Virtual Beauty: l’ossessione estetica digitale raccontata in una mostra a Londra

Un tempo si parlava di “Snapchat dysmorphia”, un termine coniato dai chirurghi plastici già nella metà degli anni 2010, quando si iniziò a notare un fenomeno nuovo: le persone non portavano più come riferimento la foto di una celebrità, ma i propri selfie filtrati dall’intelligenza artificiale. La soluzione? Rimodellare il volto reale per assomigliare alla versione idealizzata di sé stessi, perfezionata sullo schermo del proprio telefono.

Se nel 2010 questa tendenza cominciava a diffondersi, oggi sembra quasi la norma. Addirittura nell’ultimo anno si è iniziato a parlare di “beauty burnout”: fa riflettere che il termine “burnout”, tradizionalmente legato allo stress lavorativo, venga ora associato a qualcosa di così personale come la bellezza. La costante necessità di “manutenzione”, gli appuntamenti estetici, l’overload di prodotti, l’infinito flusso di contenuti beauty e la pressione per aderire a standard estetici sempre più mutevoli stanno lasciando molte persone – soprattutto donne – esauste. Quello che un tempo era visto come un rituale di cura di sé oggi è percepito, da molte persone, come un altro obbligo da rispettare. Una fonte di ansia e stress, che alimenta un ciclo di perfezionismo apparentemente senza fine.

Questa ossessione estetica digitale, che non accenna a rallentare, è ora al centro di una riflessione artistica grazie alla mostra “Virtual Beauty”, che dal 23 luglio al 28 settembre 2025 animerà le sale della Somerset House di Londra. L’esposizione indagherà l’impatto della cultura digitale e delle nuove tecnologie sulle definizioni tradizionali di bellezza: dai filtri di Instagram ai volti generati dall’intelligenza artificiale, si interrogherà su come la tecnologia stia trasformando il nostro modo di rappresentarci e su chi, oggi, detenga davvero il potere di definire che cosa è bello. In un’epoca in cui l’auto-curatela digitale è diventata una seconda natura, “Virtual Beauty” inviterà il pubblico a riflettere su identità, empowerment e sui confini fluidi della bellezza nell’era post-internet. Tra installazioni immersive e opere provocatorie, l’esposizione promette di mettere in discussione gli standard estetici tradizionali.

Tra le opere principali troviamo “Omniprésence” di ORLAN (1993), performance pionieristica in cui l’artista trasmise in diretta streaming il proprio intervento di chirurgia estetica, criticando così gli ideali di bellezza occidentali; e “Excellences & Perfections” di Amalia Ulman, riflessione tagliente sull’autenticità (o meno) dei personaggi social. L’immaginario della bellezza “vista” dall’AI prenderà forma nei ritratti generati da artisti come Minnie Atairu, Ben Cullen Williams e Isamaya Ffrench, mentre Harriet Davey, Frederik Heyman e Andrew Thomas Huang esploreranno l’identità digitale e la creazione di avatar che superano i limiti dell’umano.

[📸 frederikheyman.com / © Frederik Heyman]

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