La taglia è una 40 e la silhouette è quella dell’iconico stivale Tabi: questa volta, però, la superficie in pelle bianca è ricoperta da scritte, disegni, ghirigori e bozzetti, una sorta di stratificazione di graffiti illeggibili che conferisce al modello un aspetto vissuto e unico. La coppia proviene dall’archivio personale di Martin Margiela ed è stata battuta da Maurice Auction, casa d’aste fondata nel 2022 da Salomé Pirson e Marie-Laurence Tixier. Si tratta oggi delle Tabi più costose mai vendute. A rendere eccezionale il risultato non è soltanto la rarità del modello, di cui esistono soltanto altri due esemplari conosciuti, uno conservato al MoMu – ModeMuseum Antwerpen e l’altro al Palais Galliera, ma anche la loro provenienza diretta dall’archivio personale del designer belga.
Parlando della nascita delle Tabi, Martin Margiela aveva scritto: «La silhouette insolita che immaginavo nel 1988 richiedeva uno stile di scarpa radicalmente diverso da tutto ciò che esisteva allora. Pensai a piedi nudi sormontati da tacchi alti e massicci. Improvvisamente mi ricordai degli operai di strada che avevo visto in Giappone, con i loro abiti intriganti e i loro morbidi stivali Tabi. Mi entusiasmai all’idea di realizzarli in pelle, montati su tacchi cilindrici, alti e pesanti. Nessuno li amava, ma continuai a presentarli stagione dopo stagione. Poco a poco suscitarono interesse e oggi, quasi quarant’anni dopo, vengono ancora prodotti e venduti. Questa particolare coppia è il risultato della mia prima esposizione collettiva al Museo Galliera di Parigi. Mi piaceva l’idea che i visitatori potessero lasciare messaggi sui muri e sul pavimento dipinti di bianco, ma hanno anche scritto, in modo inaspettato, sugli stivali Tabi dipinti di bianco. Adoro questo risultato spontaneo.»
Nate come una provocazione nel 1988, le Tabi sono diventate nel corso dei decenni uno dei simboli più riconoscibili della moda contemporanea. Da oggetto radicale e inizialmente rifiutato, il modello è arrivato fino alla consacrazione definitiva, entrando prima nel collezionismo d’archivio e poi nella cultura mainstream.
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