“La Haine” non è l’unico film stravolto dopo l’ultimo “ciak”: ecco altri cult modificati durante la post-produzione

Non tutto avviene al primo “ciak”. Anzi, nella maggior parte dei casi, non è mai così. Lo sanno bene tutti coloro che lavorano nell’industria cinematografica: registi, produttori, costumisti, truccatori, attori e tante altre figure, tutte impegnate a lavorare all’unisono per creare il prodotto migliore. Sebbene il grande pubblico veda solo la parte più affascinante del lavoro – quella proiettata sul grande o piccolo schermo – dietro c’è un impegno immenso, che va ben oltre i confini del set.

Non tutti sanno che molti film sono stati completamente trasformati in post-produzione, un “luogo” magico, lontano dalle telecamere, dove la pellicola spesso cambia forma. La realizzazione di un film si articola in tre fasi: pre-produzione, produzione e post-produzione. Quest’ultima, in alcuni casi, gioca un ruolo fondamentale, ribaltando la resa finale del film. In sala di montaggio si apportano modifiche che gli spettatori probabilmente non avrebbero mai immaginato.

Un esempio emblematico è “La Haine” (“L’Odio” in italiano), il cult di Mathieu Kassovitz con un giovane e talentuoso Vincent Cassel. Tutti ricordiamo il film in bianco e nero, divenuto un’icona per generazioni grazie alla sua estetica stilizzata. Eppure, il film era stato originariamente girato a colori. Lionel Kopp, colorista della pellicola, ha rivelato in diverse interviste, tra cui una su Cairn.info: «Kassovitz aveva trovato i soldi abbastanza facilmente per fare il suo film, ma lo Studio Canal e La Sept Arte non potevano ammettere un film in bianco e nero. Hanno quindi imposto il colore. Abbiamo proposto a Mathieu di fare due versioni: una a colori per la televisione e una in bianco e nero per l’uscita nelle sale». La versione a colori era pensata come un “paracadute” nel caso di un flop al botteghino. Cosa che, come sappiamo, non è avvenuta: “La Haine” rimane uno dei film più amati di sempre, continuando a sorprendere gli spettatori generazione dopo generazione.

Un altro caso iconico è quello di “Once Upon a Time in America” (“C’era una volta in America”), il capolavoro di Sergio Leone. Come spiegato dall’American Film Festival, il regista intendeva raccontare l’intera storia in un unico film, con una durata di quasi quattro ore. La produzione, tuttavia, desiderava un’opera più breve, inizialmente divisa in due parti, e arrivò a chiedere un taglio netto per renderla più appetibile al pubblico. Leone rifiutò categoricamente, ma la versione ridotta fu comunque realizzata da un altro editor. Nel 2012, la Cineteca di Bologna ha restaurato il film in collaborazione con Andrea Leone Films, Regency Enterprises e Paramount Pictures, reintegrando i 26 minuti tagliati e restituendo il film alla visione originale del regista. Anche in questo caso, la post-produzione ha giocato un ruolo cruciale nel destino dell’opera.

Un esempio più recente è il remake di “Red Dawn” del 2012. Come spiegato da The Independent, MGM modificò digitalmente il film per rimuovere ogni riferimento alla Cina, cambiando bandiere e simboli in quelli nordcoreani. La ragione? Proteggere le vendite del film in Cina, un mercato chiave per i guadagni globali.

Ci sono anche casi in cui la post-produzione ha scatenato controversie. Singolare è l’esempio di “American History X”, diretto da Tony Kaye. Come riportato da The Telegraph, la battaglia per il controllo artistico tra il regista e la casa di produzione, New Line Cinema, ha lasciato il segno nella storia di Hollywood. Kaye avrebbe voluto realizzare «un film molto più grande ed epico», ma non riuscì a far valere completamente la propria visione.

In altre circostanze, invece, le modifiche in post-produzione hanno contribuito al successo delle pellicole. Per esempio, il bianco e nero di “La Haine” è stato determinante per immergere gli spettatori nell’atmosfera cupa e grigia della periferia europea, dove a spiccare non erano i colori, ma l’ingiustizia e la rabbia dei protagonisti.

[📷 studiocanal.com; mgm.com; MEGA]

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