Marc Chagall, a Ferrara una mostra sul suo universo creativo: “L’arte può ancora essere un linguaggio di comunione” 

«Sento che il nostro problema oggi è soltanto uno: unirci. Radunare quello che resta di noi dopo il disastro, riempire i nostri cuori di propositi nobili». Una frase che Marc Chagall pronunciò nel 1947 ma che esta tuttora attuale e dimostra il lascito di questo grande maestro del Novecento.

Marc Chagall fu uno dei più importanti pittori dell’epoca, in grado di trasformare i sogni in colorate opere d’arte. E Palazzo dei Diamanti di Ferrara – dall’11 ottobre 2025 all’8 febbraio 2026 – ospiterà la grande mostra “Chagall. Testimone del suo tempo”, un percorso espositivo di sorprendente intensità emotiva che invita il pubblico a immergersi nel suo universo poetico.

La mostra al Palazzo dei Diamanti

Per capire l’arte di Marc Chagall, bisogna dimenticarsi per un attimo delle leggi della fisica: nelle sue opere, ci sono sposi che sorvolano campanili, violinisti sui tetti, e vengono dipinte immagini dove si fondono memoria dell’infanzia e cronaca del presente. Un’apparente anarchia temporale, che in realtà rivela una profonda lucidità sul presente, che ha attraversato il Novecento e ancora oggi rimane attuale.

La sua esistenza è stata trasformata in un linguaggio universale, che ancora oggi veicola importanti messaggi: ci ricorda che l’arte può essere un ponte tra mondi diversi, specchio delle aspirazioni più disparate, ma anche delle contraddizioni umane. Le sue opere celebrano la verità emotiva, dando forma ai sentimenti più profondi, cercando di elevare lo spirito e stimolare le persone a trovare, anche negli orrori del tempo, barlumi di pace e comprensione.

La mostra al Palazzo dei Diamanti di Ferrara si compone di 200 opere – tra dipinti, disegni, incisioni – alcune di queste presentate per la prima volta in Italia. Ci sono inoltre delle sale immersive che consentono di sentirsi parte delle sue creazioni. Ma anche i suoi famosi “amanti volanti” e i bouquet colorati che, come delle metafore, veicolano messaggi più grandi su temi come l’identità, l’esilio, la spiritualità e la gioia di vivere. Di questo e molto altro abbiamo parlato in un’intervista a con Francesca Villanti, curatrice della mostra al Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

L’intervista a Francesca Villanti

Marc Chagall è stato uno dei grandi maestri del Novecento, capace di attraversare e reinventare diverse correnti artistiche. A quarant’anni dalla sua scomparsa, come possiamo definirlo oggi? Che tipo di artista è stato e quale cifra stilistica lo contraddistingue?

«Chagall è un artista che sfugge alle definizioni. Non appartiene a nessuna avanguardia, eppure le attraversa tutte, mantenendo una voce inconfondibile. La sua grandezza non risiede nell’equilibrio tra culture diverse, ma nella capacità di trasformarle in un linguaggio personale, visionario e universale. Le radici ebraico-chassidiche, la memoria della Russia, la libertà parigina e la luce mediterranea confluiscono in un unico orizzonte poetico, dove tutto diventa segno dell’interiorità.

È il pittore che sceglie di raccontare ciò che non si vede con gli occhi: le emozioni, il sogno, la spiritualità che attraversa la vita quotidiana. Non gli interessa descrivere la realtà, ma tradurre in immagini ciò che si sente nel viverla. La sua pittura è un racconto interiore del mondo, in cui il colore diventa vibrazione affettiva e il gesto pittorico un atto di rivelazione. Come scrisse Lionello Venturi, “Picasso è il trionfo dell’intelligenza, Chagall la gloria del cuore”».

Chagall è spesso descritto come un artista sognante, capace di far dialogare realtà e immaginazione attraverso il colore. In che modo emerge la dimensione onirica nelle sue opere? E quale valore assumono i colori nel suo linguaggio pittorico?

«In Chagall il sogno non è evasione, ma una forma di conoscenza. La sua visione onirica deriva da una concezione mistica del mondo, in cui visibile e invisibile convivono. I colori sono suoni dell’anima, “illuminazioni interiori” che sostituiscono la luce naturale. Il blu della nostalgia, il rosso della passione, il verde della speranza e il giallo della rivelazione si alternano come stati d’animo. È il colore, più della forma, a generare significato: ogni tonalità è portatrice di un’emozione spirituale e di una memoria. Come nelle icone russe, la realtà appare trasfigurata, ma mai negata».

C’è un periodo specifico della sua carriera che questa esposizione sceglie di mettere in luce o che risulta particolarmente rappresentativo del suo percorso?

«La mostra mette in luce la continuità interna dell’opera di Chagall: quel filo che lega le origini a Vitebsk, l’esperienza parigina e la maturità francese. Non un percorso cronologico, ma un viaggio attraverso i temi che attraversano tutta la sua vita – la memoria, l’esilio, la religione, l’amore».

Quali sono i principali temi che emergono da questa mostra?

«La mostra restituisce la complessità di un artista che ha attraversato il Novecento come un poeta della luce e della memoria. I grandi nuclei tematici non sono comparti separati, ma momenti di una stessa meditazione sull’esistenza. Il primo è la memoria delle origini, la Vitebsk perduta che riaffiora per decenni come luogo dell’anima: non una nostalgia, ma un archetipo affettivo e spirituale, da cui nasce l’intero universo figurativo di Chagall. Il secondo è la condizione dell’esilio, che diventa metafora universale dell’uomo moderno: nei suoi quadri la dispersione, la guerra e la Shoah si trasformano in immagini di compassione e di speranza, dove la sofferenza individuale assume un valore collettivo. Il terzo è la forza generativa dell’amore, da Bella a Vava, da ogni incontro umano alla riconciliazione con la vita: l’amore come principio cosmico che unisce ciò che la storia divide.

Accanto a questi poli, emerge con forza la dimensione sacra della sua arte, intesa non come adesione dogmatica ma come ascolto del mistero che abita ogni forma di vita. E, nell’introspezione e nello studio dell’animo umano, affiora un tema decisivo: quello del doppio, la coesistenza di luce e ombra, di presenza e assenza, di umano e divino. In Chagall, ogni figura sembra contenere il proprio contrario: lo sposo e la sposa, il violinista e il Cristo, l’uomo e l’animale, come se la verità dell’essere potesse rivelarsi solo nella tensione tra opposti.

Chagall è testimone del suo tempo perché non ne rappresenta gli eventi, ma ne svela l’anima: trasforma le fratture del secolo in visioni di rinascita, restituendo all’arte la sua funzione più alta – quella di illuminare la parte invisibile dell’uomo».

In un’epoca di frammentazione come la nostra, cosa ci ricorda l’arte di Marc Chagall? E che tipo di messaggio o riflessione sul presente ci invita a cogliere attraverso le sue opere?

«Chagall ci insegna la continuità. In un mondo dominato dalla disgregazione, la sua opera ricompone ciò che è diviso: l’uomo e la natura, la fede e la ragione, la memoria e il futuro. La sua pittura ci ricorda che l’arte può ancora essere un linguaggio di comunione e non di separazione. Il suo messaggio è di resistenza poetica: anche nel dolore, c’è sempre una scintilla di luce da custodire».

Quanto della sua vita privata entra nei suoi lavori? In mostra troviamo anche opere dedicate alla sua seconda moglie, Vava?

«Tutta la sua vita è nella sua pittura. Bella, la prima moglie, è la presenza costante, la figura della memoria e dell’amore eterno. Dopo la sua morte, Vava rappresenta una rinascita affettiva, una nuova armonia che ritroviamo nei toni più luminosi della maturità. In mostra ci sono ritratti e opere di quegli anni – come Ritratto di Vava o Gli sposi e l’angelo – in cui la coppia diventa simbolo di continuità e speranza, non sostituzione ma prosecuzione del legame».

L’importanza della Terra

Il legame di Chagall con la Francia, e in particolare con la Costa Azzurra, è stato profondo. In che modo questi luoghi hanno influenzato la sua arte e la sua visione del mondo?

«La Francia è per Chagall una seconda patria spirituale. Parigi gli offre la libertà linguistica e formale, la Costa Azzurra la luce della rivelazione. A Saint-Paul-de-Vence, tra il Mediterraneo e il cielo, la sua pittura diventa più trasparente, più musicale. È qui che realizza le grandi opere pubbliche – vetrate, mosaici, volte – dove il colore si fa luce. Dopo le ombre dell’esilio, la luce del Sud è la restituzione della vita».

C’è un’opera in mostra che considerate particolarmente rappresentativa, o che vi ha colpito in modo speciale durante la preparazione dell’esposizione?

«La nuvola nuda (1945-46) è forse il cuore emotivo della mostra. Realizzata dopo la morte di Bella, riunisce in un’unica immagine la memoria, la perdita e la rinascita. La grande nube dorata che sovrasta il villaggio è insieme cielo e presenza, assenza e promessa. È una tela che contiene il lutto e lo trasforma in luce».

C’è un aneddoto curioso o poco noto che avete scoperto sulla vita di Chagall lavorando a questa mostra?

«Durante la preparazione delle Favole di La Fontaine, Chagall non leggeva i testi da solo: chiedeva a Bella di leggerglieli ad alta voce, ma la interrompeva prima della morale finale, dicendo: “Questo non è per me”. Non era disinteresse, ma rifiuto della chiusura. Per lui l’arte doveva restare aperta, come la vita. È un piccolo gesto che racconta la sua filosofia poetica più di molte parole».

Qual è la sensazione o il messaggio che vorreste che i visitatori portassero con sé, uscendo dalla mostra?

«Vorremmo che uscissero con la sensazione che l’arte di Chagall non appartiene al passato, ma al nostro tempo. Che ogni suo quadro, con la sua leggerezza apparente, custodisce un messaggio di resistenza morale e di speranza. E che, come nei suoi sposi sospesi sopra la città, anche noi possiamo trovare un equilibrio fragile ma possibile tra il dolore e la bellezza del vivere».

[📷 Courtesy of Arthemisia]

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