi sull’isola emergono poi interventi che trasformano elementi funzionali in opere d’arte. È il caso della stazione ferroviaria ridipinta integralmente da Esther Stocker, che attraverso le sue geometrie in bianco e nero altera la percezione dello spazio e della profondità. Poco distante, l’architetto Sou Fujimoto firma una struttura avveniristica e profondamente affascinante, nonché uno dei simboli dell’isola: un poliedro cavo composto da una trama fittissima di reti metalliche bianche, pensato come luogo pubblico da osservare dall’esterno come una scultura e da attraversare all’interno come uno spazio di pausa e contemplazione.

Tra le immagini più iconiche di Naoshima spicca senza dubbio la grande zucca gialla a pois di Yayoi Kusama, collocata alla fine di un pontile, sospesa tra acqua e cielo.

Nei dintorni si trovano altri importanti poli artistici, tra cui il Chichu Art Museum, progettato anch’esso da Ando e interamente sviluppato sotto la superficie dell’isola.

Tra gli edifici degni di nota e impregnati di vitalità artistica, il Lee Ufan Museum, nato dalla collaborazione tra Tadao Ando e Lee Ufan e  dalla forma semicircolare che lo configura come un grande anfiteatro naturale.

Speciale anche il progetto Art House, che ha trasformato sette abitazioni tradizionali del centro di Naoshima in spazi d’arte site-specific: ogni casa è stata restaurata e reinterpretata da artisti e architetti, dando vita a interventi unici.

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