C’è stato un tempo in cui quello del “party dressing” non era solo un semplice atto di vestirsi per un’occasione speciale, ma un rituale, un’abitudine irrinunciabile e quasi sempre tipica del weekend, dove lo spirito gioiosamente trasgressivo incontrava i gusti più irriverenti dello stile con un unico e comune obiettivo: divertirsi. Erano anni di edonismo sfrontato, dove osare era l’unica parola d’ordine e la musica l’unica protagonista di cui non si poteva fare assolutamente a meno. Che si trattasse dei club underground di Londra e Berlino, della “discoteca” nella sua accezione più popolare o del glamour dei locali più esclusivi, il dresscode non era solo un modo per farsi notare ma anche un modo di vivere a 360° la notte e tutto quello che ne è parte. Perché quello che accade di notte resta di notte e un abito o un accessorio non erano semplicemente gli elementi di un look ma pezzi di vita, testimoni silenziosi di serate che si sono protese fino all’alba, di incontri furtivi nel buio del dancefloor, di sguardi e risate complici al gusto di gin-tonic che restano impresse nella mente.
Eppure, il clubbing ha perso la sua potenza evocativa. Per qualcuno un tempio del divertimento, per altri veri e propri enti culturali dove ascoltare musica e scambiare interazioni, per molti uno spazio di libertà dove lasciarsi andare. Ma negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria inversione di tendenza: se fino a qualche anno fa il cosiddetto “andare a ballare” era una prerogativa quasi fissa di ogni settimana, ora è diventato sempre meno frequente. E no, non siamo semplicemente noi a essere invecchiati ma è un mood che coinvolge le nuove generazioni in primis: con l’aumento delle interazioni per lo più digitali, il club ha smesso di diventare punto di ritrovo e connessione. Sempre più soli e alienati, i giovanissimi cercano il contatto con il prossimo attraverso scambi di reel e post e se scelgono di abbattere il confine virtuale e di ritrovarsi dal vivo, preferiscono riunirsi in casa o in strada, frequentando i bar, fortunatamente ancora zoccolo duro della socialità.
Se un tempo la prassi era “aperitivo, cena, club”, ora c’è chi si ferma al secondo o addirittura solo al primo step, a prescindere dall’età. Complici, inevitabilmente, i risvolti psicologici del post-pandemia ma anche una complicata situazione economica che ha bene o male coinvolto la maggioranza della popolazione. E, infine, la chiusura di molti club iconici e che hanno fatto la storia, non in ultimo il Plastic di Milano, vera e propria istituzione e ultimo baluardo della cultura underground della città.
La moda è da sempre rappresentante del sentire comune e lo reinterpreta attraverso capi e immagini, con reazioni che possono essere o completamente lo specchio riflesso del quotidiano o il suo opposto, in un processo di antitesi che più che provocare vuole sollecitare desideri che forse ci appartengono ancora ma che non abbiamo il coraggio di esprimere a gran voce. Tra la fine della “clean girl era”, che ha lasciato spazio a una nuova estetica di una femminilità più consapevole e accentuata, selvaggia e volutamente messy come atto di ribellione seducente, il ritorno sottile degli anni ’80 e ’90 nella loro accezione più compiacente e il bisogno di una ritrovata sensualità anche nell’immaginario collettivo, la moda torna a raccontare il proibito. O almeno, vorrebbe. E forse, a dispetto di tutto, ci viene quasi da dire “era ora”. Dopo stagioni di campagne asettiche spacciate per “quiet luxury” ma in realtà più che altro noiosi e fin troppo product focus, si sente il bisogno di ricominciare a raccontare delle storie attraverso le campagne fotografiche.
Un approccio che in passato ha fatto la fortuna di molti marchi, con scatti diventati immortali e iconici, e che avevano soprattutto la capacità di emozionare o semplicemente far riflettere. Certo, i tempi sono cambiati e quel gusto provocatorio a oggi non sarebbe consentito, per innumerevoli ragioni che non staremo qui a spiegare e che in fondo conosciamo tutti. Ma integrare una visione contemporanea che possa essere vincente, sostenibile e al contempo seducente per chi guarda non è e non deve essere un’impresa titanica, ma un processo naturale per chiunque lavori nella creatività. Campagne come quelle FW25 di Dolce&Gabbana e Dsquared2 sono state necessarie: sensualità, un pizzico di drama “cinematografico”, gruppo, unione, libertà sono solo alcune delle parole che ci vengono in mente guardando questi scatti.
Dolce&Gabbana le sue “Cool Girls” le aveva già portate in passerella lo scorso febbraio, tra urban attitude e “bling bling” addiction, un mood che ritroviamo protagonista nella nuova campagna scattata da Steven Meisel. Protagonista la top model Vittoria Ceretti, il video di lancio ci accompagna in un turbinio di seduzione notturna ed energia viva al ritmo di musica, dove lo scintillio dei mini dress si fonde con il potere suggestivo della club scene e dove il bianco e nero non diventa solo uno stile fotografico ma un modo di interpretare la visione del futuro. Per nulla nostalgica, anzi, quanto piuttosto audace, accattivante, sofisticata ma pronta a osare. E non si è fatto come sempre nessun problema a osare Dsquared2, che nella nuova campagna porta Irina Shayk e Alex Consani in una “discesa agli inferi” che non ci è mai parsa così salvifica e promettente, lussuosa e pronta a lasciare il segno.
A vedere certi scatti vien voglia di mettersi l’abito più sexy che abbiamo nell’armadio, chiamare un taxi e andare nel nostro club preferito senza aspettare lo scoccare della mezzanotte. Il vero problema è che al momento non sapremmo dove andare.
[📷Instagram:dolcegabbana]