Isabella Blow: perché non dovremmo assolutamente perderci il biopic sulla musa tragica della moda contemporanea

Certe esistenze sono destinate tanto a lasciare il segno quanto a essere segnate da una profonda tragicità. Non sappiamo esattamente in base a quale criterio vi siano persone naturalmente portate alla felicità e altre portate al dramma, ma quel che è certo è che non sempre dipende da noi stessi e che spesso sono leggi non scritte, impossibili da sovvertire. Quel che resta dunque ai “naturalmente infelici” è di provare a essere unici, come se tutto quel dramma che si portano dentro possa essere fautore di una qualche bellezza sconvolgente, altissima e spaventosa al tempo stesso. E come nella migliore delle tradizioni romantiche, capita spesso che tra infelici ci si riconosca, in una tacita ma solenne connessione, fatta di scambi creativi e intemperanze funeste, tra litigi e rappacificazioni che proprio mai restano sterili, ma anzi fertilizzano quel fiore raro e prezioso che è l’amicizia creativa. Non è un caso dunque che due personaggi come Isabella Blow e Alexander McQueen si siano riconosciuti al primo sguardo per supportarsi vicendevolmente in un ménage tormentato e stimolante.

Due figure chiave, emblematiche della moda contemporanea, entrambe scomparse eppure entrambe più vive che mai per il lascito che si portano dietro, che ora sono destinate a rivivere sul grande schermo. Su Lee McQueen è stato detto e scritto tanto; genio incompreso e infelice, bambino pieno di sogni e immaginazione, probabilmente il più grande designer del XX secolo. Come i protagonisti mitologici di quei racconti che lui stesso amava mettere in scena nelle sue sfilate, ha raggiunto l’apice del successo e della gloria ma non è mai riuscito a guarire le sue ferite interiori, tanto da scegliere di porvi rimedio con il suicidio. Sua amica, confidente, metà complementare e supporter, Isabella Blow, una donna visionaria e al pari tormentata, fragile e acutissima nel riconoscere il talento altrui. “The Queen of Fashion”, questo il titolo del biopic dedicato a Blow, ripercorre le fasi di una vita fatta di alti e bassi ma sempre e solo consacrata alla moda nella sua accezione più pura e ispirata.

ll film sarà diretto da Alex Marx, che ha sviluppato questo debutto cinematografico per oltre nove anni. L’attrice britannica nominata all’Oscar Andrea Riseborough – meglio conosciuta per i suoi ruoli in Birdman, To Leslie, Lee e Il regime – interpreterà Isabella. Joe Cole sarà invece Alexander McQueen. Ma perché Isabella Blow è stata una figura fondamentale per il fashion system e perché la sua eredità, soprattutto di pensiero, restano fondamentali per la preservazione della creatività? Tanto per cominciare, perché è stata tra le prime a supportare i talenti “emarginati”. Lo ha fatto mettendoci la faccia, acquistando e indossando lei stessa le loro creazioni combinate abilmente con il suo senso dello stile personale, il tutto senza mai smettere di combattere i suoi demoni interiori, come un disturbo bipolare mai diagnosticato, un cancro e una depressione che la strapperà definitivamente alla vita. Blow, proprio come Lee McQueen, ha giocato tante volte con l’idea della morte, sfiorandola come inevitabile soluzione a una sofferenza connaturata sin dall’infanzia, eppure nonostante ciò sono sempre stati animati da un bisogno vitale e salvifico di divulgare energia creativa.

Nata come Isabella Delves Broughton in una famiglia londinese benestante il 19 novembre del 1958, sin dalla più tenera età viene colpita da due eventi che la segneranno per sempre: il divorzio dei genitori con conseguenti privazioni economiche e la morte del fratellino ad appena due anni per annegamento. Dopo diversi lavori salutari per mantenersi, nel 1979 si trasferisce a New York per seguire un corso universitario alla Columbia University. Nel 1981 diventa assistente di Anna Wintour presso Vogue US e in seguito continuerà ad assistere André Leon Talley sempre per la stessa rivista. In questo periodo si immerge nella society creativa newyorkese degli anni ’80, facendo amicizia con figure del calibro di Andy Warhol e Basquiat. Nel 1986 ritorna a Londra, per lavorare come editor presso Tatler Magazine e il Sunday Times Style. È in questo frangente di tempo, in occasione del suo primo matrimonio con l’art dealer Detmar Blow – da cui prenderà per sempre il cognome – che si imbatte in quello che può essere definito il primo, vero “pupillo” del suo genio visionario: Philip Treacy, il couturier dei cappelli diventato un’icona eterna dello stile britannico. I due stringono un rapporto di vera amicizia e addirittura Blow chiama Tracy a trasferirsi nel suo appartamento londinese per poter lavorare a tempo indeterminato alle sue creazioni di cappelli.

Isabella amava indossarli anche nelle loro versioni più eccentriche ed esuberanti, forse anche come scudo dalle incursioni verso il suo privato. Nel 2002 in un’intervista con Tammy Blanchard, dichiarò che amava indossare cappelli stravaganti per una ragione pratica: «per tenere chiunque lontano da me. La gente dice: posso baciarti? E io rispondo no, grazie mille. Non voglio essere baciata da chiunque ma solo dalle persone che amo». L’incontro fatale con McQueen avviene invece durante la sfilata finale di quest’ultimo presso la Central Saint Martin, dove aveva studiato fashion design. Isabella rimane completamente conquistata dal talento del giovane stilista che sceglie di acquistare l’intera collezione per 5.000 pound, pagandola in rate settimanali da 100 sterline. Da allora in poi, saranno inseparabili: Blow finanzia personalmente il genio di McQueen, che non muove un passo senza prima consultare la sua mentore, musa e amica. Non è un caso che quando lo stilista decise di vendere una quota del suo suo marchio a Gucci, Isabella si arrabbiò moltissimo per non essere stata consultata prima. Un rapporto viscerale ma irrimediabilmente minato dalle fragilità psicologiche di entrambi.

Minata dalla depressione che l’aveva perseguitata per tutta la vita, Isabella si trovò a dover combattere un cancro alle ovaie e la consapevolezza di essere sterile. Il suo sogno di avere un bambino si sgretolò nonostante mille tentativi di fecondazione assistita, ponendo fine al suo matrimonio e gettandola definitivamente nello sconforto. Sola e diseredata dalla famiglia, dopo il divorzio dal marito venne sottoposta a diverse sedute di elettroshock, in seguito a una diagnosi tardiva di disturbo bipolare. Diversi i tentativi di suicidio, con un colpo di coda finale il 7 maggio del 2007, quando fu trovata morta avvelenata a Gloucester. Sulla sua bara, durante i funerali londinesi, oltre ai fiori venne posto anche un cappello dell’amico Philip Treacy. McQueen, invece, si tolse la vita solo qualche anno più tardi, nel 2010, sconvolgendo per sempre il mondo della moda. Quello che tuttavia Isabella Blow ci lascia e su cui è importante riflettere, al di là della tragicità della sua esistenza, è il suo approccio alla moda, un approccio dove osare, rischiare e soprattutto riconoscere istintivamente il talento sono sempre stati comandamenti fondamentali. Verbi che forse oggi potrebbero risultare obsoleti, considerati i tempi odierni, ma che invece dovrebbero continuare a restare dei punti fermi anche per le nuove generazioni. Probabilmente il mondo non avrebbe mai conosciuto Alexander McQueen senza Isabella Blow, e questo è doveroso ricordarlo.

[📷 IPA]

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