“Saluti da…” quando i ricordi erano in formato cartolina

Sembra tutto facile e immediato ora, vero? Certo. Ci sono tanti benefici, ovviamente. Perché magari, ai tempi, se nemmeno si aveva il telefono, alla domanda “Scrivimi quando sei a casa” poteva passare anche un mese. Il tempo che la lettera passasse di postino in postino. Ma forse un po’ di quel romanticismo e di quell’attesa, ora, non farebbero male. Ora che la concezione del tempo ci scorre e ci scivola tra le mani come acqua da un rubinetto. Ora che, anche se dopo un minuto la persona a cui scriviamo non ha visualizzato o non ci ha risposto a un DM, un po’ ci impanichiamo.

E come facevano le persone care ai tempi? Quando partivano per un viaggio o si trasferivano altrove? Non utilizzavano mail o chat, ma trasferivano pensieri su carta. Lettere, se le cose da dire erano tante. Cartoline, se il messaggio era più breve e conciso.

Con le loro immagini preimpostate, forse anche un po’ finte, ci facevano però sentire un po’ con le nostre persone amate. Nelle città e nei luoghi dove si trovavano. Quasi come se fossero dei post Instagram che ricevevamo nelle cassette postali. Ma presupponevano un’azione, e poi un’altra: gesti di premura e di cura. Di amore, per comunicare la mancanza o semplicemente un saluto. Un ricordo che però non svaniva al tempo dell’algoritmo, una scrollata e via, ma rimaneva. Sulle bacheche, vere e non virtuali; nei cassetti; sulle scrivanie; sui frigoriferi. Gesti tangibili come la ricerca della cartolina perfetta, del francobollo, della penna con cui scrivere il messaggio, della frase giusta per racchiudere in pochissime parole il mare di sentimenti che una persona aveva nella testa e nel cuore. E che molto spesso si racchiudevano in “Un abbraccio, con affetto”, da una sperduta o popolare località.

Sarebbe bello riscoprirlo. Mettendo un attimo da parte la frenesia di scrivere uno dei tanti messaggi, per inviare – con l’inchiostro – il nostro saluto.

[📷 Getty Images; IPA 📹 Getty Images]

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