TUKI: il brand giapponese che crea pantaloni fuori dalle regole della moda contemporanea

I pantaloni, per il founder del brand giapponese TUKI Kosuke Harada, non sono semplicemente un capo d’abbigliamento. Lo ha raccontato lui stesso, in un’intervista rilasciata a Hypebeast, dove li descrive come oggetti strutturali, più vicini al design di un mobile che alla moda in senso stretto. L’idea può sembrare insolita, ma nella sua visione ha una logica precisa: come una scrivania o una sedia ben progettata, anche un paio di pantaloni deve reggere il tempo, funzionare ogni giorno e non perdere solidità, senza dipendere dalle stagioni o dalle tendenze.

È da questa impostazione che si capisce meglio tutto il lavoro di TUKI, il brand che Harada ha fondato nel 2005 insieme alla moglie Sayoko Noritake a Okayama, città dove il denim è parte della cultura produttiva locale. Entrambi arrivano alla moda senza un percorso accademico tradizionale: lui viene dagli studi di letteratura americana, lei da un’esperienza pratica nel design iniziata subito dopo il junior college. Questa origine per Harada è un vantaggio, perché gli ha permesso di sviluppare un linguaggio personale, poco influenzato dalle dinamiche interne della moda. Anche oggi TUKI mantiene questa distanza: non partecipa alle fashion week, non ha una comunicazione costruita per i social e il sito del brand esiste ancora su Tumblr, una scelta che riflette un approccio volutamente minimale. 

Dentro questo sistema molto controllato, il pantalone è sempre stato il centro assoluto del progetto. Anche quando nelle collezioni più recenti compaiono altri capi come t-shirt o giacche leggere, la logica non cambia: il cuore resta la costruzione della parte inferiore del guardaroba. Harada racconta che all’inizio, quando il brand è nato, i pantaloni erano quasi un territorio marginale nella moda, dominata da capi più “visibili”. TUKI nasce proprio dal tentativo di ribaltare questa gerarchia, mettendo il pantalone al centro e trattandolo come elemento principale, non come supporto.

Dal punto di vista creativo, TUKI ha iniziato con un paio di jeans bianchi dal taglio slim, molto essenziale, per poi evolvere lentamente verso silhouette sempre più ampie e sperimentali. Il denim resta comunque il materiale centrale, lavorato in diverse interpretazioni che vanno dai modelli più classici fino a costruzioni molto più radicali. Tra queste, uno dei più noti è il “0032 Type 3”, introdotto nel 2011, che rappresenta bene la direzione del brand: un jeans in denim giapponese da 14 oz, con una struttura ampia e quasi scultorea, pensata per rompere l’idea tradizionale di proporzione.

Un altro elemento centrale del suo pensiero riguarda la produzione. Tutti i capi TUKI sono realizzati in Giappone, ma Harada è piuttosto critico verso la narrazione dominante che circonda il “made in Japan”, spesso legata a parole come tradizione, artigianalità o rarità. Secondo lui questo tipo di racconto rischia di diventare una forma di marketing culturale più che una descrizione reale del processo produttivo e per questo preferisce un approccio più vicino alla logica industriale, anche quando questo significa accettare una certa variabilità tipica della produzione in fabbrica.

Questa filosofia si riflette anche nella struttura del brand: molte referenze restano in produzione per anni, a volte per decine di stagioni, senza essere sostituite continuamente da nuove versioni. È una scelta che definisce TUKI come un progetto costruito sulla continuità più che sul cambiamento, dove l’idea di base non è inseguire il nuovo, ma perfezionare ciò che già esiste.

[📸 bansecondhandgoods.com; fifth-general-store.jp]

Condividi l'articolo sui social: