Avremmo mai potuto immaginare che un accessorio tipico dei manifestanti durante le rivolte politiche si imponesse nel guardaroba come oggetto di culto a cui è ormai difficile rinunciare? Stiamo parlando del balaclava, il copricapo ben più simile a un passamontagna che a un vero e proprio cappello, capace di unire funzionalità, stile e, perché no, anche una giusta dose di mistero. Che lo preferiate nella sua versione integrale, che lascia solo gli occhi scoperti, o quello che copre solo orecchie e collo, in lana liscia o tricot, in pelle o in pile, è ormai da diversi inverni che si è guadagnato il primato di accessorio “in” per eccellenza.


Innanzitutto perché riesce a coprirci anche dalle temperature più rigide: perché scervellarsi troppo con sciarpe e cappelli quando si può avere entrambi in un solo oggetto? E poi è cool e si abbina perfettamente a ogni tipo di capospalla, a seconda della versione che prediligete. Partendo dal nome, Balaclava è una città portuale ucraina, scenografia di un’importante battaglia nel 1854 durante la Guerra di Crimea. Le truppe britanniche e irlandesi furono inviate a combattere contro i soldati russi in condizioni di gelo con nient’altro che un’uniforme estiva. Le donne britanniche cominciarono quindi a lavorare a maglia cappelli per le truppe e a spedirli nelle caserme. Il copricapo, da allora, è diventato simbolo della milizia dell’Europa orientale, dopo essere stato usato dai manifestanti separatisti filo-russi. Nei decenni sono stati poi in molti a usarli nei movimenti di emancipazione e rivolta – ricordiamo ad esempio il collettivo punk Pussy Riot – ma negli ultimi anni sono state proposte varianti sempre più stravaganti e sofisticate.
A contribuire al suo successo sicuramente l’estetica post-soviet imposta da Demna Gvasalia e Balenciaga, ma a dire il vero sono tanti i brand che si sono lasciati sedurre dalla versatilità di questo accessorio: da Miu Miu a Coperni, passando per Loewe e Marine Serre, combinazioni in chiave gorpcore sono state rivisitate anche da marchi sportivi come Nike.
In realtà, sebbene lo si associ a una tendenza street degli ultimi anni, primi variazioni di Balaclava erano presenti anche nei guardaroba più sofisticati degli anni ’60. Perfetti per i buen retiro invernali nelle località sciistiche più esclusive, Audrey Hepburn in “Sciarada” del 1963, ambientato proprio sulle Alpi, rende bene l’idea di come il balaclava potesse essere indossato anche nella sua versione minimal chic. Ma la divina attrice non è la sola, perché quando si parla di anticipatrici di tendenze non si può non citare che lei, l’unica e inimitabile regina del varietà italiano, Raffaella Carrà.

Cantante, attrice, conduttrice, showgirl e molto molto di più, Raffaella Carrà, in qualunque campo si sia cimentata, è stata una vera e propria trend setter. La prima a sfoggiare l’ombelico di fuori in prima serata, ma anche colei che scelse di indossare un balaclava sulla copertina di un album. Siamo nel 1974, ai tempi il passamontagna era ancora essenzialmente legato allo sport o a immagini di anonimato e clandestinità. Per la cover di “Felicità Tà Tà” – album ripubblicato di recente in edizione speciale per il 50° anniversario -, Raffaella scelse di indossare un balaclava rosso che lasciava scoperti solo gli occhi magnetici. Anche se ormai è un accessorio sdoganato, al tempo l’artista fece una scelta unica nel suo genere, ma soprattutto parte di tematiche che oggi più che mai trovano un riscontro attuale. Tematiche come la fluidità identitaria e il concetto di anonimato come forma di potere. Inconsapevolmente o meno, Raffaella Carrà era parte di una corrente visiva e simbolica che trova massima espressione nella moda.
[📷miumiu.com; loewe.com; coperni.com; Courtesy of Parole & Dintorni ]