Ma quanto è difficile non guardare se stessi durante una videochiamata?

Guardare se stessi durante le videocall: c’è chi lo fa e chi mente. Scherzi a parte, sono passati tre anni dal lockdown del 2020, lavorare a distanza e sentirsi tramite call sono abitudini quotidiane per (quasi) tutti e con esse anche le modalità con cui ci interfacciamo nel vederci così tanto sugli schermi dei nostri dispositivi.

Essere costantemente consapevoli di come si appare, infatti, a prescindere dal personalissimo rapporto che ognuno ha con la propria immagine, è un aspetto dell’evoluzione dell’essere umano. Nessuno di noi può ricordarlo, ma lo sapete che i nostri antenati si guardavano nelle pozze d’acqua? Poi sono arrivati gli specchi in vetro e poi le telecamere degli smartphone, che ci permettono di vedere, editare e condividere quando vogliamo le nostre facce, validando la “teoria del sé” formulata agli inizi del 1900 dal sociologo Cooley, secondo cui creiamo la percezione di noi stessi in base alle reazioni altrui.

Arriviamo alle videocall. Come spiega anche la rivista “Insider”, l’impressione durante una videochiamata è quella di avere addosso lo sguardo di un “pubblico immaginario” di cui l’attenzione, però, è frammentata dal sovraccarico di stimoli profondamente diversi da quelli delle conversazioni dal vivo. Il tema, comunque, non è nuovo: quello dell’”imaginary audience” è un concetto proposto dallo psicologo e scrittore David Elkind già nel 1967, secondo cui siamo molto attenti a ciò che facciamo e alle reazioni degli altri, con la convinzione di essere al centro dell’attenzione molto più di quanto lo siamo realmente. Quindi, un po’ per controllare come ci sta il ciuffo, un po’ per vedere come appaiamo al nostro ”pubblico immaginario” non riusciamo a smettere di guardarci durante le videocall.

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