Come ci si sente a essere odiato da un intero Paese? A essere fischiato, insultato, rincorso, anche raffigurato su un manichino che ti vorrebbe impic*ato. Male, diciamo noi, ma lo dice anche David Beckham, protagonista della serie Netflix che racconta la sua carriera, e che in questi giorni sta facendo parlare molti. Tutto per un calcetto. Stupido, istintivo, non necessario in un ottavo di finale di un Mondiale di calcio. Ma pur sempre un calcetto di reazione. In realtà dietro quell’odio c’era altro. Perché l’ascesa del Golden Balls, come lo chiama Victoria, Spice Boy, Becks o chi più ne ha più ne metta, da giovane ragazzino a icona mondiale, è stato un boccone amaro che molti non sono riusciti a buttar giù. Come l’allenatore della Nazionale inglese quell’anno, Glenn Hoddle, che addossò le colpe sulle spalle dell’allora 23enne.
Capita che l’improvvisa notorietà di un ragazzino possa dar fastidio a molti, invidiosi del suo successo, pronti a giudicarlo alla prima caduta. Ma nel racconto di quel periodo, la serie sembra riproporre un meccanismo che anche ai giorni nostri è molto comune. Beckham forse è stato l’antesignano degli influencer e delle celeb dei nostri giorni. Gli è stato detto che era un calcolatore, che era “muy bonito pero muy mal”, che era egoista. Ma c’è una parola per riassumere ciò che Becks è stato: un avanguardista.
Sguardo glaciale, fisico scultoreo, ma indole timida. David Beckham è l’icona del calcio moderno. Il ragazzo, e poi uomo, capace di trasformare il ruolo del calciatore in una vera e propria industria, passando dalla moda e dai tagli di capelli. Con una relazione da sogno con la Posh Spice, Victoria Adams. Non senza difficoltà, come emerge dal racconto del regista Fisher Stevens, come quando a Madrid, nei primi anni del 2000, affrontarono una crisi. «Erano come Charles e Diana», ha detto il suo amico e compagno di squadra dello United, Gary Neville. Ma era giusto che un giocatore rappresentasse tutte queste cose? Se lo chiedete a Sir Alex Ferguson, suo storico allenatore, forse no. Ma David poteva, e a vederlo ora, 30 anni dopo, capiamo quanto fosse avanti. Troppo per chi sperava nella sua caduta.