Maggie Cowles, l’illustratrice che porta a tavola l’arte ci racconta le sue opere: “Un invito a notare, assaporare, ricordare”

Nel 1913, la prima pubblicazione del libro di Proust “Alla ricerca del tempo perduto”, cambiò le carte in tavola, dando un nome e una definizione precisa a quel senso di nostalgia che si prova quando ci si trova di fronte a un certo tipo di cibo, capace di sprigionare profumi e ricordi.

Oggi, a oltre un secolo di distanza, l’intuizione di Proust continua a ispirare molti artisti che vedono il cibo come un’opera d’arte, in grado di incantare lo sguardo e nutrire l’anima ancor prima del corpo. Tra questi c’è Maggie Cowles, illustratrice freelance originaria di Brooklyn, che ha dedicato il suo lavoro alla poetica del cibo.

Attraverso le sue illustrazioni, caratterizzate da delicate sfumature cromatiche e linee essenziali, Maggie mette in risalto l’aspetto più artistico dei piatti che portiamo a tavola, dimostrando che anche il cibo può diventare arte, se osservato dalla prospettiva giusta.

«Vorrei che il mio lavoro fosse un invito a notare, assaporare, ricordare» ci ha spiegato in un’intervista parlando della sua intuizione, che non ha radici definite, perché nata e cresciuta insieme a lei.

L’intervista a Maggie Cowles

Come nasce la tua ispirazione creativa? Qual è stato il primo cibo o situazione di vita che ti ha portato a trasformare un’idea in arte?

«Non credo ci sia stato un momento preciso, sono sempre stata una persona che ha bisogno di lavorare a qualcosa di creativo. Dipingere, fare collage, disegnare: è il mio modo naturale di processare il mondo. Oggi sono particolarmente attratta dal catturare l’intimità silenziosa dei pasti: un frutto a metà, un noodle perfettamente arrotolato, un piano cucina illuminato dalla luce del mattino. Quei piccoli momenti, spesso trascurati, racchiudono un calore e un potenziale narrativo incredibili. Il cibo è il veicolo perfetto per questo perché è allo stesso tempo profondamente personale e universalmente comprensibile».

Perché il cibo è il protagonista principale delle tue creazioni?

«Perché è tutto! Il cibo è memoria, cultura, conforto, caos. È il modo in cui ci connettiamo con le persone, ci prendiamo cura di noi stessi, festeggiamo. Inoltre, è visivamente affascinante: le texture, i colori, le composizioni che si formano naturalmente su un piatto. Amo il fatto che un singolo ingrediente possa portare con sé una storia e delle emozioni».

I tuoi soggetti sono legati anche ai ricordi del passato, come la Madeleine di Proust?

«Assolutamente. E, a dire il vero, la Madeleine di Proust è un termine molto più elegante rispetto “memoria culinaria”, un termine che uso spesso. Come dimostra Proust nel libro “Alla ricerca del tempo perduto”, il cibo è uno dei più potenti attivatori della memoria. Che si tratti di ingredienti base o di un piatto che ricorda un viaggio, la nostalgia è sempre presente».

L’estetica della cucina giapponese

C’è una cucina internazionale che preferisci illustrare?

«Non ho preferenze assolute, ma ho un debole per illustrare il cibo giapponese. È una cucina delicata ma piena di colori audaci, bastano pochi tratti e si può quasi sentire il sapore in bocca».

Quale tecnica utilizzi per realizzare le tue illustrazioni?

«Lavoro principalmente con matite colorate e pastelli a olio. Mi piace stratificare le texture e giocare con le linee per dare movimento e personalità ai miei lavori. Le mie linee hanno sempre un po’ di irregolarità —non voglio mai che qualcosa sembri troppo preciso o rigido».

Che ruolo giocano i colori nelle tue illustrazioni?

«Il colore è tutto. Amo usare neon inaspettati, specialmente quelli che chiamo la mia “tennis palette”. Le scelte cromatiche aiutano sempre a definire l’atmosfera generale, basta un leggero cambio di tonalità per far sembrare un’opera nostalgica, indulgente o fresca».

Obiettivi e sogni nel cassetto

Quale messaggio vorresti trasmettere attraverso le tue opere?

«Che vale la pena prestare attenzione alla quotidianità. Che il cibo, anche nella sua forma più semplice, è bellissimo. Vorrei che il mio lavoro fosse un invito a notare, assaporare, ricordare».

Le tendenze dei social media e le preferenze degli utenti influenzano il tuo lavoro?

«Non direi che lo determinano, ma penso a come le persone interagiscono con le immagini, proprio come farebbero in una galleria d’arte. È interessante vedere le reazioni immediate e i legami personali che le persone condividono. Ma cerco sempre di mantenere il mio lavoro radicato in ciò che trovo interessante, piuttosto che in ciò che è di tendenza».

Hai dei sogni? Quali progetti futuri vorresti sviluppare?

«Tantissimi! Mi piacerebbe lavorare su formati più grandi, mantenendo però l’intimità che caratterizza il mio lavoro. Vorrei anche esplorare di più l’animazione disegnata a mano — è un processo lungo ma incredibilmente appagante. E, soprattutto, vorrei realizzare un libro per bambini. Forse è un desiderio un po’ specifico, ma artisti come William Steig, Dr. Seuss e Chris Van Allsburg continuano a ispirarmi profondamente».

[📷 © Meagan Forbes]

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