La mode destroy, il lato anticonformista e ribelle della moda

Decostruire per ricostruire. Un concetto noto alla filosofia e anche alla moda, che con le sue narrazioni si dimostra da sempre uno specchio critico della società. Tra chi per primo ha portato la mode destroy in passerella c’è indubbiamente Martin Margiela, definito dalla stampa “padre della destrutturazione”, che ha sconvolto i capi simbolo del guardaroba maschile e femminile, distruggendoli per ricostruirli, svuotandoli del loro valore sociale e creando qualcosa di nuovo e unico. Lo ha fatto negli anni ’80, un periodo di recessione, dimostrando quanto anche qualcosa di apparentemente “rotto” può essere bello.

Un concetto che ricalca anche i meccanismi della Pop Art, in grado di innalzare ad opera d’arte oggetti di uso quotidiano e spesso anche considerati canonicamente brutti. Ma chi è che definisce ciò che è bello e ciò che è brutto? Ribelle e anticonformista, la mode destroy è un punto fermo nel fashion system, ciclicamente riproposta da designer e brand anche molto diversi tra loro. Da John Galliano, il couturier per eccellenza fino a Demna Gvasalia, che con Balenciaga mette in discussione e ironizza sui capi saldi della società. Strappata, consumata e deteriorata, questa tendenza dimostra tutta l’unicità di chi la indossa e di chi non è interessato a nascondere i propri difetti.

Anche le celeb non possono farne a meno, da Emily Ratajkowski a Kim Kardashian, che la fondono con i trend del momento, fino a Dua Lipa che ha recentemente portato la mode destroy sul red carpet del Met Gala. Insomma, quando mostrerete a vostro padre i pantaloni strappati che avete appena comprato e partirà la dad joke: «Ma li hai pagati di meno perché sono rotti?», potete fargli una lezione di storia della moda.

[📸 Getty images; IPA; Balenciaga.com, chalayan.com; Instagram: rosalia.vt, kimkardashian]

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