Solo pochi giorni fa, il 1° agosto 2024, Dolce&Gabbana ha svelato una nuova e unica fragranza studiata appositamente per i cani. Un piacevole profumo nel rispetto della sensibilità cutanea degli animali, chiamato “Fefé” proprio come il nome del cagnolino e fedele compagno di Domenico Dolce e Guilherme Siqueira, che ha ispirato questa nuova creazione avvolgente e fresca che celebra il rapporto sempre più stretto con gli animali domestici.
Un barboncino nano dal pelo riccio marrone che compirà quattro anni a novembre 2024. Senza Fefè il profumo «probabilmente non esisterebbe», hanno raccontato Domenico Dolce e Stefano Gabbana nel corso di un’intervista al “Corriere Della Sera”. È stato proprio Stefano Gabbana, padrone felice di una dinastia di labrador con Lola capostipite, che ha ammesso di essersi innamorato di un barboncino toy dopo averlo visto con un ragazzo del suo team. Così, in un allevamento di Varese, ha trovato il cucciolo perfetto, di cui racconta: «Lo porto a casa. I miei cani contentissimi, le gatte femmine indifferenti, il maschio arruffa il pelo e si lancia verso di lui: l’ho preso al volo». Dopo la prima notte, però, il barboncino appare strano e dopo due giorni in osservazione dal veterinario arriva la diagnosi: shock da cambiamento di ambiente. «È chiaro che nella mia casa non può stare, di riportarlo all’allevamento neppure a parlarne», continua a raccontare.
A questo punto è Domenico Dolce ad inserirsi nella conversazione: «Abbiamo sempre avuto cani grossi, che erano più di Stefano che miei, con questo cuccioletto è stato amore a prima vista. È la prima esperienza di un cane tutto mio, io e Guilherme (il suo compagno, ndr) siamo rimasti stregati». Il nome Fefè è arrivato con la casa definitiva, racconta Domenico Dolce: «Mi sono tornati in mente vecchi film di Totò con Franca Valeri, a Capri, in cui lei aveva un cagnolino che mi sembra si chiamasse proprio Fefé, diminutivo di Raffaele, che vuole dire dono di Dio. E io, da buon cattolico, ho pensato che davvero questo cane fosse un dono di Dio». Così inizia «Una storia d’amore condivisa da tutti quelli che hanno cani, soprattutto se così piccoli. Con chi parli parli: prima viene il cane, poi tu. Cucino per lui, mi sono preso una lussazione alla spalla per dormire abbracciati». «Ed è a quel punto – dice Stefano Gabbana – che ho detto: “Perché non lanciamo un profumo per cani? Facciamo tutte le cose per bene, sentiamo gli etologi, i veterinari, i proprietari degli animali, ci facciamo dare tutte le indicazioni, progettiamo una fragranza antiallergica e senza alcol, una colonia”».
Ecco che nasce il profumo “Fefé”, che sin dall’annuncio ha fatto impazzire tutti. «Il mercato ha reagito bene», afferma infatti Gabbana, aggiungendo: «Distribuiamo Fefé subito in tutta Europa, negli Usa e poi, piano piano allarghiamo, online si trova già». Coglie inoltre l’occasione per raccontare del suo primo cane, Briciola, un setter mezzosangue preso in canile: «Abitavo al 4 piano, tornavo da scuola alle due, mamma apriva la porta e lui mi correva incontro». Il ricordo di Briciola è ancora vivo nell’operazione “Fefé”, perché Dolce&Gabbana sostiene “Save the Dogs and Other Animals”, associazione italiana con progetti per la sterilizzazione dei cani randagi.
Insomma, Fefè è molto più di un amico a quattro zampe: «Fefé va d’accordo con tutti, abbaia solo quando vede altri animali alla tv: si mette sul bordo divano e noi lì con il telecomando, pronti a cambiare canale. È metodico, fa sempre le stesse cose. Gli piace andare a spasso, però dentro una borsa. Quando dico: “Fefé andiamo in borsa?” è tutto felice», afferma Domenico Dolce, toccando anche un tema molto importante soprattutto durante questo periodo di vacanze estive: «Ovunque andiamo chiediamo prima: prendete animali? Se la risposta è no, cambiamo. In fondo Fefé chiede una cosa sola: partecipare. Se mi vede bere dal bicchiere è inutile tentare di dargli la ciotola: vuole un bicchiere uguale al mio. Mi ricorda il gatto di un’amica di tanto tempo fa, che ci aiutò moltissimo all’inizio della carriera: si chiamava Pepito e viveva come un umano, saliva sulla tavola, mangiava nel piatto. Io e Stefano ci guardavamo e dicevamo: “Ma che è? Adesso a Fefé concediamo ben altro”».
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