Forse per qualcuno di voi sarà stata solo una cover di una rivista. Per me, e per tanti altri come me, quella non è soltanto una cover, ma “la cover” per eccellenza. “The 3rd Summer of love” era il titolo dell’editoriale, quando ancora gli editoriali erano degni di essere definiti tali. Non semplicemente delle fotografie prodotto, ma delle narrazioni che ti trasportavano in altri mondi, a volte fantastici, a volte estremamente reali ma sempre e comunque portatori di un altrove. È così che gli appassionati di moda della mia generazione, e di quelle precedenti, sono cresciuti: sfogliando riviste, quando ancora Instagram e altri media di facile divulgazione delle immagini non esistevano. Sfogliando i magazine e immergendosi negli shooting fotografici scattati dai più grandi maestri della fotografia di moda, con modelle altrettanto incredibili, location pensate ad hoc, outfit dove una gonna non era semplicemente una gonna ma poteva trasformarsi all’occasione in qualcos’altro, grazie al sapiente intervento degli stylist.
Ecco, se oggi la parola stylist è altamente nota a tutti, poco più di 15 anni fa era ancora sconosciuta alla maggioranza delle persone. Cosa faceva esattamente uno stylist? Nessuno sapeva dirlo con precisione, ma quel che è certo è che se le pagine della carta stampata prendevano vita attraverso le storie raccontate attraverso abiti e accessori, il merito era anche suo. Quando seppi della possibilità di poter addirittura studiare questa professione non ci pensai due volte: essere una stylist voleva dire essere regista di un film che parla attraverso la moda, il che per me rappresentava letteralmente l’apoteosi. Styling è stato il corso universitario che ho scelto di studiare dopo il liceo classico e sebbene non abbia mai veramente svolto questa professione perché la vita mi ha portato altrove, ricordo ancora con fervore quei giorni fatti di ansia e spensieratezza al fine di costruire una formazione che mi permettesse di fare della moda il mio pane quotidiano.
Ecco, io quella lezione in cui sullo schermo alle spalle del mio docente venne proiettata la cover di The Face del 1990 non me la scorderò mai. La copertina della rivista indipendente britannica degli anni ’90 rappresentava esattamente quella parte della moda che a me toccava più delle altre. Non me ne vogliano il glamour degli anni ’80 né l’audacia degli anni 2000, ma gli anni ’90 per me sono stati un decennio speciale, nella moda, nel cinema, nella musica, praticamente in tutto. E quella cover era portatrice di un messaggio talmente spiazzante e rivoluzionario, seppur nella sua immediata semplicità, che niente sarebbe stato più come prima. Una ragazzina lentigginosa e sorridente, spettinata e con i denti leggermente storti, giganteggia con il suo volto ipnotico in prima pagina; in testa, un copricapo con le piume degno di una festa di compleanno a tema Woodstock. Sullo sfondo, una spiaggia spoglia dal fascino senza tempo e per questo consacrata all’eternità.
Quella ragazzina era un’appena quindicenne Kate Moss, l’adolescente che di lì a pochi giorni avrebbe cambiato per sempre l’estetica della moda contemporanea. Ma Kate non fu la sola complice di quella rivoluzione in bianco e nero: dietro l’obiettivo, Corinne Day, una delle voci più poetiche e controcorrenti della fotografia del periodo. Lo styling? Curato da Melanie Ward. Melanie Ward: un nome, una leggenda. La stylist dell’anti moda, colei che aveva portato il vintage e il second hand sui set delle riviste più patinate, la donna che attraverso i vestiti non si limitava a raccontare degli oggetti ma delle emozioni contrastanti, dove il brutto diventa bello e dove una giovane donna minuta può diventare l’ambassador di una corrente culturale vera e propria. Il grunge, i Nirvana, il minimalismo di designer come Helmut Lang e Margiela: gli anni ’90 sono stati un coacervo di contrasti capaci di rendere questo periodo stimolante come non mai. Melanie, che era venuta su nel periodo iper proibizionista dell’Inghilterra thatcheriana, aveva sviluppato una naturale propensione alla ribellione. Uno spirito controcorrente che ben si poteva respirare nei suoi lavori come stylist: non c’era nulla di forzatamente patinato in lei, nulla che potesse anche solo lontanamente avvicinarsi all’idea di catalogo total look tanto in voga in quel periodo. Il suo approccio allo styling era per certi versi documentaristico, ma con una cifra di personale nostalgia, ora irriverente, ora romantica. Il suo approccio agli abiti rompeva le regole, mixava le classi sociali e le differenze anagrafiche, unendo il basso e l’alto, il buono e il cattivo gusto come non mai.
Ha catturato l’essenza di brand simbolo del periodo come Calvin Klein e Jil Sander, ma è con Helmut Lang che avvenne il sodalizio definitivo: la stylist e il designer austriaco erano simbiotici, l’uno la metà dell’altra, due teste rivolte verso lo stesso orizzonte. Nel 1995 Ward si trasferisce negli Stati Uniti e diventa senior fashion editor per Harper’s Bazaar, ruolo rivestito per 14 anni. Il suo ultimo lavoro è stato lo styling per la campagna menswear di Dior 2025-2026, scattata lo scorso anno. Ultimo lavoro perché ieri sera, 22 ottobre 2025, la stylist più controcorrente che la moda abbia mai avuto si è spenta dopo una breve lotta contro il cancro. Il mondo della moda tutto si è raccolto in un profondo rammarico: dai fotografi Inez e Vinoodh alla stylist Katie Grand che proprio a Ward si è ispirata agli inizi della sua carriera.
In una delle ultime interviste a BOF, Melanie Ward aveva espresso le sue perplessità sul lavoro degli stylist oggi: più chiamati a scattare un look che a portare il proprio tocco personale capace di fare la differenza. Come quel copricapo in piume senza brand, scelto per la copertina che cambiò la storia della moda per sempre. Ciao Melanie.
[📷Getty Images]