A tre anni dall’ultimo album “Ricercato”, Junior Cally è tornato con “Deviazioni”. O meglio Antonio Signore, suo vero nome, è tornato. È con lui che ieri abbiamo scambiato quattro chiacchiere a proposito della nuova uscita ma non solo. Del suo alter ego artistico non c’è più la maschera, che lo “proteggeva” fino a poco tempo fa, c’è solo il nome. Ma nella sua musica c’è tutta la sua vita. E il nuovo disco, uscito oggi, lo dimostra. I problemi, le delusioni d’amore, le riflessioni. Tutta l’essenza di Antonio è racchiusa tra le rime incastrate ad arte e un sound che mostra la sua crescita artistica. Nel 2021 aveva chiuso un disco, dopo l’esperienza traumatica di Sanremo 2020 con “No grazie” che lo aveva visto protagonista di critiche per dei testi passati, cestinato nel momento in cui doveva uscire. Noi lo abbiamo incontrato in una Milano freddissima, prima del release party con cui ha simbolicamente e in maniera definitiva chiuso un capitolo della sua vita travagliato, tra dipendenze, il rehab e un disturbo psichico, che non ha avuto paura di raccontare in musica. Lui di Focene, milanista incallito, riparte proprio dal capoluogo meneghino per battezzare un progetto importante. In un periodo che per lui è finalmente positivo e felice (anche in amore).
Ciao Antonio. Il tuo terzo disco si chiama “Deviazioni”. Ci racconti com’è nato questo progetto?
Questo disco nasce poco dopo aver annullato il disco precedente nel 2021 con l’esigenza di essere più vero possibile al microfono, detto in maniera proprio semplice. Quando dico questo intendo dire che riascoltando il disco che ho annullato, e ovviamente l’ho ascoltato più volte, sentivo che non ero ancora riuscito a mettermi a nudo veramente. E a togliermi la maschera veramente. Quindi sono rientrato in studio a gennaio 2022, a Focene, ho preso la casa di un mio amico, da dove poi in realtà è cominciato tutto il percorso Junior Cally, e ho richiamato uno dei primi ragazzi con cui lavoravo in studio, con cui avevo avuto un po’ di discussioni nel 2017 e ci eravamo un po’ persi di vista. Ho richiamato lui perché sentivo proprio l’esigenza di dover ripartire da dove avevo cominciato, di ritrovare lo spirito, la voglia, anche la fame di tornare al microfono e uscire con un nuovo progetto. Secondo me la copertina rappresenta sia Antonio che l’alter ego che ho abbandonato. E secondo me con questo disco, più che con “Ricercato”, il disco precedente dove avevo tolto la maschera, sono riuscito a farlo. Ma non perché rinnego il disco vecchio, anzi ci mancherebbe. Però magari è stato troppo vicino il momento da vivere senza la maschera e uscire con un disco. Diciamo che questi tre anni che ho passato, da quella uscita a questa, li ho vissuti abbastanza intensamente senza maschera quindi credo di esserci riuscito nel vero senso della parola. Di essere vero e personale il più possibile davanti al microfono.
“Sulla pelle mia” è una dedica a tuo fratello. Com’è nato il brano e per quale motivo specifico hai scritto di lui?
La tracklist del disco porta come primo brano proprio “Sulla pelle mia”. Ed è anche il primo brano che ho registrato in studio. La fase creativa l’ho rispettata nella tracklist. Praticamente ogni brano ha la posizione in cui ho partorito veramente quel brano lì. Parlando appunto con questo ragazzo con cui ho iniziato, abbiamo parlato di tutti gli anni in cui non ci siamo visti, le cose che ha fatto lui e che ho fatto io. E lui mi ha detto a un certo punto: “Ma con tuo fratello hai ancora quel bellissimo rapporto incredibile?”. Lui lo conosceva bene, perché il suo studio dove registrava era vicino allo studio di tatuaggi di mio fratello. Gli ho detto di sì. E lui mi fa: “Ma possibile che non hai mai parlato in una canzone di tuo fratello?”. E io gli ho risposto: “Ma sai che c’hai ragione”. Mi fa: “Prova a scrivere una cosa su tuo fratello”. E quindi niente, il primissimo brano del disco nasce proprio con la voglia di parlare di lui ed è venuto tutto in maniera naturale. Perché mi sono messo lì a scrivere e avevo talmente tante cose scritte che ho fatto fatica a scegliere quelle da tenere nel singolo e poi togliere. Mio fratello è una persona importantissima, nel senso che mi è stato vicino sempre, in tutte le scelte, sia quelle che si sono rivelate sbagliate sia in quelle giuste. Abbiamo gioito insieme e sofferto insieme. Quindi è la persona più importante della mia vita. Per cui volevo ringraziarlo e fargli capire in qualche modo ancora una volta, magari in questa maniera, che appunto è una persona importante della mia vita.
Nel disco c’è un brano chiamato “Disturbo ossessivo compulsivo”, disturbo di cui hai detto di soffrire in molte interviste. Come ti senti nel porti pubblicamente esponendo te stesso così a nudo? Non hai paura di essere ferito nel dimostrare così tanto di te?
Ci ho pensato tanto, soprattutto su quel brano lì. Perché comunque è un brano tanto personale. Però in terapia ho capito che in realtà, proprio per il disturbo ossessivo compulsivo, più ne parli e più ti auto-aiuti. E parlarne fa bene. E quindi mi son detto “posso farlo”, perché mi aiuto io e mi fa bene psicologicamente. E poi chissà quante altre persone lì fuori soffrono di disturbo ossessivo compulsivo, che è una malattia che ti porta a sentirti unico, a isolarti. Perché dici: “Sono sfigato, possibile che sono deviato mentalmente in questa maniera? Gli altri non mi capiranno mai. Mi vergogno, non te lo dico”. In realtà, io già da piccolino ne parlavo con gli amici, un po’ vedevo che migliorava. Perché loro ci scherzavano su, non erano violenti. Metto anche in conto il fatto che qualcuno potrà dire: “Vabbè questo è totalmente scellerato. È uno squilibrato, è un pazzo. Ha problemi”. Però diciamo che ci ho fatto il callo dopo Sanremo sulle cose brutte che mi hanno detto. Quindi non ho paura di questa roba qui, sinceramente. Anzi, mi auguro che questo brano possa aiutare qualcuno, visto che ancora in Italia è un tabù gigante questa roba dei disturbi psicologici. Ancora sono visti come cose che puoi farti passare da solo. È visto come una stupidaggine. Io le chiamo malattie perché comunque sia come ogni essere umano tutti dovrebbero avere l’opportunità di farsi curare per una malattia. E quindi parlarne secondo me aiuta un po’ più magari chi si sente solo e chi soffre proprio di quella patologia lì, e magari può servire anche ad accendere un ulteriore faro sul tema.
Da Sanremo 2020 fino a oggi. In mezzo a questi quasi 3 anni hai parlato anche delle tue dipendenze, hai detto di essere stato in rehab. Che ruolo ha avuto la musica per affrontare quel periodo difficile?
In realtà dal 2020 a oggi son successe talmente tante cose, come nel 2021 il rehab, che penso la musica non mi abbia aiutato in quel momento specifico. Anzi, penso che il pensiero di dover far musica, bloccato in lockdown, abbia aumentato in me i problemi. Non avevo voglia e quindi il fatto di andare in studio, fare musica, e che non mi piaceva. Non mi piaceva andare in studio, non avevo più quella voglia e quell’amore verso la musica. Perché era diventato un dover fare e non più un piacere. Quindi per nascondere questa sensazione qui partivano gli abusi. Diciamo però che dal momento del rehab in poi, quando sono uscito, risentendo il disco, dopo aver preso la scelta di annullarlo, il fatto di voler dire “questo vestito addosso non lo voglio”, non voglio far uscire questa roba qua perché poi lo devo portare in giro, devo parlare con la gente, devo cantare questi brani, a prescindere come va. Davanti a 100 persone, davanti a 50, davanti a 3000, no. Però già quel pensiero lì mi ha fatto bene. Perché voleva dire in quel momento che ero pronto per tornare a fare di meglio di quello che avevo fatto nel 2021, che è una roba che non potevo nell’80% sentire.
Ti sei sentito compreso in quella decisione di annullare il disco?
Dalle persone a me vicino assolutamente sì. Dal team, dal manager, dalla casa discografica. Devo dire che li ringrazio perché hanno capito tutti il mio momento. Io avevo già fatto i dischi autografati, già erano stati venduti. Discograficamente non è proprio il massimo della situazione. Non so bene i numeri di quanti dischi erano, perché era tutto annunciato, dischi autografati, e poi bloccato. Però garantisco che le copie le avevo autografate, per cui esistevano. Dal pubblico non lo so, ma ti posso dire: non mi frega niente. Nel senso che non mi interessa. Non che non mi frega niente del pubblico, però è arrivato un momento in cui mi devi rispettare. Non sono un burattino che sta lì ad accontentarti. Non solo per il pubblico, per nessuno. Quindi se hanno capito bene, altrimenti… Sono talmente tanto felice, sto vivendo un momento felice della mia vita, per cui non me ne frega niente.
Parlando di Sanremo 2020: hai definito quell’esperienza un “trauma psicologico”. Fai fatica ancora a parlarne 3 anni dopo e che opinione ti sei fatto di tutto quelle polemiche che hai subito?
Non faccio fatica a parlarne, anzi. Prima ne parlavo apparentemente più volentieri. In realtà prima facevo magari fatica a parlane e ne parlavo perché dovevo. Adesso invece sono proprio sereno, quindi dell’argomento ne discuto volentieri. Sanremo è stato un trauma psicologico, sì. Penso onestamente che io non ho mai fatto Sanremo. L’idea è questa, che ho nella mia testa e ormai sono totalmente convinto: hashtag di tendenza “chi caz*o è Junior Cally”, “da dove è uscito?”, “è uno dei big non ci deve stare”. Quindi io dico, dentro di me: “che bello, vivo questo Sanremo come outsider”. Escono i testi, votati bene anche dai giornalisti, e in quel momento divento più famoso del più famoso. Si è parlato solo di me in quel festival, è inutile che ci nascondiamo. Si è parlato più di me che del Festival in sé. Da persone che non hanno manco mai visto il Festival, né prima né quel festival lì. O molte persone che non hanno mai visto il Festival e l’hanno visto perché c’ero io. Detto questo dico: Sanremo non l’ho mai fatto. Quando mi dicono: hai fatto Sanremo? Rispondo no. Perché io lì ho fatto tutto meno che il cantante che partecipava al Festival. M’hanno chiesto di tutto, sono stato l’icona di Sanremo, quello più bersagliato, quello più guardato, il nome più cliccato, cercato. Però al Festival ci si va per cantare. Per carità è anche polemica, è anche tutta quella giostra che parte, ero preparato. Però così tanto non era mai successo. Prendendo Achille Lauro come esempio, con “Rolls Royce”, è stata una piccola parentesi (la polemica attorno ndr.). Non è stato apri parentesi Junior Cally Festival di Sanremo chiudi parentesi, è stato ben diverso. Chiunque parlava di Junior Cally male, a prescindere. Poi per carità ho avuto modo di rispondere, però ho passato un Sanremo non a giustificarmi, perché non mi sono mai giustificato di nulla, però a difendermi, a parare i colpi e non ci sono stato artisticamente. Quindi dico: Sanremo non l’ho mai fatto purtroppo. Secondo me meritavo di stare lì per quello che avevo fatto fino a quel giorno. Inoltre dico: finito Sanremo, quanti sono arrivati ultimi, nel tornado, e poi hanno avuto modo? Io invece finisco Sanremo, 8 marzo, bam! Chiuso tutto. Quindi ultimo ricordo di Junior Cally disastro, subito dopo lockdown.
E allora la domanda sorge spontanea: ci andresti per la prima volta a Sanremo?
Certo, sì, ovvio. A fare il cantante sì, sarebbe pure bello. In realtà penso pure di meritarmelo, molto più di tanti altri. Qualcuno si dovrebbe fare un esame di coscienza e dire: “Ma sto ragazzo che ha fatto Sanremo, ma magari se la merita un’altra chance e glielo facciamo fare veramente o no?”. Tanto peggio dell’altra volta non può andare.
Che opinione ti sei fatto delle ultime edizioni? Hai seguito?
No, ho seguito un minimo, poi nel Sanremo 2022 c’è stato Highsnob con un brano anche mio. Mi ricordo ancora, stavo a casa da solo, non c’era la mia ragazza e mi sono detto: fammi vedere un attimo. E leggo: “Highsnob con il brano “Abbi cura di te”. Ho fatto subito le chiamate, ho detto: cazzo, ragazzi ma sto brano è pure mio. C’ho i video di quando stavo in studio, c’ho il brano nel telefono “Abbi cura di te” con la mia strofa. Alla fine è andata che semplicemente io ho detto tutto quanto in un freestyle, in realtà potevo fare molto peggio perché avevo tutto il brano sul telefono. Bastava che dicessi: “Ragazzi, sentite il mio nuovo singolo “Abbi cura di te”. Era mio quanto suo e lo avrei fatto squalificare. Però mi sono detto: sai che c’è? Sto facendo talmente tanto un percorso. È anche da lì che ho iniziato a prendere una via ancora più zen, quindi ho detto no. Sai che faccio? Faccio quello che so fare, dico la verità al microfono, rimango limpido anche lì. E si è chiusa che a me querele non mi sono arrivate. Se avessero fatto una roba del genere a me, a Sanremo, avrei preso tutte le “armi” a mia disposizione e le avrei usate, le vie legali ad esempio. È passato un anno e io querele non ne ho ricevute.
Un’ultima domanda, un po’ marzulliana: in “Fantasmi” e in “Femmina” ci sono riferimenti riguardanti la tua sfera privata. Ma a oggi, Antonio, e non Junior, ad amore come sta messo?
Oggi sto benissimo. Sto vivendo la storia d’amore più silenziosa della mia vita, che però in realtà fa un chiasso dentro incredibile. Quindi schiaccia totalmente tutte le altre. Sto proprio benissimo.