Siamo nell’era delle amicizie sbocciate online, dove un frame di una serie tv o una canzone condivisa sui social possono fare la differenza sulla selezione delle persone da conoscere. Un’estetica condivisa, infatti, può essere un ottimo indicatore di interessi in comune: basti pensare ai giovani appartenenti alle sottoculture hippie, punk e goth nelle decadi passate, accomunati dalla musica e dallo stesso senso stilistico. Dal taglio di capelli alla t-shirt di una band, il nostro aspetto può segnalare alle persone che ci circondano svariate informazioni sui nostri interessi e valori. I problemi insorgono quando all’interno di una relazione di amicizia, il look di una persona diventa più rilevante del suo aspetto interiore. Come riportato da Dazed, nel 2012 la psicologa Beverly Fehr avrebbe rilevato che le persone sarebbero più propense a fare amicizia con chi è fisicamente attraente, rispetto a chi non lo è.
Trascorrendo moltissimo tempo sui social, sono sempre di più le persone che scelgono di dare priorità agli amici che appaiono meglio nelle foto e i video da postare online. Dopotutto non ci sarebbe nulla di male nel selezionare un’amicizia in base a un senso estetico in comune, ai gusti affini in fatto di moda o make-up. Tuttavia, tra miliardi di micro-tendenze e piattaforme social in cui vige la regola del pretty privilege, siamo automaticamente portati a premiare e scartare gli individui in base alle loro caratteristiche fisiche, anteponendo la bellezza alle qualità caratteriali. È il caso delle “aesthetic friendships”: le nostre connessioni diventano sempre più superficiali e stereotipate, come in quei film collegiali in cui lo stile gioca un ruolo esistenziale nella scala sociale. Ma in un’epoca in cui la solitudine è ormai considerata come una minaccia globale, forse dovremmo preoccuparci meno dei vestiti dei nostri amici e trattare la loro diversità come un valore aggiunto.
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