Partner nella vita e nel lavoro, Anna Devís e Daniel Rueda formano un duo creativo che, negli ultimi anni, ha conquistato le piattaforme social e non solo, grazie al loro modo colorato e vivace di rappresentare il mondo. Tutto è nato tra le aule dell’Università Politecnica di Valencia, dove si sono incontrati: entrambi studenti della Scuola di Architettura, si sono innamorati al punto da condividere perfino le loro doti artistiche.
Pur dedicandosi alla fotografia, non hanno mai abbandonato il loro background negli studi in architettura, che continua a emergere con forza nei loro lavori. Le loro narrazioni fotografiche, magnetiche e gioiose, ruotano attorno ai due macro-temi che guidano la loro arte: le relazioni umane e il fascino per l’ambiente urbano. E, per quanto sembri incredibile, riescono a creare scene surreali senza ricorrere a software di fotoritocco.
L’intervista ad Anna Devís e Daniel Rueda

Com’è nata la vostra collaborazione? Quando avete deciso di iniziare a lavorare insieme e in che modo questa unione ha arricchito la vostra arte?
«Ci siamo conosciuti tanto tempo fa all’università, quando eravamo entrambi giovani studenti di architettura. Curiosamente, non è stata la passione condivisa per l’architettura a unirci, ma l’amore comune per tutto ciò che stava al di fuori dell’aula: musica, cinema, graphic design e, naturalmente, la fotografia. Fin da subito abbiamo capito che avremmo formato un ottimo team creativo. Condividiamo gusti e visioni simili e, pur avendo personalità diverse, ci completiamo invece di scontrarci,e questo rende il lavorare insieme qualcosa di molto naturale».
Come definireste il vostro stile e come vi definireste come artisti?
«Crediamo che gli artisti non si definiscano tanto per lo stile, quanto per le emozioni che sperano di suscitare negli altri. Per noi, è sempre stato importante trasmettere meraviglia, curiosità e gioia.
Il nostro linguaggio visivo tende a essere pulito, colorato e attentamente composto, ma ciò che conta davvero per noi è come le persone si sentono guardando il nostro lavoro. Il mondo può sembrare opprimente, a volte, e ne siamo molto consapevoli. Se le nostre immagini possono offrire anche solo per un attimo una piccola fuga verso un luogo dove tutto sembra avere un po’ più senso, dove i colori cantano e ogni cosa è al suo posto, allora sentiamo di aver fatto il nostro lavoro. Non si tratta di fingere che tutto sia perfetto, ma di offrire una finestra su qualcosa di più fiducioso, più leggero. A volte, può davvero fare la differenza».
Cosa desiderate comunicare attraverso le vostre creazioni?
«Con il nostro lavoro vogliamo ricordare alle persone che c’è sempre più di quanto si veda a prima vista. Non tutto è come sembra, e il mondo intorno a noi – per quanto possa apparire ordinario – ha molto più da offrire di quanto spesso ci rendiamo conto. Il nostro è un invito a guardare più da vicino, a restare curiosi e a non sottovalutare mai la magia nascosta in piena vista».
Che ruolo hanno le relazioni umane nel vostro lavoro? Quali aspetti cercate di mettere in luce? E che ruolo ha invece l’architettura?
«L’elemento umano è assolutamente essenziale nel nostro lavoro. Senza di esso, l’opera perde significato; nulla ha davvero senso senza la presenza dell’essere umano. Cerchiamo di trasmettere il messaggio che le persone contano. Anche se siamo solo una piccola parte dell’universo, abbiamo la capacità unica di agire consapevolmente, di cambiare le cose, di creare significato. È qualcosa che riteniamo importante ricordare, specialmente oggi».
«L’architettura, invece, è come una co-protagonista silenziosa in tutto ciò che facciamo. Con il nostro background da architetti, non possiamo fare a meno di trattare gli edifici non solo come semplici scenografie, ma come partecipanti attivi alla narrazione. Attraverso le nostre immagini, speriamo di mostrare che l’architettura può essere molto più di uno sfondo: è anche la struttura che ci sostiene, il tetto che ci protegge, il palcoscenico su cui si svolgono le nostre storie. Non è solo il luogo in cui accade la vita, è anche parte di come la vita accade».
È vero che create scene surreali senza ricorrere a software di fotoritocco? Come ottenete quegli effetti visivi?
«Sì, tutto ciò che vedete nelle nostre immagini era effettivamente presente al momento dello scatto. E affinché fosse lì, prima dobbiamo avere l’idea, poi progettarla e costruirla fisicamente con oggetti reali scenografie su misura, studiamo attentamente le angolazioni della fotocamera e facciamo tantissimi tentativi».
«Può sembrare controintuitivo, ma realizzare tutto in modo pratico, per noi, è più semplice. Quando devi costruire fisicamente ciò che immagini, lavorare entro i limiti del mondo reale (gravità, tempo, budget…), tutti vincoli aiutano a prendere decisioni in modo produttivo. Al contrario, sul computer – dove tutto è possibile – quella libertà infinita può risultare sorprendentemente opprimente».
Nel vostro processo creativo, conta di più il lavoro in post-produzione o la costruzione fisica del set?
«Decisamente la costruzione fisica. Non solo del set, ma di tutto ciò che compare nell’inquadratura. Ogni dettaglio, dagli oggetti di scena agli abiti, è progettato e realizzato da noi per adattarsi al concetto. Per esempio, nella nostra ultima opera, abbiamo dovuto realizzare da zero l’abito e un paio di guanti coordinati».
«La post-produzione fa parte del processo, certo, ma si tratta principalmente di rifinire i file grezzi. Il cuore dell’immagine è già ben definito prima ancora di sederci al computer; tutto ciò che accade dopo serve solo a rifinire ciò che abbiamo già creato dal vivo».
Potete raccontarci il vostro processo creativo?
«Scherziamo sempre dicendo che, essendo architetti, il nostro processo creativo è molto simile al flusso di lavoro che seguiremmo per progettare un edificio. Tutto inizia in studio con un semplice foglio di carta. Disegniamo ogni idea che ci passa per la testa, creando diverse varianti finché non siamo sicuri che l’idea sia audace e che la composizione funzioni. Lo schizzo finale diventa la nostra “pianta”. Usiamo software di architettura – quelli su cui ci siamo preparati- per definire le dimensioni e prendere decisioni su materiali e colori».
«Dopo la fase di progettazione, passiamo alla costruzione: tanto shopping, artigianato, pittura. Quando tutto è pronto e la scena è allestita davanti alla fotocamera, è il momento del “ciak”! Scattiamo la foto utilizzando effetti pratici e restiamo sul set tutto il tempo necessario affinché il risultato finale rispecchi la nostra visione. In questo modo, possiamo ridurre al minimo la fase di editing.
Qual è la serie che avete amato di più creare, come ad esempio “What the Hat?!”? Come l’avete realizzata e quanto tempo ci è voluto?
«Interagire con elementi urbani – finestre, porte, facciate – nei lavori precedenti ci ha insegnato che c’è bellezza e narrazione ovunque. Questa consapevolezza, unita al nostro amore per le forme tonde, ha ispirato “What the Hat?!”, una serie in cui un oggetto apparentemente banale come un cappello diventa il protagonista di una poesia visiva giocosa».
«Ogni immagine è una piccola celebrazione degli oggetti quotidiani spesso trascurati e della gioia che si prova nel vedere il mondo da una prospettiva un po’ diversa. Portare in vita ogni opera della serie è stato tanto divertente quanto complesso. Alcune immagini sono nate in pochi giorni, altre hanno richiesto settimane (o addirittura mesi) di pianificazione, progettazione e costruzione. Quello che può sembrare un momento spontaneo è spesso il frutto di un processo meticoloso, che comprende oggetti su misura, scouting architettonico e tanta coordinazione. È un processo lento, ma che ci permette di trasformare le cose più ordinarie in qualcosa di (a volte) magico».
Il colore ha un ruolo fondamentale nel vostro lavoro: seguite la psicologia del colore o vi lasciate guidare dall’istinto artistico?
«Non diremmo di seguire la psicologia del colore in modo rigoroso, come fosse una formula, ma trattiamo il colore come un ingrediente fondamentale in una ricetta. Non va misurato al grammo, ma deve essere bilanciato alla perfezione. Il nostro approccio è più intuitivo che scientifico: sperimentiamo, testiamo, aggiustiamo finché non “ha un buon sapore”, finché non ci sembra in armonia con la storia che vogliamo raccontare».
Quali sono le sfide e i vantaggi di condividere vita privata e professionale? Nel campo artistico, il legame personale è un valore aggiunto? Come gestite i conflitti?
«Che domanda! Potremmo scrivere un intero libro su questo! (E chissà, magari un giorno lo faremo). La verità è che lavorare con il proprio partner non è sempre facile. Quando vita privata e professionale sono così intrecciate, non esiste un vero “interruttore off”. Può essere caotico, complicato, e a volte stressante. Ma anche la vita lo è! E per noi, vivere e lavorare così, nonostante le difficoltà, ha un significato profondo. Non vogliamo essere un modello, né offrire una formula da seguire. Semplicemente, quello che abbiamo funziona per noi. Insieme riusciamo a immaginare e costruire cose che, probabilmente, non riusciremmo a fare da soli, e questo per noi è molto speciale».
«Detto questo, per quanto amiamo il nostro lavoro, la cosa più importante resta sempre amarci e prenderci cura l’uno dell’altra. Questo viene prima di tutto».
Se il vostro stile visivo fosse una città, quale sarebbe e perché?
«Adoriamo questa domanda! In questo momento, diremmo Seoul. La nostra ultima mostra si è tenuta lì e l’abbiamo visitata recentemente in occasione dell’inaugurazione. C’è una cura profonda e un’attenzione al dettaglio nella città che non avevamo mai visto prima, almeno non su questa scala. È riflessiva, stratificata, splendidamente realizzata, proprio come cerchiamo di essere con il nostro lavoro».
Avete dei sogni per il futuro?
«Certo! Ci sono molte città che sogniamo di visitare, tanti clienti con cui vorremmo collaborare e infinite idee che non vediamo l’ora di realizzare. Ma più di tutto, il vero sogno è continuare ad amare quello che facciamo e poterlo fare il più a lungo possibile».
[📷 Courtesy of Anna Devís & Daniel Rueda]