Inizia tutto in una notte di una Parigi nuvolosa, alle 2:27, ubriaca e da sola. Raye è la voce narrante di una storia che difficilmente potrebbe riguardare un’altra donna. Perché ci ha dato prova di avere qualcosa in più. Un seme, una speranza, una voglia di rendere arte anche la cosa più difficile che potrebbe capitarle. Anche una sofferenza d’amore difficilissima da superare, dentro un pub nei pressi di South Clapham, maledetto latin lover della South London. Tutto presente in “This Music May Contain Hope”, il nuovo album della cantautrice, in uscita tra poche ore, venerdì 27 marzo 2026.
Coraggio. Questa è la parola che può far superare ogni ostacolo. Quella che può muovere il mondo e trasformarsi in un’opera teatrale, come molte artiste recentemente stanno provando a fare, ma raramente con questo livello di controllo e visione. Il risultato non è una melensa storia personale, non è fumosa, è volutamente eccessiva, ma sempre consapevole del confine tra immaginazione e realtà vissuta dalla protagonista assoluta di questa storia: Raye. Ragazza che, di fronte a ciò che ha vissuto, ha voluto dimostrare fondamentalmente due cose: che al dolore si può rispondere con la speranza e che la musica di oggi può ancora concedersi delle eccezioni.

Può avere un album da ascoltare dall’inizio alla fine con un groviglio di emozioni nello stomaco. Può essere un’opera divisa in atti che spazia dal jazz al soul e al funk, con una leggiadria disarmante, tanto da farti sentire a volte nella Broadway degli anni ’60, a volte nella Londra del 2026, con le sue piogge sporadiche e le sue nuvole minacciose ma accoglienti. Non c’è banalità, ma una multiformità di un’artista che sa trasformare gli alti e bassi della vita in musica che riesce a restaurare anche i cuori più stanchi. Ma anche quelli sani, che però possono imparare una lezione preziosa: ci si può innamorare più volte. Anche di brani che vanno contro le logiche del mercato, durando a volte 3 minuti e mezzo, altre 4 e mezzo, altre 6 minuti, senza mai sembrare fuori posto.
Non c’è semplice virtuosismo o dimostrazione sterile di bravura. C’è un’espressione naturale di quello che ormai è sotto gli occhi di tutti: un’artista a tutto tondo, troppo a lungo tenuta dentro schemi che il mondo discografico forse aveva immaginato per lei, e che adesso appaiono come un ricordo lontano.
Lo avevamo già assaggiato in “WHERE IS MY HUSBAND!”, e anche in modo più compiuto nell’altro singolo uscito recentemente, “Click Clack Symphony”, dove a curare l’arrangiamento è un certo Hans Zimmer. Qui alterna monologhi a versi che sembrano parte di un’epopea cinematografica, inneggiando alla resistenza. Ci porta dalla vecchia Broadway a Hollywood, negli uffici di montaggio di un kolossal. Per poi ritrovarsi sotto cassa, dopo un dj set ormai alla fine, in “Life Boat”, in cui promette di non arrendersi.
Raye è protagonista, ma allo stesso tempo si osserva dall’alto: mentre canta, mentre si confessa in un flusso di coscienza, mentre introduce le canzoni. Come se avesse già immaginato la resa scenografica e live di un album che, con la sua potenza visiva, non potrà che acquisire ancora più forza.
Non sono esclusi colpi di scena. Nelle 17 tracce Raye mette in mostra il meglio del suo repertorio, senza trattenere molto. Oltre alla danza sinuosa tra i generi musicali, c’è un equilibrio tra momenti didascalici – come in “Goodbye Henry” con Al Green o in “Nightingale Lane” – e altri più astratti, che però non risultano mai incomprensibili perché cantati nella lingua universale: quella dell’amore.
A qualcuno potrà risuonare banale, ma se non è una dichiarazione d’amore quest’album, allora è difficile dire cosa lo sia. Amore per la musica. Amore per la vita. Amore per il lavoro dietro brani che restano, anche quando sembrano andare contro le logiche del mercato. Lontano da quelle dinamiche più immediate, benché “WHERE IS MY HUSBAND!” potesse far pensare il contrario vista la sua viralità. Era forse solo un indizio di quanto qualcosa fatto bene possa ancora sovvertire le regole delle canzoni usa e getta.
Qui c’è da introiettare, da commuoversi a tratti – come nella tenera e potente “Fields”, in cui parla con il nonno Michael – da lasciarsi andare e rimanere colpiti da una voce straordinaria e da una scrittura tutt’altro che scontata. Ma anche da ballare, come in “Skin & Bones”, altra piccola chicchetta del disco. O in “Joy”, dove al suo fianco ci sono le sorelle Amma & Absolutely, che si uniscono formando un trio meravigliosamente compatto.


C’è tutta Raye. C’è la splendida London Symphony Orchestra. C’è la sua famiglia, c’è il suo passato, con l’umore che cambia seguendo le quattro stagioni definite nella tracklist: dalle foglie che cadono in autunno al freddo dell’inverno, fino alla rinascita primaverile e alla leggerezza estiva, ai giorni migliori che stanno arrivando.
Quelli di Raye, che si sta prendendo la scena con eleganza e che con questo disco si è mostrata per ciò che è. Così talentuosa, così chic, così imperfetta, così simile a noi ma allo stesso tempo distante, nella sua unicità. Un insieme di contrasti che fa venire voglia di ascoltarla ancora per ore, e di credere che quella speranza che emerge dalla sua musica possa davvero avere spazio, anche in tempi così incerti.

[📸 Courtesy of Bastet Media]