Lento, veloce. È tutto un gioco di acceleratore e freno, di spingere e fermarsi. Ma le curve impetuose che la vita può metterci davanti sono tante. Pensate a un ragazzo poco più che maggiorenne che inizia a far musica per trovare la sua strada, che tra le barre rap trova il suo modo di esprimere la sua arte. Che difende e mostra, perché il talento alla fine la maggior parte delle volte lo si percepisce a occhio nudo. Ho visto per la prima volta Irama in vita mia a Sanremo, nel 2016. Capello corto, piuma all’orecchio, sguardo languido, di un ragazzino che si percepiva avesse tanto da voler far uscire. Portò “Cosa resterà”, uscì quasi subito tra le nuove proposte, ma pensai: sicuramente ne sentiremo parlare. E non ci voleva certo un genio per vedere la sfrontatezza, che forse mascherava un po’ di paura, di un giovanissimo artista con la faccia e la voce fatte per bucare lo schermo e fare incetta di fan. Ci mise un po’, in realtà, a emergere dopo quell’esperienza. Passando da Amici, e ritrovando quella retta via che sembrava segnata verso una carriera luminosa fatta di grandi traguardi.

A leggerla così sembra una favola a lieto fine. Ma in realtà la storia di Irama – no, non siamo a C’è posta per te, scusate -, è una di quelle che potrebbe servire ai ragazzi che iniziano a far musica. Perché non ha mai mollato, perché in un modo e nell’altro ha creduto nel potere salvifico della musica. Per chi la fa, per chi la ascolta. E a questa cosa lui, ormai quasi 10 anni dopo quell’esordio da imberbe, ci tiene ancora tantissimo. Non per la ricerca del consenso o per compiacimento, ma perché crede davvero nel significato di unire le persone e regalargli qualche minuto di salvezza. In questo caso, ieri mercoledì 21 maggio 2025, i minuti sono diventati ore, visto che all’Unipol Forum stracolmo è andato in scena il suo concerto. Anticipato da un’idea lanciata sui social, proprio ai suoi tanti fan. «Negli ultimi mesi ho sentito il bisogno di rallentare, di mettere distanza dal rumore e ritrovare me stesso. Ho ricominciato a scrivere. Su carta, a mano, senza filtri. È stato il mio modo per fare chiarezza, per ritrovare un contatto vero con quello che sento. Da qui nasce un’idea semplice, ma importante per me: aprire una casella postale. Un modo per tornare a parlare con voi in maniera diversa, più intima. Scrivetemi. Senza fretta. Con le vostre parole. Le leggerò una per una. Ho bisogno anche di questo: di riconnettermi con voi».

Una casella postale aperta ai suoi fan, che sicuramente risponderanno numerosi, come hanno fatto ieri sera e in altre occasioni. Una richiesta un po’ âgée per molti, ma in realtà in linea con la sua persona. A testimoniarlo non sono queste parole, di chi lo osserva e non lo conosce direttamente – se non attraverso interviste o esibizioni -, ma quello che ha fatto letteralmente durante il suo concerto. Si è voluto godere tutto, ha cantato e parlato a ognuno dei presenti guardandoli negli occhi, si è seduto in mezzo a loro, lentamente e poi velocemente. Come la sua musica, il cui repertorio è già pieno di instant classics che cambiano genere e repentinamente trovano coerenza con la sua carriera. Partita per strada, nelle battle di freestyle, col suo stile ibrido, à la Irama. Tra rap e canto. E che adesso ha un suo senso nella discografia snocciolata anche sul palco, per la sua gente. Passare da “5 Gocce”, “Mediterranea”, “Crepe”, “Arrogante”, “Nera”, a “Tu no”, “La ragazza con il cuore di latta”, “Ovunque sarai”, e ancora per chiudere con “La genesi del tuo colore” e l’inedito “Senz’anima”. Mondi equidistanti che trovano rifugio nella sua voce, capace di far ballare e poi commuovere, di riflettere e vivere gioiosamente la vita, di alzarsi sul seggiolino e poi sedersi. Un rollercoaster di emozioni, di vita vissuta e di speranze. Quelle di Filippo, di Irama, delle persone comuni, che lo hanno scelto in mezzo a tanti e lo seguiranno ancora. E magari seguiranno anche il suo desiderio di rallentare, in mezzo a questa vita così logora e rapida. O magari sapranno dosare quanto freno e acceleratore ci vorrà, ma sempre ascoltando alla radio e nelle cuffie le sue canzoni.

[📸 Lorenzo Galli]