Davvero non si può più dire niente?

La percezione legata al “politicamente corretto” è probabilmente ancora confusa e divisiva. C’è chi pensa che non si possa più dire nulla e chi, invece, ritiene che ogni parola e gesto abbiano un peso. Le fazioni che si sono create hanno allontanato la ricerca di una soluzione, portando la discussione sul piano di una battaglia ideologica. Un gioco delle parti che ignora come il mondo cambi continuamente e di pari passo anche il linguaggio, i riferimenti culturali e, soprattutto, le persone.

Il rapporto della società con il cambiamento e con la critica dei propri comportamenti è sicuramente controverso. Basti pensare a quanto sia difficile considerare anche solo l’ipotesi di rimodulare il linguaggio per non ferire la sensibilità di alcune persone. Il “politically correct”, d’altronde, riguarda proprio questo. Come anche la consapevolezza che spesso cambiamento è sinonimo di progresso. Temi come il non binarismo, le questioni di genere, il rispetto delle minoranze, non sono trend. Chi li interpreta in maniera semplicistica dimostra l’avversione che c’è, non tanto verso le persone coinvolte, ma riguardo la riconsiderazione di tutti i riferimenti con i quali siamo cresciuti negli anni.

C’è chi invoca la “censura”, reputando il “politically correct” come l’ascia che mette in pericolo la tradizione. Ma non c’è tradizione, senza le persone che la stabiliscono. Utilizzare termini diversi e riconsiderare il linguaggio, per renderlo più inclusivo e meno discriminatorio, non vuol dire applicare censura, ma vuol dire rispettare il più possibile chiunque. Una domanda, perciò, sorge spontanea: davvero non si può più dire niente? Nell’epoca dei social network la risposta è semplice. Ognuno può dire ciò che vuole, solo con la piccola differenza di dover mettere in conto un prezzo da pagare.

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