Ozempic effect: come i farmaci dimagranti stanno cambiando taglie e guardaroba

Che i farmaci per dimagrire siano diventati uno “stratagemma” – soprattutto tra le celebrity – per perdere chili più o meno velocemente è ormai sotto gli occhi di tutti. Non siamo però qui per fare discorsi morali o sanitari, per quello ci sono i medici, con cui è sempre giusto confrontarsi prima di assumere qualsiasi tipo di farmaco. Siamo qui per i dati: secondo uno studio pubblicato dalla UCL a gennaio 2026, 1,6 milioni di adulti nel Regno Unito hanno utilizzato farmaci per la perdita di peso nell’ultimo anno; negli Stati Uniti, secondo uno studio di RAND, si tratterebbe del 12% della popolazione; mentre in Italia l’ultimo dato disponibile risale al 2024, quando, secondo Aifa, semaglutide e liraglutide – farmaci GLP-1 inizialmente sviluppati per il trattamento del diabete – hanno raggiunto oltre 300.000 confezioni stimate in vendita. Numeri che riflettono la tendenza sempre più ampia di persone che hanno già utilizzato o sta considerando l’uso di farmaci GLP-1.

A prescindere dai dati, la prova è più facile trovarla davanti ai nostri occhi: basta osservare come molte celeb si presentano negli ultimi mesi con silhouette più snelle e corpi che non hanno bisogno di troppe conferme esplicite per mostrare un cambiamento evidente. E lo ribadiamo: non si tratta di giudicare o di trarre conclusioni affrettate, ma di prendere atto di un fenomeno sempre più visibile. Ovvero che quello che accade sui red carpet sembra avere un effetto a catena anche lontano da Hollywood, fino ad arrivare ai negozi di abbigliamento. Come racconta CNBC, il cosiddetto effetto Ozempic starebbe già modificando il modo in cui le taglie circolano nel mercato della moda. Diversi operatori del second-hand negli Stati Uniti, per esempio, hanno raccontato di aver notato un cambiamento netto: sempre più capi di taglia grande finiscono nei negozi dell’usato, mentre allo stesso tempo cresce la richiesta di taglie più piccole.

Anche altri retailer e imprenditori del settore stanno osservando dinamiche simili, con clienti che cambiano taglia più frequentemente e rinnovano il guardaroba più spesso, seguendo le diverse fasi della perdita di peso. Non si tratta infatti solo di cambiare taglia ma anche il proprio stile, scegliendo abiti più aderenti e più audaci, e sono stati gli stessi dirigenti del settore e consumatori a condividere questa osservazione con il Wall Street Journal. Ciò non significa, almeno per ora, che i brand stiano ufficialmente riducendo la produzione di taglie più grandi, ma che sicuramente si ritrovano di fronte a una richiesta più “dinamica”, con clienti che cambiano misure sempre più spesso.

E questo cambiamento significativo nella domanda di taglie, che si abbina anche a un aumento dei resi negli Stati Uniti, potrebbe generare fino a 5 miliardi di dollari di rischio sui margini. Lo ha rivelato un’analisi di Impact Analytics, secondo cui la domanda di taglie più grandi (L, XL, XXL) è diminuita, mentre le vendite delle taglie più piccole sono in crescita: un trend che potrebbe lasciare fino a 400 milioni di capi disallineati rispetto alla domanda dei consumatori entro il 2027, se dovesse accelerare. Alcuni marchi si sono già trovati ad affrontare questo fenomeno: il CEO di Lululemon Calvin McDonald, ad esempio, ha attribuito alla mancanza di disponibilità di alcune taglie più piccole (oltre a una palette di colori troppo limitata nella categoria principale dei leggings), uno dei motivi della crescita più lenta di Lululemon negli Stati Uniti nel primo trimestre del 2024. E infatti il cambiamento della produzione è già iniziato: se tradizionalmente la maggior parte dei brand utilizzava un modello di ordinazione 1-2-2-1 – stoccando una parte S, due parti M, due parti L e una parte XL -, oggi stanno sempre più adottando un modello 2-2-1-1 e rivedendo le strategie di taglia ogni sei mesi invece che annualmente.

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