Se non si fosse spento due anni fa ricorrendo al suicidio assistito, oggi Godard avrebbe passato la soglia dei 94 anni, avvicinandosi a un secolo di esistenza fatta di provocazioni, intuizioni e riflessioni intellettuali. Jean-Luc Godard, primo e ultimo enfant terrible del cinema, è stato un regista, uno sceneggiatore, un critico cinematografico, ma anche qualcosa in più. Al di là di tutte le mansioni padroneggiate con una tecnica meticolosa, Godard è stato prima di tutto un uomo rivoluzionario, capace di leggere la realtà e ribaltarla a suo piacimento, che sia alzando il pugno al cielo o stando dietro alla macchina da presa. E quando si parla di rivoluzione, anche la moda vuole la sua parte.
Il regista franco-svizzero che ha modellato il concetto di “cult” nella settima arte, è stato uno dei primi maestri del cinema a dar voce ai giovani, e a tutti i loro desideri irruenti di evasione e libertà. E lo ha fatto avvalendosi della collaborazione con quelle che, con il passare degli anni, sarebbero diventate le sue muse: Jean Seberg, Anna Karina, Brigitte Bardot, Anne Wiazemsky e Marina Vlady. E poi, tutti i “figli di Marx e della Coca-Cola”, come Jean-Paul Belmondo, Sami Frey e Jean-Pierre Léaud. I volti di spicco della Nouvelle Vague che sui grandi schermi hanno reso giustizia all’individualità della moda francese, rendendola iconica in tutto il mondo.
Tra le paladine dello stile intellettuale “je ne sais quoi” degli anni ’60, Jean Seberg ha rivestito i ruoli più leggendari scritti da Godard, incarnando attraverso l’abbigliamento l’attitude dello spirito libero del cinema d’autore. Maglie alla marinière, pixie cut, mocassini in pelle e occhiali cat-eye incorniciavano il suo viso ovale e perfetto, dai lineamenti eternamente naïf. Accanto a lei in “Fino all’ultimo respiro” nientemeno che Jean-Paul Belmondo, con i suoi completi dalle spalle sagomati, le cravatte a quadretti e i cappelli in feltro, panni di gangster narcisista e spensierato.
Un’eroina d’altri tempi, una diva malinconica dal fascino riservato e lo sguardo magnetico: Anna Karina è stata la muse éternelle di Jean-Luc Godard, dal cinema alla vita privata, che portò sul grande schermo “lo splendore del vero”. Il suo charme si rifletteva nelle pellicce, i mini-dress in velluto e le fasce per capelli, così come nelle minigonne a quadri in stile schoolgirl, i cardigan con rifiniture in pizzo e l’eye-liner marcato. Lo stesso stile, ma in chiave glamour, che Godard dipingeva su Brigitte Bardot, mentre Anne Wiazemsky amava sperimentare con i look da tomboy, tra baschi, camicie dal colletti ampi e maglioni dalle nuance delicate.
In “Bande à part”, nel ’64, Sami Frey indossava con disinvoltura blazer doppiopetto e cappotti cammello informali, mixando tailoring e disinvoltura giovanile, mentre Jean-Pierre Léaud dominava la scena ne “Il maschio e la femmina”, interpretando un giovane idealista in una Parigi frammentata, che si destreggiava in riflessioni filosofiche indossando polo, foulard a pois e cappotti doppiopetto. Il fil rouge degli attori di culto di Jean-Luc Godard è sempre stato il carisma, qualità innata che si riflette anche nella sua lettura attenta dell’avanguardia, in tutte le sue sfaccettature. E la moda non è che un riflesso dei diamanti grezzi di Godard, capaci di modellare e prevedere i desideri stilistici di intere generazioni.
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