Gucci è tornata a casa. Lo ha fatto presentando la sua collezione Cruise 2026 a Firenze, la città italiana dove tutto ebbe inizio nel 1921, quando il fondatore della maison, Guccio Gucci, diede il suo nome all’omonimo negozio-laboratorio di articoli da viaggio e selleria. Da lì, tutto il resto è storia.
Una storia complessa e a tratti indefinita: dagli albori che hanno consacrato il brand come emblema dell’artigianalità italiana, con la sua iconica pelletteria, fino a un immaginario sexy, simbolo dell’edonismo sofisticato sotto la direzione creativa di Tom Ford. Dopo di lui, il boho-chic contemporaneo di Frida Giannini, l’estro utopico e pop di Alessandro Michele, e infine la sartorialità minimale — e forse non del tutto compresa — di Sabato De Sarno, che ha lasciato la guida della maison dopo appena due anni.
Con vendite in netto calo, il gruppo Kering ha annunciato una svolta inaspettata: alla guida creativa arriva Demna Gvasalia, il genio sovversivo della moda contemporanea per eccellenza. Il debutto ufficiale è previsto per le passerelle milanesi di settembre, ma già in questa collezione in molti hanno colto alcuni indizi riconducibili alla sua visione.

La sfilata, curata dal team creativo interno, si è svolta a Palazzo Settimanni, edificio del XV secolo adiacente alla celebre Piazza Santo Spirito, oggi sede dell’Archivio Gucci. Un evento che possiamo definire un vero ponte tra le epoche del brand:il passato, rappresentato da un archivio potente e ancora oggi base solida; il presente, fluttuante e incerto, proprio per questo aperto a nuove contaminazioni;
il futuro, dominato dall’attesa per uno dei debutti più discussi della moda contemporanea: quello di Gvasalia.
La collezione attraversa molti dei codici identitari del marchio: la femminilità ladylike e borghese, il dailywear e i power look anni ’70, la sensualità elegante degli anni ’80, i richiami all’era Tom Ford e le stravaganze fuori dagli schemi di Alessandro Michele. Pencil skirt abbinate a top lingerie si alternano a maxi capospalla in pelliccia oversize; completi sartoriali mannish vengono arricchiti da orecchini opulenti. Tubini bon ton dalle silhouette sixties incontrano abiti lunghi in lurex e pizzi decorati, con richiami alla disco music e alle notti dorate della Dolce Vita italiana.
Il mood è rafforzato dalla location fiorentina — autentico gioiello del Made in Italy — e dalla colonna sonora: Metti una sera a cena del maestro Ennio Morricone. In passerella anche collant logati scintillanti, sequin dress e una nuova borsa, la “Giglio”, tributo alla città di Firenze. E ancora: pantaloni slim in verde smeraldo e azzurro acceso, abbinati a bluse con spalle esagerate. In questi contrasti e dettagli, qualcuno ha intravisto un’eco — seppur lieve — del tocco di Demna.

Non è dato sapere se il designer abbia avuto un ruolo diretto in questa collezione. Ciò che è certo, però, è che Gucci sta cercando di ripartire. Di ritrovare una rotta nel caos di tempo e spazio. E lo fa tornando alle origini, a quell’embrione da cui tutto è nato. Un DNA che, forse, farebbe bene a non dimenticare mai.
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